LA GRAMMATICA OCCIDENTALE: GENOCIDIO E ANTISEMITISMO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
22376
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-22376,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

LA GRAMMATICA OCCIDENTALE: GENOCIDIO E ANTISEMITISMO da IL MANIFESTO


La grammatica occidentale: genocidio e antisemitismo

Iain Chambers  30/11/2025

Cuore di tenebra La gerarchizzazione razziale del mondo, che ha sostenuto per secoli l’antisemitismo in Europa e l’identificazione della presunta inferiorità di altre vite, non viene mai affrontata. Chiaramente alcune vite contano più delle altre. Questo è razzismo ed è svelato ogni giorno nel linguaggio che esce dalle bocche dei politici, dei conduttori televisivi e di tutti gli apparati alle loro spalle

Ormai, l’Occidente vede in Israele non tanto uno degli esiti violenti e dolenti del suo razzismo, il risultato contorto del suo antisemitismo storico, quanto il baluardo della civiltà occidentale. Così funziona come uno scudo contro qualsiasi critica allo stato coloniale sionista, e l’Olocausto viene trasformato in un monumento metafisico che blocca ogni critica all’autorità morale dell’Occidente. Ambedue – Israele e il custode occidentale (in particolare quello tedesco) dell’Olocausto – sono esclusi dai giudici della storia.

Emersa dalla negazione del genocidio in atto nel Mediterraneo orientale, come quella della Nakba e dei tanti genocidi che hanno segnato la nostra modernità, si è instaurato un meccanismo, da destra a sinistra, che mira a controllare e indirizzare gli spazi della discussione pubblica.

LA QUESTIONE dell’antisemitismo e l’insistenza sull’unicità (e non sulla specificità) dell’Olocausto servono sia a difendere le azioni dello Stato di Israele e a blindarlo da ogni critica, sia a evitare qualsiasi risposta ponderata da parte delle istituzioni occidentali riguardo alle loro responsabilità in merito alla questione palestinese e alla storia dei genocidi moderni. In questo connubio affissante di poteri ciechi e sensi di colpa irrisolti, la gerarchizzazione razziale del mondo, che ha sostenuto per secoli l’antisemitismo in Europa e l’identificazione della presunta inferiorità di altre vite, storie e culture in spazi coloniali, non viene mai affrontata.

Sarebbe da creare una prossimità scomoda tra l’antisemitismo, l’islamofobia e il razzismo nei confronti dei corpi non bianchi, che includono, ovviamente, quelli palestinesi. Chiaramente alcune vite contano più delle altre. Questo è razzismo ed è svelato ogni giorno nel linguaggio che esce dalle bocche dei politici, dei conduttori televisivi e di tutti gli apparati alle loro spalle.

Ci si trova a confrontarsi con la difesa di un’egemonia che crede ancora nella supremazia razziale. Il genocidio in atto a Gaza e il rifiuto politico di condannarlo e fermarlo ci ricordano questo passato, brutalmente presente e violentemente attuale, che irrompe tra di noi. La difesa oltranza dello Stato di Israele ci sta portando, attraverso la censura e la repressione di altre narrazioni e voci, allo scioglimento della nostra detta democrazia.

Affrontare l’apparato razzista che ha sostenuto e giustificato la colonialità della modernità occidentale ci permetterebbe di vedere nell’antisemitismo e nella questione del genocidio non tanto un’unica aberrazione del nostro ‘progresso’, quanto una parte strutturale della grammatica della nostra ‘civiltà’. Solamente quando venivano praticati su una parte razzialmente identificata della popolazione bianca sul suolo europeo, diventavano uno scandalo, come notava Aimé Césaire molti decenni fa.

Ma qui stiamo ben oltre la richiesta di un aggiustamento liberale che abbracci il multiculturalismo e promuova la legislazione antirazzista. Qui siamo in bel mezzo del capitalismo razziale e della politica economica del mondo odierno. Nell’oscurità di questa storia profonda – dove il razzismo e il genocidio sono costituenti della modernità occidentale: chiedete ai nativi americani, agli aborigeni in Australia, ai milioni dei morti nel Congo che hanno spinto Conrad a scrivere Cuore di Tenebra – l’articolazione violenta dello stato nazione moderno e la macchina brutale del capitale che richiedevano e richiedono l’appropriazione unilaterale delle risorse del mondo per riprodursi espone la costanza razziale e coloniale della questione.

