L’EROSIONE SISTEMATICA E STRUTTURALE DELLA BASE IMPONIBILE DELL’IRPEF NON È UNA BUONA NOTIZIA da ALTRECONOMIA, IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’EROSIONE SISTEMATICA E STRUTTURALE DELLA BASE IMPONIBILE DELL’IRPEF NON È UNA BUONA NOTIZIA da ALTRECONOMIA, IL MANIFESTO e IL FATTO

L’erosione sistematica e strutturale della base imponibile dell’Irpef non è una buona notizia

 Alessandro Volpi — 5 Ottobre 2026

Il gettito derivante dalle imposte sostitutive dell’Imposta sul reddito delle persone fisiche è cresciuto di tanto, passando dallo storico bacino di 8-10 miliardi di euro all’anno a un picco prossimo ai 18 miliardi. Successo di cassa? No, è un’impennata apparente che cela una grave perdita di gettito potenziale per le casse dello Stato. Il principio di equità fiscale e progressività sancito dalla Costituzione è spezzato. L’analisi di Alessandro Volpi

Poco meno del 19% dei contribuenti italiani paga il 65% dell’intera Imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef). Si tratta di coloro che hanno un reddito lordo superiore ai 35mila euro annui. È evidente che si tratta di un dato non sostenibile perché significa che solo quel 19% scarso versa più di quanto riceva dallo Stato in termini di servizi complessivi e dunque contribuisce a pagare per tutti gli altri.

Su questo tema si potrebbero fare molte considerazioni. Mi limito qui a esporne una che mi pare decisamente rilevante perché è una chiara sconfitta dell’interesse pubblico. L’andamento recente del gettito derivante dalle imposte sostitutive dell’Irpef ha mostrato una crescita imponente, passando dallo storico bacino di 8-10 miliardi di euro all’anno a un picco vicino ai 18 miliardi. Questa apparente impennata, celebrata come un successo di cassa, cela in realtà una strutturale e profonda perdita di gettito potenziale per le casse dello Stato, determinata dalla progressiva sostituzione del modello di tassazione progressiva con regimi sostitutivi a flat tax e sanatorie straordinarie.

La causa scatenante di questo picco finanziario risiede principalmente nell’introduzione del “concordato preventivo” biennale per le partite Iva e gli autonomi, unito al relativo ravvedimento speciale per gli anni dal 2019 al 2023. Attraverso questo meccanismo, i contribuenti che aderiscono al concordato beneficiano di un’imposta sostitutiva fortemente agevolata, con aliquote ridotte tra il 10% e il 15%, applicata esclusivamente sulla quota di reddito incrementale rispetto all’anno precedente.

Il vero costo per l’Erario, e dunque per la collettività, emerge nel momento in cui si confronta questo prelievo agevolato con l’imposta ordinaria: in un regime Irpef progressivo -secondo quanto previsto dalla Costituzione all’articolo 53- quel medesimo extra-reddito verrebbe tassato con le aliquote marginali ordinarie che raggiungono rapidamente il 35% o il 43%, senza contare l’impatto delle addizionali regionali e comunali. Di conseguenza, per ogni quota di maggior reddito emerso, lo Stato rinuncia a una porzione consistente di prelievo fiscale, concedendo uno sconto d’imposta che varia dal 20% al 30% rispetto alla tassazione ordinaria e ai contribuenti a cui il prelievo è effettuato alla fonte.

Questa perdita di gettito potenziale risulta ancora più evidente e marcata se si analizza l’impatto del cosiddetto ravvedimento speciale. Per incentivare l’adesione al Concordato, il legislatore ha concesso la possibilità di sanare cinque annualità di dichiarazioni passate mediante il versamento di un’imposta sostitutiva calcolata su basi imponibili notevolmente ridotte e, soprattutto, con il totale abbattimento delle sanzioni amministrative e degli interessi. Nel regime ordinario, le sanzioni per infedele dichiarazione variano dal 70% al 135% della maggiore imposta dovuta. Sanando cinque anni di irregolarità con un’imposta sostitutiva minima e priva di sanzioni, l’Erario incassa una liquidità immediata di circa 10-12 miliardi, ma contestualmente rinuncia a un ammontare potenziale di sanzioni e maggiori imposte accertabili stimato tra gli otto e i 12 miliardi di euro. In pratica hanno vinto gli evasori.

L’incasso immediato di oggi si traduce infatti in un’enorme rinuncia alle pretese fiscali di domani, blindata dalla contestuale preclusione per legge di ogni futuro accertamento analitico su quelle annualità. Il fenomeno non si limita tuttavia alle sole misure straordinarie per le partite Iva ma rispecchia un’erosione sistematica e strutturale della base imponibile dell’Irpef a favore di regimi sostitutivi permanenti. Il Regime forfettario per gli autonomi, ad esempio, applicando un’aliquota secca al 15% o al 5%, sottrae ogni anno miliardi di euro alla progressività dell’Irpef, generando un minor gettito potenziale annuo valutato dall’Ufficio parlamentare di bilancio tra i quattro e i cinque miliardi di euro.

