STAGE DI STATO. “NON È UNA FATALITÀ MA UN OMICIDIO” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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STAGE DI STATO. “NON È UNA FATALITÀ MA UN OMICIDIO” da IL MANIFESTO

 

STAGE DI STATO

“NON È UNA FATALITÀ MA UN OMICIDIO. BASTA SCUOLA-LAVORO”

Il lutto, e la rabbia, degli studenti per la morte di Giuliano de Seta 18 anni: «Non bastano più le parole. Basta con questo orrore»

Riccardo Bottazzo, VENEZIA  18/09/2022

«Non potevamo entrare in classe come se fosse un giorno normale e fare lezione come se niente fosse accaduto. Qualcuno cerca di far passare questo ennesimo omicidio come una tragica fatalità da risolvere invocando più controlli per la sicurezza. Controlli che sappiamo che non ci sono per i lavoratori. Figurarsi per noi studenti in stage! – spiega Nina Mingardi, portavoce del coordinamento studenti medi di Venezia -. Sono solo parole quelle che ci dicono, ma noi sappiamo che non bastano più le parole».

E così il liceo artistico di Venezia, cuore pulsante dei movimenti studenteschi del Veneto, si è fermato ieri mattina per una assemblea straordinaria organizzata dalle ragazze e dai ragazzi delle classi superiori per parlare di quanto era accaduto il giorno prima a Noventa di Piave, quando una lastra di metallo ha ucciso il 18enne Giuliano de Seta piombandogli sugli arti inferiori. Giuliano viveva a Ceggia, sempre in provincia di Venezia, frequentava l’ultimo anno dell’Istituto di Istruzione Superiore «Leonardo Da Vinci» di Portogruaro. Sognava di diventare ingegnere e la sua passione era correre con gli amici del Runners Club della sua città. Aveva cominciato da pochi giorno lo stage all’azienda metallurgica Bc Service per maturare i crediti necessari all’ottenimento del diploma secondo i criteri stabiliti dalla riforma della scuola italiana: la cosiddetta «legge della Buona Scuola» fortemente voluta da Matteo Renzi.

A seguire l’esempio degli studenti del liceo artistico Venezia, sono state anche altre scuole del Veneto, in particolare del trevigiano. Flash mob per Giuliano si sono svolti anche a Roma davanti al Ministero ed a Napoli dove in occasione di un incontro con Luigi de Magistris di Unione popolare hanno alzato dal palco un lungo striscione con scritto «Ricomincia la scuola, ricominciano i morti. No Alternanza».

Giuliano è il terzo ragazzo quest’anno ucciso dall’alternanza scuola lavoro. Eppure sono poche le forze politiche disposte a discutere sull’opportunità di mantenere gli stage nelle aziende. I commenti dei vari leader di partito si fermano al cordoglio; a quelle «parole» che la studentessa Nina Mingardi ha spiegato che non bastano più. «Una tragedia che lascia attoniti, agghiacciati. Non può succedere. Non deve succedere» ha twittato Enrico Letta segretario del Pd. Sulla stessa lunghezza d’onda il leghista Luca Zaia, governatore del Veneto, che esprime «cordoglio e piena vicinanza alla famiglia del diciottenne» e chiede «chiarezza fino in fondo sulle dinamiche dell’infortunio». Sulla questione, la Procura ha aperto un fascicolo e ha affidato le indagini al pubblico ministero Antonia Sartori che dovrà chiarire la dinamica dell’incidente in collaborazione con i tecnici dello Spisal, il servizio regionale per la sicurezza negli ambienti di lavoro.Lutto per la morte del ragazzo anche nelle nota di Carmela Palumbo, direttrice dell’Ufficio Scolastico Regionale. «Il dolore pesa come un macigno sui cuori di tutti noi» commenta, e difende la scelta dell’istituto Leonardo Da Vinci di Portogruaro che «ha una lunga e consolidata esperienza nel campo dell’alternanza scuola lavoro e dei percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento. Essa pone attenzione alla scelta delle aziende partner del veneziano e presidia con cura tutti gli aspetti formativi dello stage».

