UNA PACE PER L’UCRAINA È POSSIBILE da LIMES
Una pace per l’Ucraina è possibile
Trump fa pressioni brutali su Zelensky e studia un’offerta in quattro punti elaborata con Francia,
Germania e Regno Unito. È la prima volta che i paesi europei ipotizzano seri negoziati con Mosca.
Gas e petrolio sono la chiave di volta di questa proposta. L’Italia non tocca palla. Torneremo a
rifornirci dalla Russia?
Federico Petroni LIMES 15/10/26
Quanto segue è il testo preparato per la puntata del 15 ottobre del podcast di Limes “Una pace per
l’Ucraina è possibile”. Clicca qui per ascoltare il podcast.
In questi giorni, Donald Trump sta facendo enormi pressioni, arrivando a invocare le
dimissioni di Volodymyr Zelensky, affinché l’Ucraina smetta di attaccare le raffinerie della
Russia. Il punto è capire perché. La risposta, non scontata, nasconde la vera notizia della settimana:
gli Stati Uniti stanno elaborando una nuova proposta per la Russia per fermare la guerra – e lo
stanno facendo per la prima volta (questa è la vera notizia) non contro i paesi europei ma assieme a
loro.
Andiamo con ordine. La pressione di Trump si può interpretare in due modi. Il primo, il più facile,
è che un Trump seccato dall’incapacità di fermare le guerre d’Ucraina e d’Iran fa di tutto per
contenere i danni in vista delle elezioni parlamentari in cui il costo della vita – e del gasolio in
particolare – affossa i suoi consensi al punto da rischiare di consegnare il Congresso ai democratici.
Lettura plausibile ma limitata alla sola persona del presidente, dunque incompleta.
Ma c’è una seconda interpretazione. Trump fa pressione su Kiev per recapitare a Mosca una
nuova offerta negoziale per chiudere la guerra. A parlarne è il Washington Post: lo scorso fine
settimana in Florida gli inviati del presidente Jared Kushner e Steve Witkoff hanno discusso una
proposta in quattro punti con emissari di Ucraina, Francia, Germania e Regno Unito.
È una notizia importante. Anzitutto per la fonte: l’autore, David Ignatius, è uno dei giornalisti più
vicini ai servizi segreti statunitensi, il che non lo rende automaticamente attendibile ma di certo non
è una voce trumpiana, anzi è intimo degli apparati che più hanno usato l’Ucraina in funzione
antirussa. Dunque la notizia riflette probabilmente un consenso crescente nelle burocrazie che sia
ora di trattare.
Poi, a differenza degli altri tentativi negoziali, questa volta i principali paesi europei non sono
tenuti fuori, hanno un ruolo. È il segno, come vedremo, di un crescente dibattito, anche dentro il
governo ucraino: dobbiamo cambiare approccio, quello attuale non funziona, dobbiamo negoziare
seriamente coi russi?
Vediamo ora i quattro punti della nuova offerta americana o euro-americana.
Primo, la ricostruzione dell’Ucraina: la Banca mondiale e il fondo d’investimenti Blackrock
fornirebbero i finanziamenti per ricostruire un paese distrutto, spopolato e con milioni di reduci o di
famiglie di caduti da reintegrare.
Secondo, i territori: la linea del fronte verrebbe congelata alla sua attuale posizione. Nessuno
scambio di territori. Gli eserciti si fermano dove sono. I russi si tengono quello che controllano, di
fatto anche senza un riconoscimento di diritto.
Terzo, garanzie di sicurezza: per Kiev niente Nato – linea rossa sia dei russi sia degli americani –
ma una garanzia equivalente all’articolo 5 che, ricordiamo, non è una promessa di entrare in guerra
in caso di attacco ma di fornire supporto al paese attaccato. Ma a sorpresa a fianco di queste
garanzie, ne spuntano anche per la Russia: Mosca negozierà coi paesi europei accordi che affrontino
le sue preoccupazioni di sicurezza.
Quarto e ultimo, la Russia torna a vendere gas e petrolio in Europa, magari con un nuovo tubo, i
paesi europei vedono calare i prezzi dell’energia, le sanzioni vengono pian piano smantellate, gli
ucraini si prendono una parte dei proventi russi.
Prima di valutare se è plausibile o meno, riflettiamo sulle novità. In che cosa è diversa l’offerta?
