RIFORMA VALDITARA E PNRR: COSÌ SI SVUOTA LA SCUOLA PUBBLICA PER SERVIRE IL MERCATO da ANTIDIPLOMATICO
Riforma Valditara e PNRR: così si svuota la scuola pubblica per servire il mercato
Federico Giusti 07/09/2026
È stato da poco pubblicato il dossier di Save the Children Attraversamenti. La formazione tecnica e professionale: tra percorsi di riforma, equità e orientamento, dedicato alla riforma degli istituti tecnici: un intervento destinato a trasformarli, nei fatti, in scuole professionali. Lo raccontano bene, pur con sfumature e contenuti diversi, i sindacati di base e la Flc Cgil (nel fascicolo La conoscenza in movimento 2026/2027).
La riforma ideata dal ministro Valditara potrà essere rallentata, ma non fermata ai soli tavoli sindacali. Per bloccarla servono rapporti di forza ben diversi da quelli attuali, che vedono i lavoratori della scuola isolati e soccombenti. Questo progetto punta al sodo: stravolgere la didattica per rendere la scuola del tutto subalterna al mondo produttivo.
Proprio in questi giorni alcuni sindacati — gli stessi che hanno guadagnato consensi promuovendo innumerevoli cause pilota — hanno espresso un giudizio blando e accondiscendente verso l’operato del Ministero. Ha poco senso, ad esempio, che l’Anief condivida la critica alla frammentazione disciplinare senza ammettere che a produrla è proprio la riforma Valditara. Parlare di interdisciplinarietà e dimensione laboratoriale suona come un insulto per le tante scuole costrette ad autotassarsi persino per comprare la carta igienica. Siamo alle solite: quando mancano argomenti per giustificare l’ingiustificabile, si ricorre alla retorica dell’innovazione pedagogica.
Siamo di fronte allo stravolgimento delle classi di concorso, all’aumento del lavoro non retribuito e alla riduzione delle ore di insegnamento effettivo. In questi anni il mondo della scuola ha dormito sugli allori. Valditara passa con la ruspa approfittando di un settore che ha da troppo tempo abbandonato ogni riflessione approfondita sul modello educativo, affidandosi a litigi sindacali per questioni meramente corporative o individuali. I “sindacati della consulenza” fotografano ormai la crisi di un comparto incapace di mobilitarsi persino davanti a minacce reali, capaci di distruggere la didattica, i posti di lavoro e l’essenza stessa dell’istruzione inclusiva. Dovremmo aprire un dibattito urgente sulle linee guida e sulla riscrittura dei manuali: la spinta al militarismo nasce anche dalla revisione dei libri di testo e dalla rivisitazione della “storia patria”, come evidenziato anche dal recente numero della rivista Domino.
A nostro giudizio, bisognerebbe partire dalle missioni del PNRR per capire quali e quanti obiettivi siano stati realmente raggiunti. L’impressione è che il Piano sia stato volutamente riscritto nel tempo per assecondare le direttive UE da un lato e i processi di privatizzazione del sapere dall’altro. In caso contrario, si sarebbero costruiti più asili nido, affidandoli alla gestione diretta degli enti locali e inserendoli nel comparto della Pubblica Istruzione (mentre oggi restano servizi a domanda individuale).
Per mesi si è raccontato di voler supportare l’occupazione femminile e ridurre le disuguaglianze. Peccato che la copertura dei posti negli asili nido per la fascia 0-6 anni sia ancora tra le più basse d’Europa. Anche le sbandierate digitalizzazioni si sono rivelate un fallimento: trasformare le aule tradizionali in laboratori o open space presuppone investimenti reali, l’esatto contrario di ciò che si sta facendo. Di fronte a cambiamenti climatici sempre più evidenti, molti plessi ricostruiti sono ancora privi di condizionatori. Ad oggi non è dato sapere quante mense e palestre verranno effettivamente aggiunte, né quante strutture saranno oggetto di interventi significativi. Di certo a nessuno è venuto in mente di garantire l’apertura degli istituti oltre il canonico orario scolastico per attività pomeridiane, sociali o ricreative. Per questi obiettivi non sono stati stanziati i fondi necessari, né è stato assunto il personale educativo e ATA indispensabile.
