KHAN YOUNIS DICE CHE LE VITE PALESTINESI NON CONTANO da IL MANIFESTO
Sono centinaia i corpi nelle fosse comuni di Khan Yunis
GAZA. Si dimette Aharon Haliva capo dell’intelligence militare israeliana per il fallimento del 7 ottobre. Bibi ora è sotto sotto pressione. Israele non ha fornito prove dell’accusa secondo cui dipendenti dell’Unrwa sarebbero membri di Hamas
Michele Giorgio, GERUSALEMME 23/04/2024
«Vorrei dargli una sepoltura degna e pregare sulla sua tomba, solo questo», diceva ieri in un video una donna affacciandosi sulla fossa comune individuata accanto all’ospedale Nasser di Khan Yunis. Si riferiva al figlio 21enne scomparso da due mesi nella zona del complesso medico più importante nel sud di Gaza, occupato dalle truppe israeliane nelle scorse settimane. Difficilmente riuscirebbe a identificarlo. I corpi sono in avanzato stato di decomposizione. Appena recuperati, per ragioni sanitarie, vengono subito avvolti in sudari bianchi. Solo alcuni sono stati identificati grazie al ritrovamento dei documenti.
Ieri ne sono stati recuperati altri 73, da tre fosse comuni. In quella più grande, scoperta sabato, sono stati trovati 210 cadaveri di giovani e anziani e di donne. «Alcuni erano ammanettati e spogliati dei vestiti, altri sono stati giustiziati a sangue freddo» ha detto un medico del Nasser accusando l’esercito israeliano di aver cercato di «nascondere i suoi crimini» seppellendo frettolosamente i morti. La stessa accusa rivolta a Israele dalle squadre della Protezione civile che nei giorni scorsi hanno recuperato i corpi di circa 300 persone uccise da bombardamenti e combattimenti dentro e intorno all’ospedale Shifa di Gaza city. «Ci aspettiamo di trovare altri 200 corpi nelle fosse comuni», ha previsto Ismail Thawabta, direttore dell’ufficio stampa governativo.
Il calvario di Khan Yunis non è terminato. Nella parte orientale della città ridotta in gran parte in macerie, ieri sono rientrate all’improvviso le truppe israeliane mettendo in fuga le famiglie tornate da pochi giorni nelle abitazioni ancora in piedi. Sono scappate ad Abasan oppure hanno raggiunto i rifugi dell’Onu già pieni di sfollati. Bombe anche su Rafah dove la popolazione e un milione di sfollati attendono l’assalto di Israele. Netanyahu due giorni fa ha annunciato l’avvio di intense operazioni militari a Gaza come unica strada per «distruggere» Hamas e riportare a casa gli oltre 100 ostaggi israeliani.
Tra domenica e lunedì i raid aerei hanno uccisi 22 civili, tra di essi numerosi bambini, a Tel Al Sultan e altre zone di Rafah. I medici dell’ospedale degli Emirati hanno fatto venire alla luce un bimbo operando un taglio cesareo sulla madre, uccisa da un raid aereo. In un video si vede la concitazione dei sanitari dopo il salvataggio e il piccolo che poi viene messo in un’incubatrice. «La madre, Sabrin Sakani, era incinta alla trentesima settimana – ha raccontato un medico – Le condizioni del neonato sono stabili, dovrà restare qui tre 3-4 settimane. Poi dopo andrà dai nonni, zii, uno dei familiari». Un bambino che è nato già orfano.
In Cisgiordania resta forte lo sdegno per l’uccisione di almeno 14 palestinesi, diversi dei quali combattenti, durante la lunga incursione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Nur Shams e in alcune aree della adiacente città di Tulkarem. Domenica si sono tenuti i funerali delle vittime, tra cui però non figura più Mohammed Jaber, detto Abu Shujaa, un giovane capo militare del Jihad Islami molto popolare a Nur Shams. Dato per ucciso da Israele, Abu Shujaa è invece riapparso ed è stato portato in spalla da decine di persone. Cadono nel vuoto, intanto, le proteste per i raid dei coloni israeliani nei villaggi palestinesi tra Nablus e Ramallah. Dopo l’uccisione di un adolescente israeliano, almeno quattro palestinesi, tra cui un autista di ambulanza, sono stati uccisi dal fuoco di coloni.