Anche Elena Bonetti, ministra per le Pari opportunità e Famiglia ribadisce la validità dei progetti di alternanza scuola lavoro: «dobbiamo garantire più sicurezza nei contesti lavorativi ed educativi, e altrettanto dobbiamo continuare a investire in una scuola che sappia aiutare i giovani a entrare nel mondo del lavoro». Sicurezza che oggi proprio non c’è, considerando che solo quest’anno abbiamo superato la soglia dei 600 morti sul lavoro. A chiedere l’immediata abolizione dell’alternanza, oltre alla rete studentesca e l’Unione Popolare, sono rimasti i portavoce dell’Alleanza Verdi Sinistra. «Questi stage rispondono solo ad una strategia di sfruttamento del lavoro di questi ragazzi che non solo non guadagnano un euro ma rischiano anche la vita – ha spiegato Luana Zanella, coportavoce di Europa Verde del Veneto -. Se non vogliamo piangere altri morti, l’unica cosa da fare è uscire da questa logica malata che pone l’istruzione al servizio del mondo del lavoro e progettare ad una scuola che formi cittadini consapevoli»”.

«Anche per Giuliano saremo in piazza per il Global Strike di venerdì prossimo – conclude Sebastiano dei Friday For Future di Venezia – Le dinamiche capitaliste che hanno ucciso Giuliano sono le stesse che stanno uccidendo il pianeta».

Scuola-lavoro: nessuno, o quasi, vuole abolirla. Prevale la promessa di un lavoro precario

STAGE DI STATO. Uno sguardo ai programmi elettorali sui «percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento» (Pcto). Resta il nodo politico che non è affrontato da nessuno: la scuola dev’essere vincolata al mercato o dev’essere l’espressione di una democrazia?

Roberto Ciccarelli  18/09/2022

Ci sono pochi dubbi sul fatto che, dopo l’insediamento del nuovo parlamento, nessuno abolirà l’alternanza scuola-lavoro rinominata con un acronimo che suona come uno sputo P-C-T-O, ovvero «Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento». Non vogliono farlo tutte le forze politiche, tranne i raggruppamenti delle sinistre, candidate alle elezioni del 25 settembre. Basta leggere i lacunosi programmi elettorali per rendersi conto dell’ipocrisia generalizzata che regna nella politica dove quasi tutti hanno governato nell’ultima legislatura.

Il Pd, ad esempio, prosegue l’opera di rimozione delle sue responsabilità politiche come partito. Non basta infatti dire che la stagione renziana è finita. Bisogna abolire e riscrivere le sue leggi, a cominciare proprio dall’alternanza, il cui attuale profilo è stato stabilito proprio da Renzi nel 2015. Da allora mai nessuno più l’ha rivisto.

Davanti al terzo studente morto in meno di un anno il partito ora di Letta compila dichiarazioni addolorate («morte inaccettabile», «terribile tragedia») e dice «sì» ai «Pcto». Il programma parla di «rafforzare le opportunità di orientamento e prospettive verso la formazione superiore», garantire «la certezza del rispetto della normativa sulla sicurezza e della capacità di assicurare l’apprendimento situato», fare «un costante monitoraggio e per consentire le segnalazioni di eventuali anomalie».

I Cinque Stelle, già nella campagna elettorale del 2018, sembravano voler abolire l’«alternanza». Poi andarono al governo e le cambiarono solo il nome. Al nuovo giro non parlano nemmeno di «Pcto». E recuperano l’incredibile nozione di «scuola dei mestieri». In una mescolanza di fuffa «made in Italy», gerghi manageriali e di pedagogese neoliberale alla moda evocano l’«expertise artigianale», «il savoir-faire tradizionale» per «formare le nuove figure tecniche specializzate nella realizzazione dei prodotti dell’artigianato italiano». Scambiano cioè i «Pcto» con la formazione professionale e, così facendo, aumentano le ambiguità strutturali che tale sistema ha generato negli ultimi sette anni.

Il cosiddetto «Terzo Polo» tra le cui fila c’è Renzi, si propone di riformare il sistema e di adattarla alla politica neo-aziendalista scelta da Draghi e dal ministro uscente dell’Istruzione Bianchi (in quota Pd) per finanziare gli Istituti tecnici superiori (Its) con 1,5 miliardi di euro del Pnrr. Si tratta di un sovradimensionamento colossale di un segmento specifico della formazione aziendale, foriera di nuove possibili disuguaglianze territoriali che squilibreranno ancora di più la formazione tecnico-professionale di nuovo riformata. I renzian-calendiani declinano l’”alternanza scuola lavoro” secondo il modello tedesco che ha una grande ascendenza in un paese subfornitore della Germania. Parlano di «percorsi duali in apprendistato» il cui scopo è «anticipare il contatto dei giovani con il mondo del lavoro». Nessuna considerazione sul fatto che ciò significa inserire gli studenti nelle dinamiche necropolitiche del lavoro e esporli al rischio di entrare nel tragico conteggio dei morti e dei feriti.

