DALL’”EDITTO BULGARO” AQUELLO DI MELONI, LA VITTIMA È RANUCCI
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DALL'”EDITTO BULGARO” AQUELLO DI MELONI, LA VITTIMA È RANUCCI

Dall’“editto bulgaro” a quello di Meloni, la vittima è Ranucci                     

Giovanni Valentini  29 Agosto 2026

“La politicizzazione della Tv italiana è un tratto che l’attraversa tutta, sia nel comparto pubblico che in quello privato”.
(da La democrazia non è un talk show di Giandomenico Crapis, Baldini+Castoldi, 2025)

Da Berlusconi a Meloni, la rima non cambia. E neppure l’occupazione manu militari della Rai da parte della politica. Dal cosiddetto “editto bulgaro” con cui l’allora presidente del Consiglio nel 2002 denunciò da Sofia un presunto “uso criminoso” della Rai, chiedendo la rimozione di Biagi, Santoro e Luttazzi, passiamo oggi all’editto Meloni (il conio è dell’ex presidente della commissione di Vigilanza, Barbara Floridia) con cui l’attuale premier ha preteso la rimozione di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report. Solo che in questo caso non si parla, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, di “uso criminoso”: forse perché qui l’unico ad aver subito un delitto è proprio Ranucci, obiettivo di un attentato di cui la magistratura inquirente lo ritiene “vittima inconsapevole”. E il fatto stesso che non siano state fornite motivazioni formali di questa scellerata decisione testimonia la prepotenza e l’arroganza di un potere autoritario e repressivo. Dalla solidarietà pelosa che fu manifestata al giornalista subito dopo quell’oscuro episodio, siamo arrivati al benservito ingiustificato e infondato.

Di che cosa sarebbe colpevole, secondo la Rai, l’incolpevole Ranucci? Di aver frequentato il faccendiere Valter Lavitola, considerato il mandante dell’attentato ai suoi danni? Di aver coltivato rapporti confidenziali con lui, per utilizzarlo come fonte di informazioni riservate? O piuttosto, di aver sfidato la casta con le inchieste incalzanti della sua trasmissione, sgradite al presidente del Senato La Russa o all’ex ministra Santanchè? Al momento, non è dato sapere. Ma chiunque può farsi un’idea da sé.

La verità è che Ranucci e la redazione di Report pagano un prezzo per aver difeso la propria indipendenza professionale, il giornalismo televisivo d’inchiesta e in definitiva l’immagine e la funzione del servizio pubblico. Ma è tanto più grave che tutto ciò avvenga mentre è in vigore il Media Freedom Act, il Regolamento approvato dal Parlamento europeo per tutelare l’autonomia dei mass media, e in particolare di quelli pubblici, proprio dalla politica. In questo senso, la rimozione di Ranucci diventa anche una sfida all’Unione che viene così tradita platealmente su un principio costitutivo come la libertà di stampa che appartiene alla sua storia, alla sua tradizione culturale e civile.

Qualche aedo di regime dirà magari che è sempre stato così; che la Rai dipende da chi governa; che una volta l’editore era la vecchia Dc; che poi la sinistra ha preso l’egemonia e che oggi questa viene sostituita dalla nuova “narrazione” della destra. Come se fosse un passaggio di consegne all’interno di un’azienda privata o un cambio alla direzione di un qualsiasi giornale. Ma sta di fatto che la lottizzazione della tv di Stato è un’anomalia cronica che era e rimane inaccettabile.

Eppure, l’informazione è il core business del servizio pubblico radiotelevisivo, la sua stessa ragion d’essere. Senza la quale perde la propria legittimazione istituzionale insieme a quella del canone d’abbonamento. Ma a sua volta un’informazione senza giornalismo d’inchiesta, senza la facoltà e la capacità di investigare nei confronti del potere svolgendo appunto un ruolo di contropotere, nel senso di controllo del potere, si riduce a “pratica dell’ossequio” e a propaganda di parte. I cittadini telespettatori devono sapere, però, che qui non è in gioco soltanto la sorte di un conduttore o di una trasmissione. Bensì di un valore fondante della democrazia come la libertà d’informare e di essere informati.

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