SICCITÀ E CONSEGUENZE da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SICCITÀ E CONSEGUENZE da IL MANIFESTO e IL FATTO

La siccità infiamma il conflitto pastori-agricoltori in Nigeria, 150 morti in pochi giorni

CRISI INSICUREZZA NEL BENUE. L’antica battaglia per l’accesso alle risorse, aggravata dal disastro ambientale, prima emergenza del paese. E il governo centrale sta a guardare

Stefano Mauro  12/04/2023

I sanguinosi scontri tra agricoltori e pastori sono oggi la «principale sfida alla sicurezza della Nigeria». Lo affermava già alla fine del 2022 un report dell’International Crisis Group (Icg), secondo cui quello per le risorse idriche era diventato un conflitto ormai più mortale – oltre 20mila persone uccise dal 2000 secondo i dati dell’International Committee on Nigeria (ICON) – rispetto «all’insurrezione del gruppo jihadista Boko Haram nel nord-est».

Una conferma della gravità della situazione sono gli scontri e i morti di quest’ultima settimana, con oltre 150 vittime complessive. L’ultimo attacco è quello di domenica scorsa, 37 persone uccise in un campo profughi nello stato centrale di Benue. Erano contadini fuggiti con le loro famiglie, dopo essere stati costretti ad abbandonare la loro terra per le continue incursioni dei pastori nomadi. 50 persone sono state inoltre uccise nella comunità di Umogidi giovedì scorso e 47 nella comunità di Ikobi lunedì.

Il secolare conflitto sulla proprietà della terra tra pastori nomadi e agricoltori sedentari si è trasformato in un’aspra lotta per le risorse, causata dalla siccità e dalla desertificazione nel nord della Nigeria e più in generale nel Sahel, che spingono i pastori a migrare verso sud. La rapida crescita demografica del paese, che conta già 200 milioni di abitanti e dovrebbe diventare secondo l’Onu «il terzo paese più popoloso del mondo entro il 2050», peggiora una situazione già critica a causa anche dell’inerzia del governo centrale.

«L’apparato di sicurezza nigeriano ha fallito miseramente, creando un ambiente che incoraggia i pastori a usare la violenza per ottenere l’accesso alla proprietà privata per il pascolo, mentre gli agricoltori ricorrono all’autodifesa, spesso indiscriminata, per proteggere la loro terra», ha spiegato Ibrahim Thiaw, vicedirettore generale dell’Agenzia delle Nazioni unite per l’ambiente (Unep).

La tensione è particolarmente alta nella Nigeria centrale (Benue, Taraba, Ekiti), una vasta regione fertile dove i pastori e le loro mandrie – il paese conta quasi 135 milioni di capi di bestiame – sono accusati di saccheggio delle fattorie e dei raccolti.

Peggio ancora, il conflitto sta assumendo una svolta identitaria e religiosa, accentuando il divario tra un nord prevalentemente musulmano e il sud cristiano. Da settimane alcuni politici alimentano violente diatribe contro gli allevatori – per il 90% musulmani Fulani – accusati di «massacrare i cristiani» o di voler «islamizzare con la forza» le regioni dove sono minoranza.

Il presidente Muhammadu Buhari, che lascerà il potere a maggio dopo due mandati, lunedì ha condannato il massacro e attribuito i recenti attacchi di Benue ai jihadisti di Boko Haram infiltrati nelle file dei pastori. Ma secondo la maggior parte degli osservatori, i nomadi violenti sono spesso pastori transumanti da paesi vicini come il Camerun, il Ciad o il Niger alla fine della stagione delle piogge.

La lotta all’insicurezza sarà la grande sfida per il nuovo presidente Bola Tinubu, vincitore delle presidenziali dello scorso febbraio. Le forze di sicurezza ed il nuovo futuro governo stanno concentrando i loro sforzi per cercare di porre fine alle violenze jihadiste di Boko Haram e dello Stato Islamico dell’Africa Occidentale (Iswap) in un conflitto che in questi 15 anni ha causato oltre 50mila vittime e 2 milioni di profughi.

La siccità e la lezione degli Ittiti: civiltà altamente sviluppate sono crollate per climi inariditi

Renzo Rosso  11/04/2023

Alluvioni e siccità hanno condizionato la storia della umanità, come racconta uno dei libri più belli che abbia mai letto in materia di clima, pubblicato più di trenta anni fa (D. Camuffo, Clima e uomo, Milano: Garzanti, 1990). Le anomalie del ciclo dell’acqua spiegano l’impatto più profondo dei cambiamenti climatici che nel corso dei secoli hanno accompagnato la vicenda umana sulla Terra, pur breve se confrontata quella del pianeta che ci ospita. E lo studio degli anelli di accrescimento degli alberi è uno degli strumenti più precisi per leggere questa vicenda. Assieme alla sequenza delle piene e delle magre del Nilo, proprio gli anelli degli alberi aiutarono un idrologo inglese, Harold Hurst, a scoprire la memoria di lungo periodo della natura; una circostanza che sia la fisica classica sia il senso comune facevano fatica a comprendere.

