UN ATTACCO ALLA RADICE DEL PATRIARCATO da IL MANIFESTO
Un attacco alla radice del patriarcato
Lea Melandri 03/12/2025
La legge sul consenso Pur tenendo conto delle difficoltà che è destinata a incontrare nell’azione processuale, la proposta di modifica del reato di violenza sessuale, bloccata al senato dalla Lega, ha un innegabile valore simbolico
«Io non sono il difensore della donna Fiorella. Io sono l’accusatore di un certo modo di fare i processi per violenza», disse l’avvocatessa Tina Lagostena Bassi nel processo per stupro a Latina nel 1978.
Pur tenendo conto delle difficoltà che è destinata a incontrare nell’azione processuale, la proposta di modifica del reato di violenza sessuale, bloccata al senato dalla Lega, ha un innegabile valore simbolico. Dire che senza il consenso della donna si è di fronte a uno stupro significa mettere in discussione un pregiudizio di fondo della misoginia che abbiamo ereditato: quello che ha visto la donna come «la sessualità dell’uomo oggettivata», «la sua colpa divenuta carne». Solo rinunciando alle sue «intenzioni immorali verso di lui», la donna può restituire l’uomo al suo «Io migliore». Chi scrive questo è il giovane filosofo viennese Otto Weininger, morto suicida a 23 anni, dopo aver pubblicato la sua tesi di laurea Sesso e carattere nel 1903. Attraverso di lui è tutta la cultura greco romana cristiana che parla, in quel fondamento sessista, razzista e classista, che ha visto la donna come la «maledizione» dell’uomo, la «tenebra materna» che lo vincola alle sue radici biologiche, pulsionali, al corpo e alle sue passioni più violente e degradanti.
Pretendere che nella sessualità ci sia «il consenso libero e attuale» della donna vuol dire perciò intaccare alla radice l’idea che, detto volgarmente, nel caso di un’aggressione o di uno stupro, «è lei che se l’è cercata», e che perciò «ha goduto», lo ha desiderato.
In altre parole, il consenso della donna è dato per scontato. Nell’immaginario maschile, trasmesso per generazioni dalla cultura dominante, essa è per sua natura essenzialmente sessualità. Il suo unico desiderio è il coito, essere posseduta. «La donna non vuole essere trattata da soggetto, essa vuole sempre e in ogni circostanza rimanere semplicemente passiva. Il suo bisogno sta nel venire desiderata quale corpo e venire posseduta quale proprietà altrui». Una volta fissata per un «fatto metafisico proiettivo» l’identità del maschio e della femmina – l’«enigma del dualismo sessuale», inspiegabile anche per Otto Weininger -, non dovrebbe meravigliare se in una condizione di schiavitù, di cui hanno solo un «oscuro sentore», le donne «si rivolgono a baciare l’uomo che le violenta». Quanto resta ancora vivo di questo retaggio arcaico di misoginia maschile, di cui è impregnata la cultura alta quanto il senso comune, nei rapporti personali, nella vita intima, in quello che chiamiamo ancora «amore» senza vederne il risvolto violento di potere e prevaricazione, così come nelle istituzioni della vita pubblica, nelle leggi e nell’azione giudiziaria, nei linguaggi e nei saperi di cui facciamo uso abituale? Da dove viene l’obiezione di Salvini alla legge sul consenso – la possibilità che le donne possano denunciare uno stupro per vendetta -, se non da un altro luogo comune della cultura patriarcale: l’idea della «mendicità» e della «immensa influenzabilità» femminile? La parola del misogino è ancora una volta illuminante sui pregiudizi che sono alla base di un dominio millenario coperto dalla presunta naturalità dei «caratteri» di un sesso e dell’altro.
Detto questo, non è certo con una legge che ci si può liberare di una cultura patriarcale millenaria, diventata la normalità.
Importante è accompagnarla con pratiche educative e formative che vadano all’origine di una violenza che si è annodata perversamente con gli affetti più intimi. Si può aggiungere che a volte, come nel caso del giovane filosofo viennese, gli uomini stessi ne sono vittime. Eppure, sembra proprio la prevenzione, nelle forme portate ormai a consapevolezza e praticabilità da mezzo secolo di femminismo, a incontrare i maggiori ostacoli. Se ci sono voluti sedici anni, dal 1980 al 1996, perché la violenza sessuale diventasse ufficialmente un «reato contro la persona» e non «contro la morale pubblica», vuol dire che l’identificazione della donna con la materia, la sessualità, la «vita inferiore», l’accoppiamento e la procreazione, ha un radicamento duraturo, più o meno consapevole, e che poco si è fatto per indagarlo a fondo come merita. Lo stesso si può dire di quel paradosso che è stata l’assunzione della sessualità maschile, come modello unico e dominante dell’erotismo, e, al medesimo tempo, l’attribuzione alla donna di poterla «incarnare», confermandola, provocandola o contenendola, e in ogni caso cancellando il proprio specifico piacere sessuale. A prescindere dal cristianesimo che vi ha visto «il peccato originale» dell’umanità, la «caduta», il precipitare dello spirito nella materia, della libertà nella necessità, dell’eternità nel tempo, perché è stato così difficile per l’uomo riconoscere il proprio desiderio, assumersene la responsabilità in tutte le forme spesso violente che ha preso, prolungando nella vita amorosa adulta i sentimenti contraddittori di amore e odio per quel sesso diverso dal suo che gli ha dato le prime cure e le prime sollecitazioni sessuali?
