PIERRE BORDIEU, IL CONCETTO DI “CAMPO” SUL PIANO MONDIALE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PIERRE BORDIEU, IL CONCETTO DI “CAMPO” SUL PIANO MONDIALE da IL MANIFESTO


Pierre Bourdieu, il concetto di «campo» su scala mondiale

Michele Nani  30/11/2025

TEMPI PRESENTI «Imperialismi», una raccolta di scritti del sociologo francese per Quodlibet

i Gary Waters – foto di Getty Images

A più di vent’anni anni dalla scomparsa di Pierre Bourdieu, la sua opera sorregge tuttora molti cantieri. Oltre a nuovi usi, robuste sistemazioni e pubblicazione di inediti, di grande interesse sono anche le raccolte di contributi dispersi o poco noti, come il recente Imperialismes, curato da Jérôme Bourdieu, Franck Poupeau e Gisèle Sapiro nel 2023. Lo traduce ora meritoriamente Anna Boschetti (che firma anche una densa Postfazione) nella candida austerità dei «Saggi» di Quodlibet (pp. 256, euro 22), che, al di là della grafica riposante e della cura impeccabile, ha anche il merito di offrire indici dei nomi e tematico, un lusso ai nostri giorni.

I TESTI RACCOLTI (alcuni dei quali inediti) sono stati composti o pubblicati fra il 1974 e il 2001, la maggior parte negli anni Novanta. Documentano il tentativo di estendere su scala mondiale la portata del concetto di «campo» come griglia dinamica di lettura dei fenomeni sociali, anche in chiave di riflessione autocritica delle scienze sociali, attraverso lo straniamento indotto da storicizzazione e comparazione, che intaccano gli «inconsci» culturali nazionali riprodotti per via scolastica. Va subito detto che, come molte altre imprese del sociologo francese, si è trattato di un tentativo collettivo e internazionale, che tuttora prosegue (come ricordano l’Introduzione e la nota finale di Poupeau e Sapiro).

La tradizione marxista novecentesca ha elaborato soprattutto una nozione economica e politica di «imperialismo», che in questi scritti non è certo assente (esemplare il saggio finale sulla «internazionalizzazione del campo economico»), ma è integrata dall’esame dei rapporti di forza «culturali» e dagli scambi inter-nazionali, gli uni e gli altri riconducibili a percorsi e conflitti fra agenti concretissimi. Una delle ispirazioni di Bourdieu è il passaggio del Manifesto del partito comunista sul «socialismo tedesco» ove Marx ed Engels ironizzano sugli equivoci dei testi rivoluzionari francesi che circolano in Germania senza i loro contesti, letti in termini astratti e letterari. Si sforza quindi di mostrare quanto lo sganciamento delle opere dai contesti di produzione non implichi una libera fluttuazione. La ricezione è costantemente mediata dall’azione di specifici individui e istituzioni, stretti in una maglia di relazioni oggettive: traduttori, prefatori, promotori; università, scuole, case editrici; e anche programmi esplicitamente politici di finanziamento.

PROPRIO IL RUOLO CULTURALE degli Stati Uniti, principale «impero» novecentesco, mostra il nesso fra le diverse logiche imperiali. Un caso eccezionale ha avuto la forza di imporre al resto del mondo i propri concetti e problemi, da «multiculturalismo» a «flessibilità», dalla «globalizzazione» al «politicamente corretto», da «underclass» a «esclusione», dal «postmodernismo» agli «studi culturali». Per non dire del disinvolto uso di «razza» come categoria analitica, ormai invalso anche nell’italica provincia, che costringe esperienze molto diverse negli schemi specifici e ideologici di una società fondata sullo schiavismo e poi sul dualismo castale fra «bianchi» e «neri».

Questi processi non sono affatto spontanei o naturali, ma sono sorretti da politiche esplicite e da agenti interessati (si pensi ad esempio al ruolo delle grandi fondazioni). Dinamiche simili valgono per tutti gli imperialismi universalisti, per la Francia della grande Rivoluzione come per la vecchia Unione Sovietica.

Bourdieu pare chiudere con un azzardo, verrebbe da dire «dialettico» – d’altronde un capitolo, steso con Wacquant, si riferisce alle astuzie della ragione imperialista, con riferimento hegeliano. Attraverso le lotte fra diversi imperialismi particolari per accreditarsi come portatori di «universale» rientri in gioco la possibilità di irrobustire un vero universalismo fondato sul pluralismo.

QUESTA STIMOLANTE raccolta aggiunge un tassello alla conoscenza di un sociologo che si voleva «guastafeste» e che giustamente celebrava il «piacere» della ricerca («non c’è niente di più divertente»). E conferma la produttività di misurarsi con la «macchina intellettuale» che Bourdieu e i suoi collaboratori ci hanno lasciato per pensare scientificamente il mondo sociale mediante un «razionalismo storicista» e un «comparatismo relazionale». Questi strumenti restano forse i più rigorosi per sfuggire alla presa del pensiero dominante e, in generale, delle pigre semplificazioni, quelle direttamente ideologiche o mediatiche, ma anche quelle che si vogliono critiche.

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