L’ACCUSA di antisemitismo rivolta a chiunque critichi la politica occidentale e le pratiche genocidarie dello Stato di Israele ci consiglia ad affrontare il dispositivo del razzismo che giustifica la colonialità del potere e il suo esercizio sul pianeta. Questi sono i collegamenti che le autorità governative e istituzionali occidentali non vogliono né permettono di instaurarsi.

A questo proposito, è diventato il momento di accludere le persone e le organizzazioni delle comunità ebraiche che rifiutano di considerare l’antisemitismo come parte della sintassi del razzismo che determina gli assetti di potere del mondo odierno. Insistere sulla lettura dell’antisemitismo in questa chiave ci permette di distrarci dall’appoggio incondizionato allo stato coloniale d’apartheid che sta praticando la pulizia etnica nel Mediterraneo orientale, che è chiaramente dall’altra parte della linea di colore.

Quello che accade a Gaza e in Cisgiordania non è un conflitto; è colonialismo. Così, nella brutalità oscena delle azioni militari dell’Idf e nella violenza ideologica elaborata nell’Occidente (e soltanto in questa parte del mondo) per giustificarla, si osserva la distillazione inquietante della nostra storia.

Inoltre, in casa nostra, si intrecciano i tentativi attuali di svuotare la formazione educativa di ogni critica, con le proposte che la storia sia esclusivamente una proprietà occidentale e dove spesso, nei dipartimenti universitari, la presunta neutralità scientifica degli approcci disciplinari continua a rendere altre storie, culture e vite soltanto locali e di poco conto nella loro individualità antropologica rispetto alla grande narrazione del progresso liberale.

Questo sarebbe il progresso, come insisteva il filosofo liberale John Locke, che richiede l’eliminazione degli indigeni – delle loro storie, culture e vite – per potersi realizzare. Imponendo il proprio apparato di conoscenza (come se non fosse già ibrido e creolizzato nella sua formazione), si presenta hegelianamente come universale e come guardiano della dialettica della storia. Così si negano agli altri e alle altre il diritto di essere soggetti storici, di narrare, spiegare, proporre e vivere una modernità che non è soltanto nostra.

ANCORA UNA VOLTA, e andando ben oltre i limiti del noto concetto di orientalismo di Edward Said, si tratta di un dispositivo che, proprio nel proporre e riprodurre saperi ‘neutrali’ e scientifici, sopra i giudizi altrui, espone un dispositivo coloniale e razzista.

Perciò, attraverso il confronto con lo scudo dell’antisemitismo, e la responsabilità politica di smontarlo, emerge un altro spazio critico, un’altra storia politica che sostiene un’uscita dalla mortale coloniale del presente.


Il cuore di tenebra del colonialismo che consente l’annientamento dell’altro

Iain Chambers  30/11/2025

Scaffale Intorno al libro di Enzo Traverso «Gaza davanti alla storia» (Laterza)

Parlare di democrazia, diritti e giustizia all’ombra della Palestina, di Israele e del genocidio in corso a Gaza significa registrare i limiti stessi degli spazi storici e delle pratiche politiche che questi concetti dovrebbero promuovere e incarnare. Il linguaggio dell’Occidente – il suo governo, i suoi media e la sua politica – si è rivelato estremamente carente. Al massimo può identificare un problema umanitario, mai uno politico liberatorio. Il primo è separato e distante dalla nostra vita quotidiana; il secondo ci investe direttamente. Il primo richiede un aiuto momentaneo e superficiale, il secondo un cambiamento profondo. La Palestina ci interroga.

IN QUESTO LIBRO importante e tempestivo (Gaza davanti alla storia, Laterza, pp. 104, euro 12), Enzo Traverso ha il coraggio di fare delle connessioni che in questi giorni e settimane sono invariabilmente bloccate, rifiutate e censurate per difendere l’indifendibile. In questo clima scoraggiante, la sua disamina senza fronzoli ci sottrae al linguaggio auto-assolutorio trasmesso dai governi e dai media occidentali. Attraverso il prisma della violenza oscena che si sta svolgendo a Gaza, ci espone a una discussione molto più estesa e approfondita sulla storia, i diritti e la giustizia dell’ordine globale. Ci porta dinnanzi all’intreccio tra la costituzione coloniale della modernità occidentale e la Shoah.

