C. GALLI: “IL PD È IN CRISI DA QUANDO È NATO” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
9928
post-template-default,single,single-post,postid-9928,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

C. GALLI: “IL PD È IN CRISI DA QUANDO È NATO” da IL MANIFESTO

Carlo Galli: «Il Pd è in crisi da quando è nato»

INTERVISTA. Lo studioso del pensiero politico: «Un progetto partito nell’euforia della globalizzazione, incapace di rispondere al suo declino. Ora va resettato o sciolto»

Andrea Carugati  30/10/2022

«Il Pd è in difficoltà da quando è nato, pochi mesi prima che la crisi dei mutui subprime sconvolgesse l’ordine liberale del mondo. A quella crisi l’Unione europea ha risposto con l’austerità, che i dem hanno sostenuto, e da quella cura l’economia italiana non si è più ripresa. Ricordo che, durante il governo Monti, il M5S cresceva di un punto al mese, poi è arrivato Renzi, un liberista sfrenato, ma il Pd lo ha incoronato e se lo è tenuto, tranne qualche sventurato che è uscito». Carlo Galli, per decenni ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Bologna (venerdì è uscito per il Mulino il suo ultimo libro «Ideologia»), usa il metodo dello storico per ricostruire la biografia di un partito che «non è mai stato in grado di proporre un’alternativa a quello che la storia serviva, passivo, nato sposando l’idea di una società a-conflittuale, con l’idea che bastasse assecondare il movimento dell’economia per generare condizioni di vita decenti per tutti, al massimo si potevano apportare piccole correzioni. Un partito immerso in una nebbia neoliberista, con una fiducia cieca nella globalizzazione. E quando questa è andata in pezzi, il partito è rimasto muto, non ha saputo stare dentro la ri-politicizzazione della società».

Eppure è uno dei pochi grandi partiti italiani rimasti.

Sa occuparsi di questioni simboliche, in queste ore alla disputa su “la” o “il” presidente del consiglio. Sa anche mettersi sempre dalla parte dei buoni, dando giudizi moralistici su ciò che accade.

Dall’opposizione le cose cambieranno?

Vedo che ora si annuncia una postura pugnace. Finora non c’è stata, come se la politica fosse un valzer e non un ring. Continua a mancare una lettura radicale della società, delle contraddizioni che hanno portato voti ai “populisti” e poi ai “sovranisti” che hanno saputo intercettare il disagio sociale. Non basta accusare la Meloni di essere fascista, bisogna capire le origini dei problemi e saper dare risposte all’altezza della loro radicalità.

Ora ci sarà un congresso costituente.

Leggo che qualcuno tra gli aspiranti leader (Bonaccini, ndr) dice che non si deve fare filosofia ma agire. Ma con quali idee? Parlando a quali ceti sociali? Finora, in una società semi-devastata come quella italiana, la protesta ha trovato le risposte dell’astensione, la rabbia individualista del voto al M5S, fino a che la destra le ha dato un contenitore: la nazione. Certo, Meloni alla Camera ha fatto un discorso identitario. Ma la risposta non è attaccarla per questo, semmai costruire un’identità altrettanto forte a sinistra.

Ritiene che la spinta propulsiva del Pd sia esaurita?

Non mi pare ci sia la capacità di analisi e la voglia di cambiare completamente registro. Mi pare che i dirigenti dem sperino piuttosto in qualche errore di Meloni per poter tornare al governo. Ma lei è più abile di Salvini. Ad oggi il Pd resta il quarto partito tra gli operai. Se volesse cambiare rotta lo spazio ci sarebbe: se si vogliono contrapporre i bisogni dei lavoratori alle esigenze del capitale, se si vuole dar voce a disoccupati, precari e sottopagati, davanti c’è una prateria. Ma serve un partito pesante, che torni fisicamente nei luoghi di lavoro, come faceva il Pci.

Un modello ancora attuabile?

Il conflitto sociale non è finito, basta ricordare la vicenda del rider licenziato dopo la sua morte sul lavoro. Il punto è capire se i lavoratori si possano ancora fidare del partito del Jobs Act e della buona scuola.

È probabile che, chiunque vinca le primarie, la linea sarà un po’ più sociale.

Guardi che non c’è bisogno di un’opera caritatevole, ma di un partito di sinistra. Sul Pd già girano gli avvoltoi, Calenda e i 5 stelle: se dal congresso uscirà la linea di barcamenarsi, senza dare risposte radicali, credo che i due avvoltoi si mangeranno i resti. E sinceramente non credo che il meccanismo delle primarie, tipico di un partito leggero e leaderistico, sia quello più adatto per ripensare il Pd dalle fondamenta.

