ANTONIO GUSTAVO GÓMEZ: “UNA CORTE ANCHE PER I CRIMINI AMBIENTALI” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ANTONIO GUSTAVO GÓMEZ: “UNA CORTE ANCHE PER I CRIMINI AMBIENTALI” da IL MANIFESTO

Antonio Gustavo Gómez: «Una Corte Ue anche per i crimini ambientali»

Giorgio Vincenzi  30/10/2025

Intervista AD Antonio Gustavo Gómez L’avvocato argentino, originario della Patagonia, impegnato da tanti anni in investigazione e repressione di reati ambientali: «una soluzione potrebbe essere quella di ampliare i poteri della Corte europea dei diritti dell’uomo»

Oggi il mio obiettivo principale è quello di ottenere la condanna al carcere per coloro che commettono reati ambientali. Si tratta di reati che, data la loro gravità, colpiscono innumerevoli cittadini, soprattutto i più bisognosi. Grazie alla mia esperienza, mi risulta relativamente facile indagare su questi reati e individuare i responsabili. La difficoltà sta nell’ottenere la condanna degli autori che, in genere, conservano un grande potere economico e politico».

A parlare così è Antonio Gustavo Gómez, avvocato argentino, originario della Patagonia, impegnato da tanti anni in investigazione e repressione di reati ambientali nel suo Paese – corruzione, mafia, terrorismo, riciclaggio di denaro, traffico di droga e criminalità informatica – e con alle spalle un passato, fino al febbraio scorso, di procuratore federale. Fu tra i primi a indagare i colonnelli e i generali responsabili della brutale dittatura militare degli anni Settanta in Argentina con migliaia di persone torturate e trentamila sparite, i desaparecidos.

TRA FINE SETTEMBRE E INIZIO OTTOBRE, Gómez è stato in varie città italiane ospite di Rete Radié Resch, un’associazione di solidarietà internazionale, per far conoscere la sua attività e per offrire la sua esperienza e consulenza ai cittadini e alle associazioni che ne avessero bisogno. L’avvocato argentino era già stato nel nostro Paese anni fa come osservatore internazionale per l’emergenza rifiuti a Napoli.

Gómez, nel corso della sua carriera ha perseguito e ottenuto condanne per reati ambientali dimostrando che si tratta di «crimini contro l’umanità».

Ci può spiegare meglio questo concetto?

Circa 15 anni fa Adolfo Perez Esquivel – Premio Nobel per la Pace nel 1980 – mi convocò a Venezia in qualità di presidente dell’Iaes (Accademia internazionale di scienze ambientali), una Organbizzazione non governativa italiana. Lì si sarebbero riuniti diversi accademici provenienti da altre parti del mondo che promuovevano la creazione di una Corte penale europea per i crimini ambientali. Credo che fossero attratti dalla mia interpretazione che in quegli anni facevo dell’articolo 7 del Trattato di Roma che istituisce la Corte penale internazionale. Dal mio punto di vista, la Corte è in grado di giudicare i crimini ambientali contro l’umanità. E credo che oggi, molti anni dopo, il procuratore della Corte penale internazionale, il britannico Karim Ahmad Khan, sostenga un’interpretazione simile contro il presidente russo Putin. La definizione l’ho cambiata molte volte nel corso degli anni. Il motivo principale è che introdurre l’ecocidio nel Trattato è molto difficile e i crimini ambientali contro l’umanità sono un’alternativa utile.

Qual è l’esatta definizione di crimine ambientale?

La definizione precisa è questa: «Si tratta dello sfruttamento generalizzato o sistematico in modo pericoloso per l’aria, la terra o l’acqua con cognizione di causa e con il consenso tacito o esplicito dello Stato, eseguito da persone fisiche di per sé o in rappresentanza di persone giuridiche. I fatti devono inoltre comportare un danno per la vittima che vede lesi, dal reato, i propri diritti fondamentali e comportano un danno per l’umanità nel suo insieme».

È stato anche al Parlamento europeo per illustrare il progetto di una Corte penale internazionale per i reati ambientali. Che riscontri ha avuto?

