L’EUROPA SECONDO ANGELO D’ORSI: IL PROGETTO CHE NON C’È da LA fionda
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’EUROPA SECONDO ANGELO D’ORSI: IL PROGETTO CHE NON C’È da LA fionda

L’Europa secondo Angelo D’Orsi: il progetto che non c’è

Giuseppe Gagliano    29 Nov , 2025

Angelo D’Orsi, storico di lungo corso e voce tra le più affilate del panorama intellettuale italiano, da tempo sostiene che l’Unione Europea non sia la costruzione politica che ci viene descritta da decenni, ma un’architettura fragile, più vicina a una promessa disattesa che a una realtà viva. Le sue considerazioni recenti, rilanciate con forza sui social e in particolare su Instagram, sono tornate su un tema che attraversa la sua analisi da anni: l’Europa, così com’è, non esiste. O meglio, esiste come finzione istituzionale, come abito troppo grande indossato da un continente che non ha voluto o saputo costruire una vera identità comune.

D’Orsi non parla di un fallimento improvviso, ma di un lento sfaldamento che ha accompagnato tutte le grandi crisi degli ultimi decenni. Ogni volta che l’UE si è trovata davanti a un tornante decisivo — crisi del debito, migrazioni, pandemia, guerra in Ucraina, emergenza energetica — ha mostrato la stessa fragilità: incapacità di parlare con una sola voce, dipendenza dalle decisioni degli Stati più forti, subalternità ai mercati finanziari. Una struttura che funziona quando tutto va bene ma si paralizza quando il vento cambia.

Una comunità mai nata

Al fondo delle critiche di D’Orsi c’è un’idea semplice: l’Europa non è mai diventata una comunità politica. È rimasta un mosaico scomposto, un insieme di Stati che non hanno mai ceduto, se non in superficie, la loro sovranità. L’Unione ha accumulato regolamenti, procedure, parametri, ma non ha creato un popolo europeo. Non ha costruito una memoria, un’identità, un destino comune. La democrazia è rimasta nazionale, mentre la governance è diventata sovranazionale. Un cortocircuito destinato a produrre sfiducia e lontananza.

Quando D’Orsi osserva che Bruxelles non rappresenta davvero gli europei, parla di questa frattura. Le decisioni dell’UE non sono percepite come frutto di un processo partecipato, ma come il risultato di compromessi tra élite politiche e interessi economici. La Commissione parla di “solidarietà”, ma i cittadini vedono un’Unione che impone austerità. Il Parlamento sventola la bandiera dei diritti, ma i lavoratori si ritrovano con meno tutele. Il Consiglio discute di strategia, ma ciascuno Stato persegue la propria linea.

La supremazia dei mercati

Il tratto forse più duro delle critiche di D’Orsi riguarda la natura economica dell’Unione. Per lui l’UE non è nata per costruire una politica, ma per garantire un mercato. È figlia della globalizzazione, non di un progetto sociale. In questa visione, le istituzioni europee non hanno lo scopo di promuovere benessere o uguaglianza, ma di rendere più fluida la circolazione di capitali, merci e servizi. Tutto il resto — welfare, diritti, politiche industriali — è venuto dopo, spesso come ornamento retorico.

Questa impostazione, spiega D’Orsi, ha conseguenze dirette. Quando la crisi colpisce, l’Europa si comporta come un grande revisore contabile: chiede tagli, parametri, riforme “strutturali” che ricadono quasi sempre sui più deboli. Gli Stati del Sud lo hanno imparato sulla loro pelle. E mentre i cittadini affrontano precarietà, diseguaglianze e perdita di potere d’acquisto, i mercati dettano la linea: stabilità dei conti prima di tutto. Non stupisce, allora, che l’Unione sia percepita come lontana, severa, poco capace di agire come scudo sociale.