Analogamente, la cedolare secca sugli affitti sostituisce la tassazione ordinaria sui redditi da locazione con un’imposta flat al 21% o al 10%, causando un’ulteriore perdita di gettito potenziale pari a circa 2,5-3 miliardi all’anno rispetto a quanto l’Erario incasserebbe se tali redditi concorressero al reddito complessivo Irpef dei proprietari. L’argomento spesso sollevato per giustificare tali scelte fa leva sulla certezza dell’incasso e sulla prevenzione dell’evasione fiscale, secondo la logica per cui un’imposta bassa viene pagata subito mentre un’imposta alta rischia di alimentare il sommerso o finire in contenziosi infiniti.

In realtà, in termini più chiari, lo Stato ha deciso che gli evasori decidessero quanto versare. Il balzo del gettito delle imposte sostitutive a 18 miliardi di euro non rappresenta così la monetizzazione svenduta del credito fiscale dello Stato: l’Erario ha accettato di incassare subito una somma inferiore in cambio della rinuncia definitiva a un gettito potenziale di gran lunga superiore, alterando peraltro il principio di equità fiscale e progressività sancito dalla Costituzione. Di questo, penso, dovrebbe occuparsi la politica.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento. Il suo ultimo libro con noi è “Nelle mani dei fondi” (Altreconomia, 2024)


Far pagare di più i ricchi è giusto, ma non basta a rendere il fisco equo

Giacomo Gabbuti  09/10/2026

Tasse Bene la patrimoniale, il grafico di Zucman però dice anche che in Italia la grande maggioranza dei contribuenti paga un’aliquota del 50% sui propri modesti redditi

Illustrazione –

C’è un grafico che illustra meglio di qualsiasi altra cosa la condizione del nostro fisco. L’ha reso popolare Gabriel Zucman, l’economista francese paladino, non solo nel suo paese, dell’imposta patrimoniale. Mostra una cosa relativamente semplice: la percentuale di tasse pagate dai cittadini – dal dieci per cento più povero, fino ai miliardari – rispetto al proprio reddito totale. Grazie agli economisti Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro, l’Italia è tra i paesi per cui questo dato è disponibile – e con esso, l’interpretazione assai poco allegra. Sommati tutti i prelievi (Irpef, Iva…), i più ricchi pagano meno tasse degli altri, nel nostro paese come in Olanda, Francia e Usa. È vero per l’1% più ricco, e ancor di più per lo 0.1, 0.01, fino ai multimiliardari.

LA PRIMA LEZIONE del grafico dovrebbe essere ovvia: per riequilibrare questa ingiustizia servono nuove tasse sui ricchi. Zucman stesso avanza una imposta «minima», da far pagare ai miliardari che non raggiungono una tassazione in linea con il resto delle contribuenti: in Italia, Oxfam ha raccolto un ampio consenso tra la ricerca e società civile su una proposta «minima», applicata allo 0.1% più ricco (50mila persone, con un patrimonio di almeno 5.4 milioni).

La seconda lezione, invece, è assai meno ovvia a sinistra. Accanto a un 8% di italiani ricchi che paga meno – e di molto: l’aliquota effettiva stimata per i miliardari è appena meno del 20% – c’è una larghissima maggioranza – almeno il 70, 75% delle contribuenti – che sui propri (modesti) redditi paga oltre il 50% di tasse. Valori più alti persino di quelli francesi – dove quantità e qualità dei servizi pubblici è ben diversa.

QUESTO GRAFICO aiuta a leggere la proposta di «Restituzione fiscale», presentata da Avs e di cui ha parlato il manifesto recentemente. Da un lato, si propone l’introduzione di un’imposta patrimoniale – sostanzialmente in linea con quella di Oxfam, nelle soglie e nell’obiettivo di circa 15 miliardi di gettito. Al contempo, il pacchetto fiscale presentato redatto da Alessandro Maffei, dottorando a SciencePo, e Massimo Amato, professore alla Bocconi, prevede una «rivoluzione» dell’Irpef. Ai tre scaglioni attuali si propone di sostituire una funzione continua, sul modello danese, che porta ad aumenti lievemente progressivi all’aumentare dei redditi. Aldilà della passione degli economisti per la misura, un’aliquota continua ha implicazioni importanti in periodi di alta inflazione, dove un aumento salariale, anche minore a questa, può portare a superare uno scaglione, portando a una riduzione del reddito reale. Ma il dato che più ha attirato attenzione e critiche è che la nuova Irpef sarebbe più bassa per chiunque dichiari meno di 90mila euro lordi, molto più bassa per i ceti più poveri, con un taglio di 22 miliardi.