Netanyahu e un po’ tutto Israele, hanno accolto con rabbia l’ipotesi di sanzioni degli Usa, per «violazioni dei diritti umani» in Cisgiordania, al Battaglione Netzah Yehuda. Secondo il premier e il leader centrista Benny Gantz, l’eventuale passo americano sarebbe «il massimo dell’assurdità» e hanno annunciato un’opposizione netta alla decisione. Il Battaglione Netzah Yehuda è stato fondato nel 1999 ed è formato da religiosi ultraortodossi. Ora è impiegato a Gaza. Negli ultimi anni i suoi soldati sono stati accusati varie volte di gravi abusi a danno di civili palestinesi. Se la decisione sarà confermata, rappresenterà un precedente anche per le corti internazionali competenti per crimini di guerra.
Ieri però più che del battaglione degli ultraortodossi, in Israele si parlava della lettera di dimissioni presentata da Aharon Haliva, il generale al comando dell’intelligence militare il 7 ottobre, quando Hamas ha attaccato il sud dello Stato ebraico (circa 1.200 morti, 253 presi in ostaggio). Spiegando che resterà in carica fino alla nomina di un sostituto, Haliva si è assunto la responsabilità per il «fallimento» di quel giorno in cui, assieme ai suoi uomini, si è fatto cogliere di sorpresa da Hamas. Le dimissioni accresceranno le pressioni su Netanyahu che pubblicamente ha ammesso solo in parte le sue colpe e ha rinviato ogni decisione alla fine della guerra. «Sarebbe opportuno che il primo ministro Netanyahu facesse lo stesso», ha prontamente commentato il capo dell’opposizione Yair Lapid.
È il momento della rivincita dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi. Israele «deve ancora fornire prove a sostegno» delle accuse secondo cui alcuni dipendenti dell’agenzia sono membri di Hamas. Lo afferma l’indagine indipendente guidata dall’ex ministro degli Esteri francese Catherine Colonna. Il rapporto commissionato sulla scia dell’accusa israeliana che almeno 12 dipendenti dell’Unrwa avrebbero partecipato al 7 ottobre, rileva che l’agenzia umanitaria aveva regolarmente fornito a Israele elenchi dei suoi dipendenti da sottoporre a controllo e che «il governo israeliano non ha informato l’Unrwa di alcuna preoccupazione relativa al suo personale». A causa delle accuse israeliane gli Usa, l’Italia e altri paesi occidentali hanno tagliato i finanziamenti all’Unrwa nonostante le enormi necessità di 2,3 milioni di palestinesi a Gaza.
Khan Younis dice che le vite palestinesi non contano
IL FRONTE MEDIATICO. Le fosse comuni sedimentano l’orrore nell’immaginario globale: è l’abuso definitivo. Quella di Bucha resterà nell’immaginario europeo grazie ai leader politici che vi hanno fatto visita. Quelle di Gaza no. La sotto-rappresentazione dei crimini di guerra di Israele è una delle unità di misura di questa offensiva, funzionale all’adesione a un modello di cittadinanza diseguale
Chiara Cruciati 23/04/2024
Domenica un bombardamento israeliano su Rafah ha ucciso sedici bambini e sei donne. Nelle stesse ore veniva alla luce una nuova fossa comune, all’ospedale Nasser di Khan Younis, dopo il lungo assedio israeliano terminato il 7 aprile scorso: 283 corpi dentro buste di plastica, molti legati, tanti uccisi da distanza ravvicinata, probabilmente giustiziati. Donne, bambini, anziani.
Quando l’offensiva finirà, a Gaza si camminerà sui cadaveri.