IL SIONISMO, anche nelle sue forme storiche più socialiste, era e resta colonialismo di insediamento che come tale continuamente cerca l’annientamento fisico e simbolico dei palestinesi, della loro storia, della loro cultura e delle loro voci. Ed è stato accompagnato dalla memorizzazione istituzionale dell’Olocausto, trasformato in un evento morale che maschera la responsabilità occidentale nei processi storici che hanno portato alla sua realizzazione.
Il successivo spostamento della responsabilità europea per la Shoah sul mondo arabo, attraverso il sostegno incondizionato allo stato di Israele e l’imposizione ai palestinesi del peso di portare la colpa occidentale, è l’ulteriore svelamento di questa genealogia coloniale. Il nodo tra il sionismo, che tradisce ogni giorno la sua ideologia di supremazia razziale, e il colonialismo occidentale, si declina oggi nell’imminente fascismo di Israele che Primo Levi già intuì quarant’anni fa e che ora infesta il presente.

QUASI COME UNA PIEGA del tempo, la potente miscela ottocentesca di imperialismo, razzismo scientifico, nazionalismo e sionismo, che cercava con le sue pretese universali di civilizzare il pianeta mentre imponeva idee di unità nazionale omogenea in patria, continua a gettare il suo cuore di tenebra nel profondo del presente, sia nel massacro consentito dei palestinesi che nell’esecuzione giuridica dei migranti «illegali».
Nell’economia politica del nostro «progresso» le vite che contano di meno vengono scartate: mandate nelle riserve dei nativi americani, nei campi di identificazione, sorveglianza ed espulsione degli immigrati, nella più grande prigione a cielo aperto del mondo che è la Palestina, e nei ghetti delle città occidentali. La modernità è un’impresa colonizzatrice e, quando necessario, genocida. Ascoltare oggi lo storico israeliano Ilan Pappé che insiste sulla traiettoria dei regimi coloniali e sull’imminente implosione di Israele ci spinge a tornare a queste storie per liberarci in un futuro più democratico. Alla fine, fissando l’atrocità dell’abisso, il suo colonialismo, l’Olocausto e Gaza, scopriamo che siamo noi stessi Israele/Palestina.

LA VIOLENZA STRUTTURALE del colonialismo, spiegata così bene da Fanon, colpisce sia a livello fisico sia psicologico il colonizzato e il colonizzatore. Cancella l’innocenza di entrambi. Nella resistenza all’imposizione brutale e all’esercizio malevolo di poteri asimmetrici, Hamas è una risposta sintomatica, non una fonte. È inevitabilmente etichettato come terrorismo da coloro che controllano i meccanismi di definizione. Come nelle rivolte degli schiavi nei Caraibi, quando i padroni bianchi furono massacrati, la ripugnanza morale non può nascondere la comprensione politica e, osiamo dire, anche la giustificazione storica. Forse, piuttosto che rispondere al grido dei media «Condannate Hamas?», un’organizzazione certamente fondamentalista, patriarcale e autoritaria (come tutte le istituzioni militarizzate a fini anticoloniali: dal Fln algerino ai Vietcong), dobbiamo chiederci perché Hamas è emerso e a cosa risponde storicamente e strutturalmente.

NELLA SUA DETTAGLIATA discussione sugli atti di terrorismo nel XX secolo, Traverso ci aiuta a comprendere la terribile ambivalenza del termine nei movimenti storici di liberazione. Ciò rende la violenta (ed esecrabile) esplosione carceraria contro l’occupazione militare di quasi ottant’anni, avvenuta il 7 ottobre 2023, difficile da condannare semplicemente.
Come direbbe la filosofa afro-brasiliana Denise Ferreira da Silva, è qui che le categorie prevalenti della modernità si sgretolano per fare uscire dalla Palestina la questione del nostro tempo. Non si tratta semplicemente di una questione geopolitica o storica, ma epistemologica. Coloro che hanno il diritto di raccontare, definire e spiegare la questione (chiaramente non i palestinesi che rimangono largamente senza voce) rivelano un preciso dispositivo di potere-sapere in cui la nostra «oggettività» corrisponde sempre alle esigenze della nostra soggettività. Anche questo è colonialismo, che, in fin dei conti, richiama la supremazia bianca.
Pensare con la Palestina è qualcosa di radicalmente diverso. Solo la precisa domanda politica e storica che Hannah Arendt avrebbe posto scuote la retorica occidentale e la costringe al silenzio: i palestinesi hanno diritto ad avere dei diritti? Rispondere affermativamente implica il superamento dell’attuale situazione coloniale e la riconfigurazione di Israele nella complessa eredità storica, politica e culturale del territorio, che, come Enzo Traverso conclude, dovrebbe diventare libero per tutti i suoi abitanti dal fiume al mare.

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.