Le destre, annunciate vincitrici delle elezioni, si tengono le mani libere. Parlano di «riforma dei Pcto». Sconosciuta è la direzione che potrebbe prendere una nozione così vaga e inconsistente. Però questo è un segnale indicativo della confusione che regna sull’argomento, oltre che la dimostrazione che le destre ritengano superfluo dire qualsiasi cosa su un problema che non è ritenuto tale.

Alla base dei detti, e dei non detti, elettorali c’è una contraddizione di fondo della scuola capitalistica: collegata strutturalmente al mercato del lavoro, e ignara del fatto che dovrebbe invece essere l’espressione di una democrazia, essa esclude l’idea dell’autonomia nei saperi e nelle pratiche. E dunque anche la resistenza contro i ricatti di un lavoro sempre più alienato e brutale. Di questo non si discute nemmeno tra i sindacati che chiedono tutt’al più «una modifica normativa», l’«abolizione dell’obbligatorietà», «standard rigorosi e vincolanti per le imprese». Richieste anche giuste, ma prima andrebbe ripensato il senso della scuola, e del mercato del lavoro. Un programma politico minimo, ma necessario per superare l’impotenza organizzata in cui agonizziamo.

Ciò che è sconvolgente è che le morti di Lorenzo e Giuseppe prima, lo studente ustionato gravissimo a Merano a maggio, il decesso di Giuliano dell’altro ieri sono stati intesi come eventi eccezionali in un sistema perfettibile. La protesta contro la mostruosa normalità di questa idea è ripresa tra gennaio e aprile di quest’anno e ha resistito anche alle manganellate del «governo dei migliori». è un fiore nel deserto di un paese cinico, intorpidito e assuefatto alla tossicità quotidiana. Il suo futuro è nelle mani degli studenti. E di tutti coloro che non accettano di consegnarli a questo orrore.

PUNTO 5 DEL PROGRAMMA DI UNIONE POPOLARE

Ridare dignità all’istruzione e investire nella ricerca e nella cultura:

1. Eliminazione delle classi pollaio (non oltre 20) e conseguente aumento del personale docente e tecnico-amministrativo, con previsione del medico e psicologo scolastico. 2. Scuola dell’infanzia comunale o statale garantita a tutti a partire da 3 anni, e costruzione di asili nido pubblici in tutto il paese. 3. Fine dell’alternanza scuola-lavoro. 4. Piano straordinario e immediato di messa in sicurezza e adeguamento degli edifici scolastici 5. Stabilizzazione del personale precario della scuola con almeno 36 mesi di servizio con procedura speciale; cancellazione della riforma Bianchi del reclutamento del personale docente. 6. Abolizione della riforma della “Buona scuola” di Renzi e della riforma Gelmini. Apertura di un processo di riforma di scuola e università che coinvolga attivamente le organizzazioni degli studenti, dei docenti, del personale Ata e dei genitori. Questa dovrà prevedere anche la rimodulazione dei contenuti e dei programmi nella direzione di un pieno sviluppo della personalità di alunni e studenti. Adeguamento degli stipendi dei docenti alla media europea. 7. Libri gratis fino al termine delle scuole superiori. Mezzi pubblici gratis fino a 18 anni. Cinema e teatro gratis fino a 18 anni. 8. Investimenti nell’università per superare una situazione in cui l’Italia è agli ultimi posti dei paesi OCSE per numero di persone laureate e per numero di professori e ricercatori. Aumento di 500 milioni di euro annui al diritto allo studio (es. abbassamento tasse universitarie per i redditi bassi e aiuto per gli affitti dei fuori sede). 9. 40.000 posti per docenti e ricercatori per avvicinarsi alla media europea nel rapporto docenti/studenti, e programma di assunzioni e stabilizzazioni di personale amministrativo, indispensabili per garantire il buon funzionamento degli atenei italiani. 10. Vincoli sul cambio di destinazione d’uso di tutti i luoghi della cultura (sale cinematografiche, teatrali, sale per concerti, biblioteche, librerie, musei, eccetera). Riconoscimento dei diritti dei lavoratori di tutti i settori dei beni e della produzione culturale e artistica: ammortizzatori sociali, malattie professionali, infortuni sul lavoro, maternità, diritto alla pensione.

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