Non è la prima volta. Era già successo all’ospedale Shifa. Le fosse comuni gelano il sangue, sedimentano l’orrore nell’immaginario globale: è l’abuso definitivo. Non è solo la morte inflitta, è la sua umiliazione, l’oltraggio di un oblio senza dignità. La fossa comune di Bucha, in Ucraina, resterà nell’immaginario europeo grazie all’impegno dei leader politici che vi hanno fatto visita. Quelle di Khan Younis e dello Shifa no. Sui giornali non si trovano, se si trovano sono messe in dubbio: erano combattenti, è un video posticcio, forse è stata Hamas.
La sottorappresentazione dei crimini di guerra compiuti da Israele – se non il loro occultamento – è una delle unità di misura di questa offensiva. Ha radici storiche, qui e altrove. La questione israelo-palestinese è fin dalle sue origini un confronto per la terra. Ma è stata, ed è tuttora, anche un confronto tra narrazioni. La narrazione di sé è allo stesso tempo fonte di identità e voce di quella identità, tanto più in un contesto coloniale in cui la negazione dell’altro, del subordinato, è elemento strutturale della spoliazione e dell’assoggettamento.
AGLI INIZI del ’900, quando il movimento sionista è arrivato in terra di Palestina, il popolo palestinese aveva già un sentimento nazionale e nazionalista fortemente radicato e un’identità collettiva (politica, culturale, sociale) complessa. Con la prolungata negazione dell’autodeterminazione, la necessità di un riconoscimento esterno è passata per il ricorso a un linguaggio universale e condiviso, il vocabolario del diritto internazionale.
Colonialismo di insediamento, apartheid e oggi genocidio sono la cassetta degli attrezzi nel mondo accademico per descrivere la natura dello stato israeliano. Nell’indifferenza. Fino a oggi: quel lessico è diventato tanto globale da risuonare nell’aula della Corte internazionale di Giustizia.
Non risuona nel sistema mediatico occidentale dove la violenza semantica serve a giustificare quella concreta, esercitata nei Territori palestinesi occupati. In Italia è una dinamica palese: l’adozione acritica della narrazione israeliana, oltre a essere dettata da una vicinanza alle rivendicazioni di Tel Aviv, è funzionale all’adesione a un modello di cittadinanza diseguale, di securitarismo razzializzato e di presunta superiorità morale.
Una buona parte della stampa italiana replica quel modello per attitudine razzista e neo-coloniale. Le vite palestinesi non contano, come contano meno quelle dei migranti o delle seconde generazioni.
Gli effetti sono visibili: il ricorso al linguaggio israeliano anche quando in palese contraddizione con i dettami del diritto internazionale, l’assenza di chi agisce la violenza (con i palestinesi morti di guerra, morti di esodo), la messa in discussione delle testimonianze palestinesi, la rimozione del contesto storico.
MA SOPRATTUTTO, ed è questo a generare sconcerto e dolore, l’occultamento dei crimini di guerra israeliani. Stragi di bambini, raid mirati su scuole, chiese e moschee, vilipendio degli ospedali, attacchi ai corridoi sicuri al passaggio degli sfollati, chiusura dei valichi di frontiera per provocare carestia, intelligenza artificiale per anestetizzare il massacro, niente di tutto ciò è raccontato nella sua reale misura da media che in altre occasioni hanno giustamente dato voce allo sdegno. Non lo generano le immagini di prigionieri spogliati, legati, bendati, concentrati in stadi o piazze.
Una simile sottorappresentazione non ricade solo sui palestinesi. Ricade su di noi: è il prodromo alla criminalizzazione di chi dissente, accusato di antisemitismo nel “migliore” dei casi, manganellato nel peggiore.
Fa riflettere che lo stesso sistema mediatico che evoca gli anni di piombo e le stelle a cinque punte per narrare il movimento degli studenti, di fronte a crimini di guerra in diretta tv e alla trasformazione di Gaza in un luogo inadatto alla vita stia ancora balbettando sull’esistenza o meno di un «genocidio plausibile».
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