I RAGAZZI RIANIMANO LE PIAZZE: “VOGLIAMO UN FUTURO NON BOMBE” da IL FATTO e IL MANIFESTO
I ragazzi rianimano le piazze: “Vogliamo futuro, non bombe”
diVincenzo Bisbiglia e Ferruccio Sansa 17 Ottobre 2026
Manifestazioni. In migliaia da Nord a Sud contro il riarmo, i decreti scuola e i tetti agli stranieri tra i banchi. Scontri a Torino e Bologna: tre arrestati e 21 denunciati
Decine di cortei. Una sola grande manifestazione. Diffusa in tutta Italia. Ieri gli studenti hanno sfilato a Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Venezia, Verona, Padova, Cagliari. Centinaia di migliaia di ragazzi, ma anche scontri, 3 arrestati (rischiano il Daspo dalle manifestazioni), 21 denunciati.
Da una parte gli studenti, dall’altra le forze dell’ordine. In mezzo, è forse l’immagine simbolo, professori che hanno diviso i due “schieramenti”.
Tante piazze, dunque, e tante rivendicazioni. Quasi l’embrione di un manifesto: “Più risorse per i bisogni della gente, meno per le bombe sulla gente”, hanno urlato a Roma. Racchiude tutto: più risorse per scuola e welfare, meno per le armi. Ma anche la protesta contro il decreto scuola che prevede tetti agli stranieri. E solidarietà per la Palestina.
Certo, ci sono stati anche scontri, lanci di oggetti (Torino e Roma). Ci sono stati studenti perquisiti e caricati. Ma chi era in corteo giura: “La maggioranza delle manifestazioni era assolutamente pacifica”.
“No Meloni day”, era lo slogan anche a Torino. Racconta Marco Grimaldi (deputato Avs): “C’erano due cortei, uno degli studenti delle superiori che sono stati protagonisti di venti occupazioni e uno degli universitari con Friday For Future. Poi si sono riuniti”. Tensione? “Sì, ma non violenza. Hanno tenuto tutto sotto controllo. Ho visto sfilare ragazzi che vogliono un futuro migliore”. Vicino a Porta Susa si è arrivati a un passo dagli scontri. Ci sono stati, alla fine, in piazza Castello. Idranti, cariche, cassonetti rovesciati.
A Roma circa 5 mila studenti, in gran parte dei licei, hanno sfilato dall’Esquilino a viale Trastevere, sede del ministero dell’Istruzione. “Più aule, meno bombe”, lo slogan. Tensione in via Marmorata, dove un gruppo di incappucciati ha rovesciato cassonetti e lanciato petardi alla polizia, che non ha reagito. Lancio di oggetti e “bomboni” anche davanti al ministero, al grido di “Valditara esci dal palazzo”. I sindacati denunciano il ferimento di 18 agenti del reparto mobile.
A Milano il grido più forte è stato: “Nessuno è straniero”, contro le politiche del Governo sugli stranieri in classe. Erano almeno duemila i ragazzi, hanno sfilato senza incidenti. Tanti anche a Firenze, al grido “Se ci togliete il futuro, noi vi blocchiamo il presente”. A Genova migliaia hanno sfilato in via XX Settembre. C’è stato un lancio di uova contro immagini di Meloni e Valditara a testa in giù. Scontri a Verona: cassonetti in fiamme e 21 denunciati. Ma in tutte le piazze sentivi la frase che Luigi, 16 anni, ripeteva a Venezia: “Qui c’è rabbia, ma è legittima. I violenti sono pochi. Non riducete tutto ai cassonetti bruciati. Ascoltateci. Noi siamo i vostri figli”.
Tanti i commenti della politica: “Sono contenta quando c’è mobilitazione. Cosa diversa è la violenza… Chiedo alle forze politiche di fare un appello a che ci siano manifestazioni senza violenza”, ha detto Giorgia Meloni. Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, aggiunge: “Le forze di polizia hanno gestito le manifestazioni con fermezza e professionalità, anche davanti ad aggressioni e violenze”. Dall’altra parte Giuseppe Conte (M5S): “Meloni non dice nulla sulle emergenze che stanno esplodendo. Bisogna dare risposte alle proteste”.
Resteranno, di questa giornata, le immagini delle folle. Degli scontri. Dei professori tra manifestanti e polizia. E degli agenti sulla scalinata del ministero. Ricordano quelle di Valle Giulia a Roma, nel 1968. Ma ieri non si è vista quella violenza. Pierpaolo Pasolini allora scrisse ai manifestanti: “I poliziotti sono figli dei poveri”. Oggi i poveri rischiano di essere da una parte e dall’altra.