La «lista dello stupro», trovata sul muro del Liceo Giulio Cesare di Roma e scritta da mani di adolescenti, dice molto di un immaginario maschile che non può più essere considerato un fuori tema, un vissuto impresentabile di cui possiamo solo constatare le ricadute
Un Manifesto femminista, documento politico e aperto dei Centri antiviolenza
Alessandra Pigliaru 26/11/2025
Centri antiviolenza Il Manifesto è stato presentato ieri dalla rete DiRe, comprendente al suo interno 88 organizzazioni, e a cui hanno aderito e contribuito altre 34 realtà politiche tra cui Educare alle differenze, Non Una Di Meno, ActionAid, la Conferenza nazionale delle donne democratiche, Udi
Il Manifesto presentato ieri dalla rete DiRe, comprendente al suo interno 88 organizzazioni, e a cui hanno aderito e contribuito altre 34 realtà politiche tra cui Educare alle differenze, Non Una Di Meno, ActionAid, la Conferenza nazionale delle donne democratiche, Udi e altre, è un documento importante. Diviso in 10 punti – dalla intersezionalità della violenza al controllo dei corpi, dalla militarizzazione, colonizzazione e guerra alla educazione e alla responsabilità maschile – è una sintesi chiara e tanto più necessaria in questo presente in cui le retoriche delle destre al governo sbandano tra lo svuotamento della libertà femminile e l’assalto coercitivo.
I centri antiviolenza sono luoghi politici e femministi di prima grandezza, questo si legge anzitutto. Un fatto noto, o almeno così dovrebbe essere, conoscerne la provenienza e un motivo in più di gratitudine sapere che sopravvivono nonostante l’incuria: «La responsabilità del sistema è anche politica: ogni taglio, ogni ritardo, ogni disattenzione è una forma di violenza istituzionale contro le donne»; e ancora «mancanza di fondi e precarietà delle operatrici – si legge nel Manifesto di DiRe – sono forme di sabotaggio istituzionale».
I CAV non possono dunque essere neutri, e per fortuna, immaginare che lo siano è oltre che un errore anche insultante verso la radice politica per cui sono stati immaginati e poi realizzati. Né possono essere rubricati a «servizi sociali depoliticizzati». Piuttosto sono i soggetti «più competenti» sulla violenza di genere, dovrebbero essere dunque interlocutori indispensabili nella definizione delle politiche nazionali e locali, comprese quelle di prevenzione che vengono puntualmente rifiutate quando non disattese o strumentalizzate. A cominciare dalla educazione sessuo-affettiva che «deve essere continua, diffusa e accessibile in tutti gli ordini scolastici, universitari e nei luoghi di formazione professionale. Deve promuovere il rispetto dei corpi, delle identità e dei desideri, decostruendo stereotipi e ruoli imposti dal patriarcato». Quest’ultimo, non può essere slegato da razzismo, classismo, abilismo, omolesbobitransfobia e anche qui il documento mostra di maneggiare l’intersezionalità di lettura non solo come metodo ma anche come orizzonte. La parzialità delle lotte è cruciale ma lo è anche l’elemento collettivo, di contesto.
Nelle parole della presidente di DiRe, Cristina Carelli (eletta in aprile, con decenni di presenza tra la rete e Cadmi, Casa delle donne maltrattate di Milano), questa fucina di pratiche, di democrazia e libertà al fianco delle donne si apre all’ascolto e al confronto «per un’alleanza femminista e trasfemminista contro la violenza patriarcale e ogni forma di oppressione».
Bisogna stare all’altezza di una trasformazione relazionale, che qui è frutto di anni e di scambi, spesso non lievi, di esperienze, il cui obiettivo non è unicamente di contrastare le destre, bensì capire se ci siano punti di comunanza in pratiche interne a percorsi molto diverse. La scelta è di un linguaggio assertivo e diretto che parli a tutte e a tutti. Bisogna farlo soprattutto quando c’è chi lavora per stravolgere i significati di quanto acquisito, quindi: «La violenza non è un conflitto, ma espressione di un sistema di potere patriarcale che attraversa relazioni intime, istituzioni, linguaggi e norme».
Intransigenti anche su ciò che rifiutano, ad esempio: «l’imposizione di modelli di intervento come la mediazione, la giustizia riparativa come prospettata nell’attuale legislazione vigente, o la subordinazione a logiche burocratiche e securitarie che negano l’autodeterminazione delle donne».
SPAZIO ADEGUATO viene poi dedicato alla vittimizzazione secondaria, soprattutto quando le donne sono costrette a difendersi per la violenza subita: «Così facendo, diventano autori di violenza anche tribunali, consulenti tecnici, servizi sociali, forze dell’ordine e servizi sanitari». Quelle dei Centri antiviolenza sono pratiche che «costruiscono futuro, libertà e giustizia sociale». Perché la rivoluzione «è concreta: vive nelle relazioni, nei corpi, nelle strade, nei Centri, nelle scuole, nei tribunali, nei luoghi di lavoro e di cura».
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