LE CRITICHE si sono concentrate su questa cifra – perché tagliare così tanto? La stessa operazione si potrebbe fare anche a parità di gettito – e sulla modalità di presentarla: «- tasse /+ salario». Indubbiamente, può veicolare l’idea che le tasse vadano abbassate a chiunque e che il salario si alzi tagliandole, non facendo pagare di più le imprese.

Pur condividendo entrambe le critiche, la proposta ha elementi di grande merito. Dopo anni di flat tax, è importante ribadire che c’è chi deve pagare di più, ma anche che ci paga troppo rispetto a redditi già bassi paghi meno; che si sposti il peso del fisco dal salario ai profitti e alle rendite, oltre che dai redditi alla ricchezza. Da questo punto di vista, la proposta si può migliorare proprio riportando dentro l’Irpef quei redditi – profitti, rendite, lavoro autonomo – che oggi non la pagano. Altrimenti, la nuova aliquota continua si applicherà, come ora, ai soli redditi da lavoro e pensione: pagheranno di più i ricchi dirigenti pubblici e privati, ma chi guadagna tanto dalle proprie società, titoli e immobili continuerà a pagare poco (salvo rientrare nella patrimoniale).

Anziché cedere alla retorica del «meno tasse per tutti», la proposta ribadisce che le tasse non sono belle in quanto tali, ma quando sono progressive, colpiscono la rendita e magari finanziano spesa pubblica che migliora la vita delle persone. Per liberarci davvero dell’ideologia neoliberale dobbiamo smettere di illuderci che il fisco da solo possa alzare i salari e migliorare le nostre vite. Oltre a misure che migliorino le retribuzioni e la capacità di contrattarle, come il salario minimo, è necessario parlare della spesa pubblica necessaria a creare di nuovo lavoro di qualità.

Partendo dai servizi pubblici essenziali, e da politiche industriali che orientino con urgenza ciò che resta della capacità manifatturiera italiana verso la decarbonizzazione e la transizione ecologica.

Pensionati Siamo tra i più tartassati d’Europa: restituiteci quanto rubato

GIUSEPPE SORRENTINO  09/10/2026

Scrivo come pensionato del ceto medio, uno di quei cittadini che ha lavorato 40 anni, pagato contributi interi e tasse fino all’ultimo euro, senza mai evadere nulla. Come denunciato pubblicamente dalla dott.ssa Milena Gabanelli (Dataroom), un pensionato da circa 1.900 euro netti mensili dal 2012 al 2022 ha perso ben 22.000 euro, e dal 2023 al 2025 ha perso altri 14.500 euro. Totale: 36.500 euro sottratti dalle nostre tasche. Tutto questo è avvenuto con 15 leggi approvate dai governi succedutisi che hanno sistematicamente bloccato o ridotto la rivalutazione delle pensioni rispetto all’inflazione Istat. Per un lavoratore dipendente esiste il rinnovo contrattuale. Per un pensionato No. L’unico strumento per mantenere lo stesso potere d’acquisto è la perequazione automatica al 100% dell’inflazione. Togliendocela, ci avete condannato a un impoverimento lento, certo e irreversibile. A questo sopruso si aggiunge una seconda vergogna tutta italiana: la tassazione Irpef sulla pensione e poi con il Fiscal Drag. In tutta Europa la rendita pensionistica è considerata diversa dal reddito da lavoro e gode di aliquote molto più basse, proprio perché il pensionato non ha più alcuna possibilità di aumentare il proprio reddito. In Italia invece la pensione viene tassata con le stesse aliquote draconiane del lavoro dipendente, con addizionali regionali e comunali. Siamo tra i pensionati più tassati d’Europa, dopo aver già pagato i contributi per una vita intera. È una doppia imposizione morale: prima ci bloccate la rivalutazione, poi ci tassate pesantemente quel poco che resta. Non chiediamo privilegi. Chiediamo giustizia: non è accettabile che proprio il ceto medio, quello che ha sempre sostenuto lo Stato, venga trattato come un bancomat a cui attingere ogni volta che servono coperture. Chiedo quindi: 1) Il ripristino della rivalutazione al 100% dell’indice Istat per le pensioni del ceto medio; 2) Un piano pluriennale di recupero, anche modesto ma concreto, di quanto prelevato con quelle 15 leggi ingiuste; 3) Una riforma fiscale che distingua la pensione dal reddito da lavoro, con aliquote Irpef ridotte come nel resto d’Europa; 4) L’impegno a non approvare più alcuna nuova stretta sulla perequazione .

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