LA MOSSA DEL CAVALLO CHE NON ARRIVA da LA FIONDA e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA MOSSA DEL CAVALLO CHE NON ARRIVA da LA FIONDA e IL FATTO

La mossa del cavallo che non arriva


Salvatore Bianco   23/07/2026

Non c’è verso: l’intervista al Foglio della segretaria del PD è disarmante. Non c’è la forza intellettuale e, prima ancora, spirituale di uscire con una “mossa del cavallo” dall’angolo in cui ci siamo cacciati, come auspicava Vittorio Foa un’era geologica fa. Potrebbe suonare irrituale, quasi blasfemo, nel bel mezzo della tempesta perfetta, ma forse un primo bilancio critico, severo, è possibile farlo, dall’avvio della guerra mondiale a pezzi.

Dopo l’anno spartiacque del 2022 il pensiero critico si è esercitato e si è messo all’opera, proponendo, con interventi e articoli sempre più incisivi, possibili passi avanti e vie di fuga. Ma non c’è stato verso: il sistema della guerra e la propaganda bellicista di accompagnamento non hanno voluto sentire ragioni; anzi, fanno perno proprio su quel dissenso sempre più strutturato per dilagare. Quando qualcosa, dalle catacombe della controinformazione, penetra nel mondo di sopra, le reazioni risultano sempre sprezzanti. Lorsignori hanno sentenziato: troppa Cina, troppa Russia, troppo europeismo in stile Ostpolitik anni Sessanta; l’anomalia spagnola, pur con tutte le sue contraddizioni (si vedano le posizioni sul conflitto in Ucraina), non è una vera alternativa, ecc. ecc.

Galli, Preterossi, Caracciolo e qualche altro autentico volenteroso non smettono di mettere in guardia, ritagliandosi il ruolo, non proprio piacevole, di Cassandra. Dicono cose di buon senso e non di senso comune. Ma la leadership politica, come ampiamente mostra la lunga intervista della Schlein al Foglio, nella quale non si citano mai l’Iran e il governo israeliano, è ferma all’occidentalismo (che poi produce l’orientalismo, come aveva denunciato profeticamente il grande Edward Said), fiancheggiatore, più o meno, dei Democratici americani per default. E una minoranza, quasi per riflesso pavloviano, viceversa punta tutto temerariamente sulla Russia: una follia anche questa, naturalmente.

Che fare, dunque? Sicuramente non smettere di pensare criticamente, nel suo significato etimologico di «sospensione degli automatismi», nel caso di specie delle coazioni a ripetere proprie delle logiche di sviluppo intrinseche alla guerra. Non c’è dubbio alcuno che, se intendiamo contrastare quei «fenomeni morbosi» che paiono sovrastarci, occorra credere nella forza materiale delle idee che, in quanto possibilità, esigono, come ammoniva Leibniz, di esistere.

La padella e la brace

Marco Travaglio  26 Luglio 2026

Quando un politico vuol mandare un messaggio ai poteri marci senza farlo sapere in giro, li chiama aumma aumma o, se non ha il numero, dà un’intervista al Foglio. Che, essendo un organo clandestino, non rischia di essere letto dalla gente normale. È ciò che ha fatto la Schlein: carezze a Draghi che, perse le speranze nella Meloni, si sente spesso con lei; garanzie al partito delle armi e della guerra eterna (quella in Ucraina può finire solo con una “pace giusta dal punto di vista di Kiev” e “l’isolamento di Putin”, cioè mai finché sarà vivo un solo ucraino); silenzi parlanti sui crimini di Usa e Israele da Gaza alla Cisgiordania, dall’Iran al Libano alla Siria (non una sillaba neppure su Netanyahu e Trump). Queste parole e omissioni non sono sfuggite ai movimenti per la pace, che s’interrogano angosciati sull’invotabilità dei progressisti a trazione Pd e sull’abbraccio mortale che il Melonellum imporrà a M5S e Avs, costretti a coalizzarsi per battere le destre e poi sostituirle con una copia sbiadita. Prospettiva che terrebbe a casa tanti giovani e astensionisti in bilico, disgustati dall’unica alternativa possibile: quella fra la padella e la brace.

Sarebbe interessante sentire la sinistra del Pd, decisiva nel 2023 per l’elezione di Elly. Bettini, su guerra, riarmo e babau russo, ha già dato ragione a Conte, e così il flotillero Scotto. Bersani domanda se armare Kiev a oltranza, senza proposte realistiche di compromesso che partano dal campo di battaglia, “serva a tenere in piedi l’Ucraina o la guerra”. Ma tutti gli altri tacciono, forse per paura di non essere rinominati (le liste bloccate piacciono pure al Pd). O acconsentono, come Taruffi e Provenzano, che chiedono financo di prendere i prestiti Safe per il riarmo, scavalcando la Meloni che li respinge. Siccome questa non è una questione qualunque, ma “la” questione che ipoteca il futuro nostro e dei nostri figli, visto che il riarmo prosciugherà ogni risorsa per decenni impedendo di trovare un solo euro in più per sanità, scuola, ricerca, salari e investimenti, sarebbe gradita una parole chiara da tutti i big del Pd. A meno che non parli per loro una delle analiste più ascoltate in casa dem e in tv: Nathalie Tocci, nominata da Gualtieri in Acea, che ha appena lanciato sull’Economist un’idea geniale per convertire “gli europei a una mentalità di guerra”: “Mettere truppe sul campo non aiuterebbe l’Ucraina, ma potrebbe aiutare l’Europa a trovare lo stomaco per la guerra… Schierarle ora, prima di un ipotetico cessate il fuoco, potrebbe recare beneficio all’Europa, incoraggiando i cittadini a sviluppare un’attitudine mentale che li preparerebbe meglio alla guerra”. A proposito di stomaci: se la linea è questa, la brace può essere persino più vomitevole della padella.

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