Se il prolungamento dell’orario scolastico resta una chimera, anche i divari territoriali non sono stati minimamente abbattuti. Forse per insegnare le lingue e le materie STEM si sta aspettando qualche convegno organizzato da fondazioni private e aziende produttrici di armi? E per quanto riguarda la tanto auspicata innovazione dei percorsi formativi dei docenti tramite l’alfabetizzazione digitale, nel migliore dei casi ci si caverà d’impaccio con il Bonus Carta del Docente e l’acquisto di un PC ogni quattro anni.
Il passaggio da cinque a quattro anni per gli istituti tecnici pone enormi problemi: imporrebbe una riflessione seria sulle cattedre in esubero, sulla qualità del percorso formativo, sui programmi didattici e sui tagli alle discipline di base e umanistiche. A conferma del palese insuccesso della “scuola tecnica” di Valditara, il modello 4+2 in un anno ha visto crescere le domande di appena l’1,9% dei nuovi iscritti: poche centinaia di studenti che hanno optato per il nuovo percorso (spesso a seguito di forti pressioni da parte di presidi e docenti). Il nostro Paese — come ricorda Save the Children — è alle prese con una dispersione scolastica ancora drammatica e con disuguaglianze sociali e geografiche in aumento: nelle Isole e al Sud la dispersione resta il doppio rispetto al Centro-Nord.
Una scuola meno inclusiva, con orari ridotti e priva di spazi per attività pomeridiane, non farà che accentuare queste spaccature, creando cittadini di serie A e di serie B. Le imprese lamentano di non trovare profili tecnici? Bisognerebbe chiedersi cosa abbiano fatto in questi anni per favorire la formazione. Si danno numeri a caso — come il milione di posti disponibili — dimenticando che basta una crisi energetica o geopolitica per stravolgere le previsioni economiche. Il vero nodo resta legato ai bassi salari, ai lavori dequalificati e alla mancanza di investimenti privati in ricerca e sviluppo. Pensare che la scuola debba farsi carico di risolvere i problemi strutturali delle imprese è un autentico azzardo. La vera scuola inclusiva era quella che aumentava le ore di lezione e teneva i plessi aperti al pomeriggio: l’esatto opposto del modello classista di Valditara.
L’obiettivo del Governo è davvero reperire manodopera specializzata? È lecito dubitarne, dato che non esiste alcun obbligo formativo per le aziende, le quali continuano a scaricare l’onere della formazione sulla scuola pubblica. Inoltre, far durare gli istituti tecnici 4 anni non favorirà l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, specialmente quando il mercato richiede profili con anni di esperienza già consolidata.
Costringere ragazzi di appena 14 anni a compiere scelte scolastiche rigide e professionalizzanti ipoteca il loro futuro, privandoli di un percorso di crescita culturale strutturato. La scuola classista è proprio quella che impone scelte precoci a un’età in cui, soprattutto se si proviene da contesti socio-culturali svantaggiati, non si possiedono gli strumenti per valutare al meglio. Inoltre, chi arriverà al quarto anno non è detto che prosegua per i due anni successivi negli ITS: sminuendo il valore dell’istruzione e riducendone la durata, si otterranno unicamente risultati deludenti.
Federico Giusti nasce a Pisa nel 1966, si laurea in letteratura italiana e subito dopo inizia a lavorare come precario per poi entrare in Comune nel 1999.
Delegato sindacale prima dei Cobas e oggi della Cub è stato attivo nei movimenti studenteschi e per il diritto all’abitare Oggi fa parte dell’ufficio stampa dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università, ha dato vita a un gruppo di studio con Emiliano Gentili e Stefano Macera ed è tra gli animatori di Radio Grad. E’ sposato con figli e nipoti.
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