Identità smarrita e ruolo internazionale evaporato

Tutto ciò alimenta un’altra critica: la perdita di ruolo geopolitico dell’Europa. Secondo D’Orsi, il continente ha rinunciato a essere protagonista e si è trasformato in spettatore delle dinamiche globali. Nel Mediterraneo, nei Balcani, nel Medio Oriente, in Africa: ovunque l’Europa è presente economicamente ma assente politicamente. Negli equilibri globali è diventata un junior partner, dipendente militarmente dagli Stati Uniti, energeticamente da fornitori esterni, industrialmente da mercati lontani.

La guerra in Ucraina è stata, per D’Orsi, la conferma definitiva di questa debolezza. L’Europa non ha guidato la ricerca della pace. Non ha proposto un’iniziativa autonoma. Ha seguito, quasi automaticamente, le linee decise da Washington, accettando che il conflitto venisse trattato come un confronto geopolitico globale più che come una tragedia europea. L’UE ha parlato di difesa comune, ma di fatto ha delegato la propria sicurezza alla NATO, cioè agli Stati Uniti.

Lo scontro con Trump e i 19 punti dell’Unione

Le parole più taglienti di D’Orsi riguardano la recente contrapposizione tra la proposta americana — promossa dall’amministrazione Trump come tentativo di ridefinire un percorso negoziale per l’Ucraina — e la risposta europea articolata in 19 punti. Per lo storico, quei punti rappresentano un documento emblematico della deriva dell’UE: non una piattaforma di pace, ma un elenco di condizioni impossibili che trasformano la diplomazia in un esercizio di propaganda.

Secondo D’Orsi, l’Europa non ha colto l’occasione per aprire un negoziato vero. Ha scelto invece la via della rigidità, ribadendo condizioni massimaliste che nessuna delle parti in conflitto potrà mai accettare. Tutta l’architettura del documento europeo, sostiene, sembra pensata più per respingere la mano tesa degli Stati Uniti che per costruire un percorso realistico verso il cessate il fuoco. E questo non per autonomia, ma per inerzia politica: l’UE ripete formule che non produce, teme di apparire debole, rifiuta tutto ciò che potrebbe rimettere in discussione la sua postura bellica.

L’Europa che scivola verso il militarismo

Per D’Orsi, il problema non è solo diplomatico. È etico, politico, storico. Nel suo racconto l’Europa sta abbandonando la sua identità originaria — quella della pace costruita attraverso la cooperazione — per adottare un linguaggio sempre più militarizzato. La crescita vertiginosa delle spese militari, i fondi comuni per la produzione bellica, la retorica della “deterrenza” come unica risposta, sono segnali di una trasformazione profonda. Non più un continente che neutralizza i conflitti, ma un continente che si attrezza per sostenerli.

Lo storico vede in questa scelta una pericolosa illusione: credere che l’Europa possa diventare una potenza militare dimenticando che la sua forza, per decenni, è stata la capacità di mediare, non di minacciare. Insistere su questa strada, dice, significa prestarsi al gioco delle grandi potenze che vogliono trasformare l’Europa nel terreno di un conflitto per procura. L’Unione, invece di interrogarsi sulle cause profonde della crisi globale, si accoda a una logica binaria che non le appartiene.

Conclusione

Il pensiero di Angelo D’Orsi non è l’ennesimo sfogo pessimista. È l’allarme di chi osserva un continente smarrito, che ha dimenticato la propria storia e ha smarrito la propria missione. L’Unione Europea è diventata un insieme di procedure impersonali, un gigante amministrativo che parla di pace mentre prepara la guerra, che invoca la coesione ma produce divisioni, che invoca la solidarietà ma applica l’austerità. Le sue scelte recenti — dalla rigidità sui 19 punti alla progressiva militarizzazione — non sono deviazioni, ma la conferma di un modello che non funziona più.

D’Orsi invita a guardare in faccia la realtà: se l’Europa vuole sopravvivere come progetto politico, deve ritrovare la capacità di ascoltare i suoi popoli, di mediare nei conflitti, di costruire sicurezza sociale prima che sicurezza militare. Il resto rischia di essere solo un lungo, lento scivolamento verso l’irrilevanza.

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