In trepida attesa per il destino idraulico padano nei prossimi mesi, uno sguardo al passato, anche remoto, fa capire come le anomalie idrologiche abbiano condizionato il comportamento del genere umano. Uno studio basato sugli anelli degli alberi ha aperto uno spiraglio su una delle vicende più misteriose della storia, quella del popolo ittita. Questo antico impero, che dominava la maggior parte dell’Anatolia e parti della Siria settentrionale, crollò misteriosamente più di tremila anni fa. E l’anomalia del clima ha avuto un ruolo in questo crollo, come accadde all’impero della Dinastia Tang milleduecento anni fa a causa del rilassamento del monsone estivo.

Lo studio collega osservazioni climatiche e storia umana, ipotizzando che una siccità di soli tre anni in Anatolia centrale (dal 1198 al 1196 a.C.) contribuì alla scomparsa della capitale dell’impero, Hattusa, e alla condanna di quella civiltà (Manning et Al., Nature, 2023). La ridotta crescita degli alberi nell’Anatolia centrale è attribuibile a una diminuzione delle precipitazioni locali durante il XII secolo avanti Cristo. Proprio in quei tre anni consecutivi di siccità, rari ma non straordinari per il clima centro anatolico, la capitale ittita, Hattusa, fu abbandonata, andò poi a fuoco, l’impero si dissolse e quel popolo si disperse.In tempi moderni (in base ai dati osservati dal 1929 al 2009) ogni quindici anni la pioggia annuale nella zona non raggiunge i 300 millimetri necessari a coltivare orzo o grano. Tre anni consecutivi così secchi, però, comportano un’assoluta e diffusa carestia, l’incapacità di riscuotere le tasse e l’impossibilità nutrire l’esercito. Questi tre fattori, nel mondo antico, potevano mettere in crisi qualsiasi civiltà, perfino se evoluta come quella ittita, capace di costruire serbatoi idrici vicino alle proprie città, dotate di acquedotti e fognature assai più efficienti di quelli di molti a servizio degli insediamenti attuali. Invero, la vicenda va inquadrata in un contesto più ampio, nello spazio e nel tempo.

Alla pesante siccità iniziale che si verificò attorno al 1190 avanti Cristo, seguì un lungo periodo di mega-siccità, forse duecentennale secondo le moderne classificazioni. Le precipitazioni invernali scesero fino al 30 percento rispetto al periodo precedente e il fenomeno colpì una fascia enorme: dalla Spagna attraversò il Mediterraneo e la Turchia, fino a raggiungere l’India. Le prove di questa mega-siccità sono però abbastanza approssimative, a differenza dei dati annuali basati sugli anelli degli alberi. E diverse civiltà che all’epoca esistevano accanto agli Ittiti non scomparvero. La fine dell’impero ittita non significò un collasso totale, né in Medio Oriente, né in tutta l’Anatolia.

Gli Ittiti, pur evoluti e previdenti, erano meno preparati di altri popoli? Non aveva insegnato nulla un’altra mega siccità che poco più di un secolo prima aveva colpito una vasta area mesopotamica, attorno al 2200 avanti Cristo? Un evento forse meno severo ma assai prolungato che aveva concorso al tramonto dell’impero accadico, fondato da Sargon di Akkad nella parte settentrionale della bassa Mesopotamia. “Dopo la fondazione della città e la loro successiva distruzione, i grandi campi e i latifondi non produssero più grano, le zone allagate non generarono più pesci, i giardini irrigati non produssero più miele e vino, le grosse nubi non portarono più pioggia” (da: Le vicende di Agade, vv. 171-174, in: J.B. Pritchard ed., Ancient Near Eastern Texts Relating to the Old Testament with Supplement, Princeton: Princeton University Press, 1969, pag.649).Gli studi archeologici dimostrano come civiltà altamente sviluppate siano crollate bruscamente con il passaggio a condizioni climatiche più aride. Comprendere i comportamenti umani in risposta a questi eventi potrebbe aiutare a intraprendere ragionevoli misure di adattamento al clima che cambia. Sbagliando s’impara e, poiché la scala temporale del clima traguarda ben oltre quella della vita umana, vale la pena di imparare dagli errori dei nostri avi.

Il crollo è brusco, ma le sue cause lo sono assai meno, come spiega il paradosso abeliano del cono di sabbia con cui il fisico Per Bak spiegava alcuni comportamenti critici nei sistemi caotici (v. Figura). Gli uomini ci provano, quando costruiscono il proprio cono di sabbia, lasciando cadere dall’alto un granello dopo l’altro. Il cono cresce, appare solido e armonioso, ma frana sempre, alla fine; e sempre all’improvviso.

La storia suggerisce come l’esclusivo rifugio della politica di emergenza sia una medicina sbagliata. Nessuno dubita che l’urgente vada affrontato utilizzando al meglio le risorse disponibili, non soltanto umane e tecnologiche, ma anche culturali. Sarebbe importante, però, delineare strategie capaci di fare fronte in modo consapevole a scenari spiacevoli ma affatto verosimili. Ed evitare misure emergenziali che vadano in direzione ostinata e contraria alla consapevolezza.

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