Il progetto che ho presentato è dell’Iaes (Accademia internazionale di scienze ambientali) e di Adolfo Perez Esquivel. Io ho partecipato ad alcuni incontri a Bruxelles con parlamentari interessati al funzionamento di una procura ambientale internazionale. Il progetto è stato archiviato per mancanza di fondi, ma credo che dopo quindici anni, oggi più che mai, sia necessario disporre di una Corte ambientale europea che si occupi non solo dei conflitti di diritto penale ambientale, ma anche di tutti quelli civili e amministrativi legati all’ambiente. Forse una soluzione potrebbe essere quella di ampliare i poteri della Corte europea dei diritti dell’uomo, ma non mi azzardo a dare una risposta più definitiva.

In Argentina quali vittorie legali ha ottenuto?

Quello che fino ad ora è stato conseguito è tutto merito del lavoro di squadra dei procuratori federali che operano con me. Abbiamo ottenuto, per esempio, condanne al carcere di un sindaco per la gestione dei rifiuti domestici, per i proprietari di un ospedale privato per aver mescolato rifiuti comuni con quelli sanitari, per i proprietari di zuccherifici per aver inquinato i bacini dei fiumi con rifiuti industriali, per i proprietari di celle frigorifere per aver inquinato l’acqua con i rifiuti della macellazione delle mucche.

Per rendere concreto il concetto di giustizia sociale ha percorso, e continua farlo, a sue spese, l’Argentina in lungo e in largo. Con quali risultati?

Non pretendo di realizzare il concetto di giustizia sociale. Non mi sento in grado di farlo. Per quanto riguarda i miei viaggi, credo che siano un piccolo contributo a ciò che il popolo argentino mi ha dato pagando i miei studi con le tasse. Ho sempre frequentato la scuola pubblica. Da bambino fino al mio ultimo anno di università. D’altra parte, il mio stipendio – oggi la mia pensione – ha permesso di diffondere tra i cittadini le idee di un sistema di giustizia in cui essi stessi possono essere protagonisti. Non l’ho fatto da solo. Mia moglie mi ha sempre accompagnato ed è stata lei a organizzare i viaggi, gli incontri, e così via per quarant’anni. È morta pochi mesi fa e sto cercando di reinventarmi perché lei lo avrebbe voluto. Durante i vari viaggi in Argentina ho incontrato cittadini, Ong, alcuni accademici, diverse autorità politiche, colleghi della magistratura. La cosa più importante in questi viaggi è stata quella di dimostrare che la giustizia è troppo importante per lasciarla nelle mani degli avvocati.

Nel mondo si assiste all’eliminazione di attivisti che si battono in favore dell’ambiente, specialmente nel Centro e Sud America. Stando ai dati di «Global Witness» nel 2024 nel mondo ne sono stati uccisi o sono scomparsi 146.

È vero. L’America Latina detiene questo tristissimo record. Esistono trattati internazionali, come quello di Escazú, che obbligano i paesi firmatari ad adottare misure per proteggere i difensori dell’ambiente. A tal fine è molto importante disporre di leggi anti-slapp (tutela delle persone che denunciano delitti ambientali o che collaborano alle indagini sugli stessi) e io sono autore di un modello, ma non riesco a convincere i legislatori ad approvarlo.

Lei sostiene che l’Italia dovrebbe modificare la propria legislazione ambientale. In quali punti e perché?

Non è una mia opinione, ma quella di molti cittadini italiani e organizzazioni sociali. Inoltre, la stessa Unione Europea, constatando la grande impunità ambientale che esiste tra i vari paesi, ha deciso di obbligarli ad approvare una legge che ampli i reati penali e garantisca la protezione di chi denuncia. Lo ha fatto nella direttiva 2024/1203. Tuttavia, non include alcuni strumenti pratici che sono molto utili in Argentina, come il difensore ufficiale delle vittime – gratuito per chi non può permettersi un avvocato -, il ruolo di querelante nelle mani delle vittime – in Italia è consentita solo l’azione civile -, il reato di contaminazione di pericolo astratto, in Italia è accettato per il traffico di droga ma non per le ecomafie. E altro ancora. Credo che ci sia ancora molta strada da fare, ma questo è un momento «legislativo» molto propizio affinché le Ong e i cittadini presentino le loro proposte al Parlamento.