Il mondo che gli adulti non vedono
Leonardo Tondelli 17/10/2026
Italia in ebollizione L’attenzione degli adulti si è spostata altrove, ma gli studenti nelle scuole ci vivono tutti i giorni
Teppisti. La reazione del ministro Valditara alle manifestazioni studentesche di ieri non si è fatta attendere, e rispetta il manuale di base della comunicazione governativa. Quando la mobilitazione è spontanea, quando è impossibile individuare la regia di qualche adulto importante, qualche cattivo maestro su cui puntare il dito… non resta che infilare lo stesso dito nella solita piaga.
I vandali, i casseur: non importa quanto siano minoritari persino nei cortei degli studenti. Bastano cinque felpe nere in un corteo per dare al governo tutto quello di cui ha bisogno. Qualche danno qua e là sarà stato commesso, qualche bomba carta qualcuno l’avrà lanciata, e quando il fumo si dirada c’è sempre un ragazzino rimasto indietro da arrestare: si potrà anche stavolta raccontare che la manifestazione è tutta qui.
Ma potrebbe essere un errore più grave del solito. È in effetti abbastanza curioso come questo 16 ottobre nessuno lo abbia visto davvero arrivare, a sinistra come a destra. In fondo le manifestazioni studentesche hanno un ritmo stagionale – e il malcontento dei giovani dovrebbe essere un dato acquisito. Soprattutto le notizie dalla Francia potevano farci immaginare che presto o tardi anche le scuole italiane avrebbero iniziato a vibrare per simpatia con quelle d’Oltralpe.
Le scuole del resto sono gli stessi edifici fatiscenti di cui ci stavamo lamentando ai tempi del Covid: benché negli anni successivi siano entrati nel cono d’ombra da cui uscivano soltanto in occasione delle periodiche sparate del ministro. Alla retorica sui banchi a rotelle è subentrata quella sui metal detector, o su impianti di aria condizionata che ancora un mese fa sembravano importantissimi e poi con le prime nebbie abbiamo smesso di parlarne (del resto non è chiaro con che energia li potremmo far funzionare). Soldi ne sarebbero anche arrivati, col Pnrr: tutti investiti in strumenti tecnologici che invecchiano velocissimamente, costringendo gli insegnanti, dopo i soliti corsi sulla buzzword del momento (l’Intelligenza Artificiale!) a riscoprire la lavagna di ardesia e i compiti in classe scritti con la penna a sfera.
Nel frattempo l’attenzione degli adulti si è spostata altrove, ma gli studenti in quelle scuole ci vivono tutti i giorni.
E così eccoci arrivati a un autunno molto più caldo del previsto, con studenti in piazza senza che nessuno gliel’abbia chiesto. I sindacati presi di sorpresa, i politici completamente distratti dalle stucchevoli schermaglie pre-elettorali.
Allora forse la vera notizia è questa: tra adulti e studenti si sta rialzando un muro che sembrava completamente sgretolato già trent’anni fa, quando generazioni diverse partecipavano senza grandi difficoltà alle manifestazioni antiglobaliste condividendo linguaggi e obiettivi.
Oggi questa condivisione non c’è più: gli adulti che continuano a leggere i giornali nazionali o a dare un’occhiata in tv ai talk politici rimangono risucchiati in un dibattito autoreferenziale; nel frattempo i giovani scoprono quel che succede in Francia attraverso Tiktok e Instagram – lenti distortissime e appannate, ma dall’altra parte almeno c’è il mondo.
Gli studenti del resto non sono che la punta dell’iceberg – o se preferite, il canarino nella miniera. Tra le loro priorità, accanto alle più prevedibili – la Palestina, l’emergenza climatica, la pace – comincia a comparire una parola che non avevamo mai associato agli adolescenti: il carovita. Del resto il prezzo al gasolio è alle stelle, e accanto agli studenti potrebbero nei prossimi giorni muoversi i più imprevedibili fiancheggiatori: i camionisti.
Potrebbe veramente essere l’inizio di un nuovo tipo di mobilitazioni, più vicino al modello francese: slegato dai partiti e fomentato da rivendicazioni di categoria. Dietro una calma apparente, l’Italia è in ebollizione, e i partiti non sembrano in grado né di controllare né di capire cosa sta per succedere. Se poi qualcosa succederà, i primi a pagare saranno i giovani in piazza: è una lezione che abbiamo imparato sulla nostra pelle venticinque anni fa.
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