Vede qualche figura in grado di guidare una vera rifondazione?

C’è qualcuno tra i dirigenti, come Cuperlo, che sente la mancanza di una visione, che ha capito che la sconfitta non è tattica o episodica ma strutturale. Ma non ho ancora sentito nessuno dire, come Bartali, che è «tutto da rifare».

Pensa che sarebbe utile lo scioglimento? O c’è il rischio che si faccia terra bruciata?

L’idea di sparigliare non va esclusa, se un congresso è costituente bisogna accettare di rinascere dalle ceneri, di mettere tutto in discussione, col coraggio dei socialisti di fine Ottocento. Si deve appunto fare filosofia, discutere accanitamente di politica, dare spazio alla rabbia e alla voglia di futuro dei giovani. Se non uno scioglimento, serve almeno il cambio di un nome che non ispira più fiducia.

Sarà il M5S a ereditare la sinistra?

In questa fase è la forza più a sinistra. Non socialdemocratica, direi di sinistra democratica. Non c’è una interpretazione radicale della società, ma capiscono che il sistema economico produce problemi. Nel M5S c’è una forte debolezza organizzativa e culturale, e tuttavia Conte ha dimostrato di avere know-how e resilienza, di saper sopravvivere ai suoi errori.

Meloni al governo che destra rappresenterà?

Il suo è stato un discorso liberista, «lasciamo fare alle imprese», di impronta thatcheriana. Ma la Thatcher metteva in conto l’aumento della disoccupazione, Meloni non può permettersi altra povertà. Deve portare risultati su occupazione e salari, e non vedo come possa fare visto che non vuole il salario minimo e neppure nuovo debito. Credo che si muoverà più sul fronte simbolico, della destra cattolica. Ma non fino a toccare la legge 194.

I dem under 35: «Via tutto il gruppo dirigente: non sono più credibili»

VERSO IL CONGRESSO DI MARZO. Assemblea a Roma organizzata da Brando Benifei

Andrea Carugati  30/10/2022

Mentre Letta racconta ai socialisti svizzeri che «per noi comincia una traversata nel deserto, che spero sia la più corta possibile grazie alla nostra azione di opposizione», a Roma alcune centinaia di under 35 del Pd riscoprono la «rottamazione», invitando tutto il gruppo dirigente, e non solo Letta, a lasciare la prima fila.

«Servono un’identità chiara e un rinnovamento radicale del gruppo dirigente che non ha più credibilità», ha detto il capogruppo all’europarlamento Brando Benifei, 36 anni, organizzatore dell’evento «Coraggio Pd». «Non è che questo sia giusto, ma è un fatto. C’è una classe dirigente screditata che si ripropone incessantemente e che dopo 10 anni di governo pretende ancora di dettare l’agenda della discussione. Se non c’è un cambiamento, il congresso costituente rischia di essere una farsa».

«L’immagine che abbiamo qui oggi è molto differente da quella della direzione nazionale: capelli bianchi e quasi tutti uomini», dice Caterina Cerroni, segretaria dei giovani dem, candidata ma non eletta alla Camera. «Il gruppo parlamentare è per la maggior parte fatto dagli stessi che hanno votato il Rosatellum e il Jobs Act», attacca Cerroni. Non è l’unica.

«Si può dire che è stato vergognoso non saper rispondere a Meloni in due giorni di dibattito in Parlamento e che come fa l’opposizione Serracchiani ci stringe il cuore?», rincara Tommaso Bori, del Pd Umbria, che invita la truppa a «prendersi questo partito». Jacopo Scandella, consigliere regionale in Lombardia: «Come può guidare l’opposizione a Meloni chi è stato al governo negli ultimi 10 anni e qualsiasi cosa dici, ti ribattono: “Perché non lo hai fatto quando eri al governo?”».

Le critiche sono tante, riguardano la comunicazione del Pd ma soprattutto la sostanza, le scelte fatte in questi anni, soprattutto sui temi del lavoro. Ma anche la selezione delle classi dirigenti: «Basta col partito dei leccaculo, dei burocrati», ringhia Lorenzo Pacini di Milano. E Massimo Iovane, 22 anni, di Venezia: «Io non lascio il presidio della sinistra a chi ha fatto i dl Sicurezza, al trasformista Conte. È degradante».

Tra le righe l’ipotesi di lanciare una candidatura under 40, magari proprio Benifei. In sala anche Marco Meloni, braccio destro di Letta: «Una prima positiva prova del fatto che il percorso costituente del nuovo Pd potrà fruire della partecipazione attiva di una comunità viva e orgogliosa, che ha le idee, l’energia e la voglia di cambiare». Lodi anche dal sindaco di Pesaro Matteo Ricci.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.