Consumo di suolo, l’agricoltura perde terreno

Federico Varazi  30/10/2025

Slow food Ogni secondo in Italia scompaiono due metri quadri di terreno. Nel 2024 il consumo di suolo è aumentato di più di 80 chilometri quadrati, in crescita di quasi il 15% rispetto all’anno precedente. Trasformazioni che hanno interessato praticamente quasi tutti i comuni del Paese

Consumo di suolo

Ogni secondo in Italia scompaiono due metri quadri di terreno. Nel 2024 il consumo di suolo è aumentato di più di 80 chilometri quadrati, in crescita di quasi il 15% rispetto all’anno precedente. Trasformazioni che hanno interessato praticamente quasi tutti i comuni del Paese, comprese aree oggi quasi disabitate in forte calo demografico. Il primato spetta all’Emilia Romagna, dove non possiamo non ricordare i devastanti alluvioni del 2023 e 2024, seguita da Lombardia e Puglia: Regioni che già hanno approvato norme per contenere il consumo di suolo. Un’emergenza nota, puntualmente al centro del rapporto Consumo di suolo, dinamiche territoriali servizi ecosistemi a cura dell’Ispra che sembra ancora rimanere inascoltata.

Perdita di suolo significa perdita di servizi ecosistemici. Un terreno cementificato smette di filtrare l’acqua, di stoccare il carbonio, non garantisce più una protezione dal dissesto e, ovviamente, non è più disponibile per la produzione di cibo. Il danno economico legato all’aggravarsi delle emissioni di CO2 e ai cambiamenti di uso del suolo ha raggiunto i 9,6 miliardi di euro, mezzo miliardo in più rispetto all’anno precedente. Eppure, gli ecosistemi ci garantiscono benefici vitali, per un valore globale stimato oltre 150mila miliardi di dollari all’anno, quasi il doppio del Pil mondiale. Il suolo è una risorsa non rinnovabile, scarsa: non esiste tecnologia in grado di sostituire le sue funzioni. Senza suolo non c’è agricoltura, e senza agricoltura non c’è cibo. Una volta compromesse, le funzioni ecosistemiche difficilmente si recuperano.

Tra le cause più importanti che vengono richiamate dal Rapporto, oltre le aree destinate alla logistica e i data center, i pannelli fotovoltaici a terra stanno impattando in modo sensibile: nel 2024 hanno coperto 1.702 nuovi ettari, di cui l’80% su superfici precedentemente agricole. Si tratta di investimenti che trovano terreno fertile in una profonda crisi dell’agricoltura, soprattutto al Sud dove, come nella recente campagna cerealicola in Sicilia, produrre può costare più di quanto si ricavi.

Terre un tempo coltivate che escono dalla produzione agricola attiva e alimentano il fenomeno dell’abbandono, con pesanti conseguenze sulla tenuta idrogeologica del territorio e mutamenti irreversibili del paesaggio. Il suolo però è un bene pubblico, e gli enti pubblici non devono solo ricordarsene per fare cassa con gli oneri di urbanizzazione. Si continua a costruire in nome di una «rigenerazione urbana» spesso tradotta in deroghe e aumento delle volumetrie in modo indiscriminato. Un problema che riguarda tutto il Paese dalle aree rurali alle città.

Il 23 ottobre il Parlamento europeo ha approvato la Direttiva sul monitoraggio e la resilienza del suolo. La prima normativa che riconosce il suolo come risorsa viva e limitata, da tutelare al pari di acqua e aria. Per l’Italia si apre ora una fase decisiva: costruire un sistema nazionale capace di monitorare, raccogliere e gestire i dati sulla salute dei suoli. È un passo significativo, che impone di agire al più presto con decisioni politiche coraggiose.

* www.slowfood.it

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