LE RIVOLTE E L’INCAPACITÀ DI GUARDARE OLTRE L’ORDINE POLITICO ESISTENTE da IL MANIFESTO
Le rivolte e l’incapacità di guardare oltre l’ordine politico esistente
Iain Chambers 27/10/2026
La bella stagione La classe dirigente europea dimostra di non essere all’altezza, restando la guardiana del benessere del capitale, anziché di quello della società
«Il mondo è nostro», una delle parole d’ordine della manifestazione nelle strade di Parigi – Foto Ap
Vetri rotti, bande incappucciate che scorrono per le strade del centro, giovani che protestano davanti alle loro scuole sfasciate, pensionati arrestati per aver contestato un genocidio in atto: siamo in Francia, in Italia, in Inghilterra?
Ovunque l’immagine consolidata della nazione vacilli e crolli, questi fenomeni ci invitano a riflettere sia sul contesto italiano, sia su una prospettiva più ampia: l’Europa. Nella prevedibilità della repressione istituzionale imposta a chi protesta contro la violenza coloniale praticata da Israele, i tagli al welfare e all’istruzione, il costo della vita e il drastico restringimento delle prospettive future, la violenza dello Stato, che si sta orientando verso un’economia di guerra contro minacce sia interne sia esterne, si mettono a nudo tutti i limiti di un registro politico ormai esaurito. Mentre la libertà di espressione viene confinata e si impone una narrazione unilaterale, possiamo davvero affermare di vivere in una democrazia?
Non si tratta di un appello nostalgico a uno stato delle cose che, apparentemente, abbiamo perso. Si tratta piuttosto di insistere sulla necessità di prendere sul serio il lessico della democrazia, dei diritti e della giustizia. Così, sul serio, da dover ammettere che ci troviamo tra le rovine di quel linguaggio, ormai intrappolati nelle sue ipocrisie.
Mentre studenti, ragazzi e ragazze di scuola, minacciosi «maranza», e camionisti, agricoltori e pescatori del Sud vengono elevati a nemici pubblici, lo Stato italiano e l’Ue stanno arrivando ai limiti osceni nel perseguire una guerra suicida nelle steppe dell’Ucraina, mentre fanno passare in silenzio il genocidio e la pulizia etnica che avvengono nel Mediterraneo orientale. Questo stato delle cose non è difendibile nemmeno nella prospettiva liberale più ristretta. Una certa egemonia si sta sgretolando. Stiamo finalmente giungendo a riconoscere l’urgente necessità di ricostruire le sue rovine in una configurazione politica diversa, in cui le questioni di giustizia – sia locali sia transnazionali – assumano un ruolo centrale.
Le vetrine rotte e i saccheggi urbani sono soltanto sintomi transitori di una crisi storica e strutturale. Che vengano rubati vestiti e scarpe dai prezzi esorbitanti (e poi distribuiti ai senzatetto) e che le autostrade vengano bloccate e i supermercati restino vuoti è un gesto anche politico che ci porta in una direzione che non dovrebbe essere indicata semplicemente dalla repressione della polizia e dei militari in piazza, ma dalla richiesta di un’altra politica. Di nuovo, come di fronte a Gaza, la classe dirigente europea dimostra di non essere all’altezza, restando semplicemente la guardiana del benessere del capitale, anziché di quello della società e delle sue richieste di giustizia. Di fronte alla kleptocrazia politica attuale, c’è una grande maggioranza sociale impoverita e inascoltata; questa storia non finirà bene.
Mentre qualche militante stagionato si lamenta della mancanza di un progetto politico e di un’organizzazione capace di indirizzare la volontà popolare, si apre un nuovo gioco. Qualsiasi partito di opposizione istituzionale si trova in difficoltà: manca il linguaggio, o meglio, la cultura, per interagire con i variegati attori sociali che rivendicano il diritto di essere soggetti storici. I politici condannano la violenza dei giovani, ipotizzando l’inserimento della malavita tra gli operai e una guerra ibrida gestita da Mosca, mentre, ovviamente, è lo Stato che esercita costantemente questo strumento in ogni ambito della vita quotidiana. I soggetti emersi in questi giorni non vogliono essere rappresentati, ma vogliono vedere riconosciuta l’autonomia delle loro richieste. Più che delegare ad altri i propri desideri, insistono perché i poteri esistenti si pieghino e rispondano a esigenze e domande che tali poteri rifiutano di riconoscere.
Abbiamo visto in questi giorni a Milano e in tante altre città, anche a Castel Volturno una delle capitali dei diritti offuscati dei migranti, una fluidità politica che sfida la rigidità della consueta rappresentanza. «Sii come l’acqua», per citare la frase taoista resa famosa da Bruce Lee. Forse, dalle generazioni più giovani possiamo imparare ad abbandonare le etichette ormai logore di «spontaneità», «violenza giovanile» e «anarchismo» e a cominciare a cogliere un altro aspetto dei linguaggi in circolazione, che alimentano un’intelligenza collettiva attraverso il networking, il glitching, l’hacking e le alleanze intersezionali, all’interno e all’esterno dell’ordine politico esistente. Da qui emergono anche prospettive insospettabili sul presente e sui possibili futuri.
Dai consueti tentativi di gestire la crisi – ancora legati alla logica aziendale che trasforma la politica in una succursale del capitale – emergono i rapporti ineguali che costituiscono il sociale e che non possono mai essere risolti restando su questi binari. Così, la situazione, rifiutando le analisi e le prospettive che richiedono l’ascolto delle voci non autorizzate, può essere soltanto repressa in modo antidemocratico, in una spirale di violenza istituzionale. Come sempre, si cerca di arrestare i processi storici in atto. Magari un’altra politica che riconosce questa cesura e, con essa, i propri limiti, sta aprendo orizzonti che richiedono sia un taglio strutturale sia un salto immaginario. Prima che sia troppo tardi.
