FONTI RINNOVABILI, L’ENERGIA DEL MEZZOGIORNO da IL MANIFESTO
Fonti rinnovabili, l’energia del Mezzogiorno
Pino Ippolito Armino 10/06/2026
Energia Il Mezzogiorno ha le potenzialità per divenire il polo nazionale per la ricerca e lo sviluppo delle filiere industriali per la produzione di energia pulita, aiutando a percorrere più velocemente la transizione energetica
Si può ormai ben dire che il PNRR è stata un’occasione mancata per il Mezzogiorno. Si è risolto in mille progetti, spesso più di spesa che di investimento, che non hanno neppure intaccato i nodi cruciali del ritardo infrastrutturale, dal sistema dei trasporti ai cicli dell’acqua e dei rifiuti.
Si apre ora, quasi inaspettatamente, una nuova possibilità che anche un governo con limitate capacità di investimento, a causa dell’elevato debito pubblico ma anche della rinuncia a correggere un sistema fiscale iniquo che ha smesso da tempo la sua funzione redistributrice, può cogliere. Nasce dalla flessibilità di bilancio, sino a 13/14 miliardi di euro nel triennio corrente, accordata al nostro Paese dalla Commissione europea e che dovrà essere impiegata esclusivamente per interventi strutturali idonei a colmare il ritardo rispetto agli altri paesi europei nella quota di produzione di energia da fonti rinnovabili (19,3% vs 25,2% della media europea).
Il Mezzogiorno ha le potenzialità per divenire il polo nazionale per la ricerca e lo sviluppo delle filiere industriali per la produzione di energia pulita, aiutando a percorrere più velocemente la transizione energetica. La percentuale di consumo di energia elettrica proveniente dalle rinnovabili, in particolare, si attesta in Italia al 40,6 contro la media europea del 47,5; vale a dire 13,5 punti in meno della Germania (54,1%) e addirittura quasi 20 in meno rispetto alla Spagna (59,7%).
La metà dell’elettricità generata da fonti rinnovabili viene dall’eolico e dall’idroelettrico ma il solare, che rappresenta oggi oltre un terzo del totale, è in rapidissima crescita. Non sorprende che l’energia idroelettrica sia in gran parte ottenuta dai grandi bacini delle regioni alpine mentre oltre il 90% dell’energia eolica è prodotta nel Mezzogiorno.
Sorprendente e del tutto irrazionale è che metà delle installazioni per la produzione da fotovoltaico si trovino nelle principali regioni del Nord (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna). In virtù del minor irraggiamento solare, infatti, la resa di un impianto fotovoltaico nelle regioni settentrionali è mediamente inferiore del 30-40% rispetto a un’equivalente installazione a Sud. In altri termini, l’investimento per la produzione di energia da solare nel Mezzogiorno garantisce un ritorno maggiore per oltre un terzo che nel resto del Paese.
Se in passato l’industrializzazione italiana si è fatta a partire dal nucleo più profittevole di industrie localizzate in quello che è stato il triangolo industriale (Torino-Milano-Genova), oggi la medesima logica applicata al settore energetico dovrebbe portare a interventi prevalentemente localizzati nelle regioni del Sud. La flessibilità accordata da Bruxelles dovrebbe tradursi in investimenti pubblici nel Mezzogiorno, mirando alla realizzazione di poli di elevata specializzazione nella ricerca, nella progettazione e nella produzione di energia da fonti rinnovabili.
A titolo esemplificativo questi centri potrebbero sorgere: in Puglia, dove Politecnico di Bari e Università del Salento già dispongono delle migliori competenze italiane sull’eolico; in Sicilia, dove a Catania opera il Consorzio Interuniversitario Nazionale Energia e Sistemi Elettrici (EnSiEL) e la Gigafactory solare 3Sun, il maggior impianto europeo per la produzione di pannelli fotovoltaici ad alta prestazione; in Campania per sfruttare le ottime prospettive del geotermico nell’area fra i campi Flegrei e l’isola di Ischia; in Calabria dove si trova la maggiore centrale per la produzione di energia idroelettrica di tutto il Sud Italia (Timpagrande); senza per questo evidentemente escludere né programmi interoperativi né la collaborazione con altri centri di ricerca nazionale. Non ci sono più alibi per escludere il Mezzogiorno dal futuro industriale dell’Italia.
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