L’Europa fuori rotta: l’austerità alla radice della rabbia
Gustavo Piga 27/101/2026
La bella stagione La carenza di democrazia nelle istituzioni europee le lascia in balia delle lobby, che dettano regole di funzionamento insensibili alle esigenze e sofferenze dei giovani
– Foto Getty Images
C’è un’Europa che esiste e resiste. Un’Europa che si prende le piazze per protestare civilmente. Protesta europea, dunque contro le istituzioni europee. E non potrebbe essere altrimenti, di fronte all’irrilevanza dei governi nazionali.
Governi che cambiano colore ogni cinque anni ma supinamente fanno quello che fecero i loro predecessori, dopo avere giurato in campagna elettorale che avrebbero cambiato tutto. E ripetono solo quanto chiesto loro dalla Commissione europea.
C’è eterogeneità in questa protesta comune. Se Albert Hirschman fosse ancora con noi ci avrebbe ricordato di «lealtà, defezione e protesta», le tre opzioni durante una crisi a disposizione dei cittadini. Mentre la Francia effettivamente protesta ad alta voce, l’Italia è per ora meno rumorosa, anche perché è con la defezione che hanno votato i 630mila giovani tra 18 e 34 anni che hanno lasciato il paese dal 2011 al 2024. In ambedue le nazioni, tuttavia, si erode la lealtà verso le istituzioni europee e questo specifico progetto dell’Unione europea pare sempre meno credibile. Anche perché la protesta non è solo dei giovani e degli studenti, come mostrano le piazze spagnole contro le politiche abitative o gli scaffali dei supermercati del sud d’Italia vuoti per la rabbia degli autotrasportatori.
Per cercare l’origine di questa protesta non dobbiamo andare troppo indietro nel tempo. È ovvio come si sia di fronte a una mancanza di opportunità e di protezione per le fasce più deboli e dinamiche della popolazione e che ciò sia dovuto a sua volta a una carenza di rappresentanza democratica da parte delle istituzioni europee, dove predominano forti lobby interne ed esterne all’Ue che richiedono regole di funzionamento insensibili alle esigenze e sofferenze. I giovani, loro, non sono più una lobby: l’elettore mediano in Italia nel 1960 aveva 31,2 anni, nel 2000 ne aveva 9 di più. Oggi, ci ha messo solo 25 anni a invecchiare di altri 9: ha 49 anni e detta politiche che non hanno nulla a che vedere con gli interessi dei giovani, che rispondono non andando a votare, in un circolo vizioso la cui unica eccezione, a conferma della regola, è stato il ruolo decisivo giocato per l’esito dell’ultimo referendum.
Che forma operativa assume questa rimozione di rappresentanza democratica? L’austerità, ovvero la disintermediazione delle istituzioni pubbliche a supporto dei più deboli. È inconcepibile essere giovani e leggere dal lessico di Bruxelles frasi come: «La spesa per la difesa dovrà essere stabilmente e strutturalmente più elevata»: essi ne comprendono bene il messaggio sotteso, e cioè maggiori tasse e soprattutto minore spesa sociale per i prossimi decenni, i loro decenni.
Ma non c’è bisogno di analisi del lessico, basta quella dei numeri. Prendiamo l’Italia, dove la pressione fiscale è salita in questi anni dal 41,6 al 43% senza mai averne discusso in parlamento: basta l’inflazione del 2022 e del 2026 a fare bottino pieno. Ma quello che è veramente impressionante è quello che sta avvenendo sul fronte della spesa pubblica, specie quella primaria. A guardarne il valore dal 2023 al 2026 leggiamo che è cresciuta di 27 miliardi. Pare tanto. Ma capiamo meglio. Vuol dire una crescita annuale dello 0,9% l’anno, circa 2,7% in totale. Peccato che l’inflazione nello stesso periodo sia stata dell’8%, generando una diminuzione reale della spesa di più del 5%. Se all’istruzione quest’anno vanno 57,9 miliardi, 375 milioni in più del 2025, ovvero lo 0,6% in più di euro, noi sappiamo che con un’inflazione del 3,3% abbiamo 2,7% in meno nel potere d’acquisto degli stipendi degli insegnanti o di denaro per mantenere le aule rispetto all’anno prima.
È questa l’austerità. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha termini più stemperati per dire la stessa cosa: «L’orientamento di bilancio si conferma restrittivo». Restrittivo, a causa di una «nuova» regola europea che dice che la spesa netta deve crescere di non più del 3% in euro. Nata per essere una regola con inflazione del 2%, garantendo quindi una crescita della spesa pubblica reale dell’1% (per comprare più Tac, più ambulanze o per premiare e stimolare professori e vigili del fuoco), con un’inflazione al 3,3% diventa un modo per imporre meno servizi pubblici alle classi sociali più bisognose. Se guardiamo alla «vecchia» regola, quella di aumentare costantemente la differenza tra tasse e spese, ebbene anche qui è chiaro il trend, il surplus primario raddoppia dallo 0,8% di Pil del 2025 all’1,6% del 2028. Bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga uguale a prima, avrebbe detto Tomasi di Lampedusa.
La scuola ha due nemici. Quello visibilissimo che spacca le vetrine, e per lui mandiamo 500 soldati. Ma contro quello invisibile, un singolo grumo di potere non eletto che si rialloca risorse a spese dell’Europa e del suo futuro, chi mandiamo?
Cominciamo da noi. Il 30 ottobre, per lo sciopero generale, gli andrà mandato contro un esercito di bandiere per le strade d’Italia che urli pacificamente non contro l’Unione ma contro questa Unione, per un’Europa veramente e finalmente al servizio della gente che soffre e che spera.
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