La principale è che, per la prima volta, si allarga il campo ai rapporti Europa-Russia, fra le cause
profonde del conflitto. Nel 2025 si negoziava solo sull’Ucraina. I termini generali erano noti: i russi
si sarebbero presi l’intero Donbas, con ritiro delle truppe ucraine dalle parti di Donec’k e Luhans’k
ancora non occupate dai russi; niente adesione alla Nato ma un esercito molto numeroso, armato
con equipaggiamenti americani comprati dagli europei; niente truppe occidentali ma possibilità per
eventuali volenterosi di intervenire in caso di violazione del cessate-il-fuoco; elezioni a Kiev, cioè
cambio di governo.
La vecchia proposta americana naufraga perché gli ucraini e i paesi europei la rifiutano: la
Russia deve continuare a indebolirsi sul fronte e se ci si ferma le cancellerie europee temono
conseguenze interne, cioè legittimare i partiti nazionalisti che da anni dicono di fermarsi.
Washington modifica la proposta ma a quel punto è Mosca a rifiutarla e l’inutile massacro continua.
Gli Stati Uniti non possono semplicemente abbandonare l’Ucraina come fatto con l’Afghanistan.
L’Europa non è Kabul: l’onda d’urto di un crollo creerebbe problemi ingestibili per gli americani.
Inoltre, Trump ha bisogno di Zelensky, o di chiunque verrà dopo di lui, per vendere l’accordo al
Congresso che deve rimuovere sanzioni e ratificare i trattati.
Che cosa c’è di diverso oggi? Due grandi fattori. Gli intensi colloqui fra Cina, Russia e Stati Uniti
per stabilizzare le rispettive rivalità. E un ruolo diverso degli europei di fronte all’aggravarsi delle
guerre attorno al continente, a partire dall’Iran e dall’Ucraina stessa.
Partiamo con le grandi potenze. Washington è evidentemente impegnata in una serie di colloqui
con Mosca e Pechino per evitare di scivolare in una guerra totale – esploriamo queste dinamiche nel
nuovo numero di Limes, “La Guerra Unica”. Non si tratta di prove di ordine mondiale, di un G2 o
G3, ma un tentativo di mettere argini che può comunque produrre novità. Vedremo cosa uscirà dai
prossimi vertici Apec a Shenzen e del G20 in Florida, durante i quali i leader dei tre paesi
potrebbero incontrarsi.
L’altro fattore, dicevamo, è la crescente difficoltà dei paesi europei e degli ucraini. Inizia a
trapelare un dibattito sempre più insistente, se non sia arrivato il momento di trattare seriamente
perché l’attuale strategia (se possiamo chiamarla così) non funziona e le armi stanno finendo, se non
sono già finite. Inoltre, la guerra all’Iran e le sue ricadute sui mercati hanno reso insostenibile il
costo dell’energia per le economie europee: il problema non è solo alla pompa della benzina, è
soprattutto per la produzione manifatturiera. Se il sistema Hormuz-Bab al-Mandab continua a
restare strozzato – e l’allargamento del conflitto all’Arabia Saudita lo suggerisce – continuare a fare
a meno della Russia è letteralmente impossibile. Infine, alcuni funzionari ucraini dicono cose come:
“L’economia russa soffre ma non collasserà, il nostro approccio non funziona, è ora di pensare
assieme agli europei a un modo per uscirne”. Frase riportata dall’Atlantic, la testata americana più
schierata con Kiev.
Intendiamoci. La guerra in Ucraina non sta per finire. Il governo russo deve rispondere.
Mancano aspetti fondamentali come rinegoziare l’architettura di sicurezza del continente. Tuttavia,
forse siamo all’inizio di una maggiore disponibilità delle capitali europee e di Kiev a seri negoziati.
È importante che nel momento di massima tensione, con l’intensa campagna di sabotaggi dell’estate
e di fronte al rischio di provocazioni al confine Nato-Russia, si inizi a parlare apertamente di
soluzione negoziale. Per non allargare la guerra, allarga la soluzione.
Ci si poteva pensare prima? Si doveva. Anche perché non conviene illuderci: non ne usciremo
bene.
Restano molte domande. Concludiamo con tre. Come potranno gli europei dell’Est, polacchi e
baltici in testa, accettare la riapertura dei rubinetti dell’energia russa, dopo che avevano
sguaiatamente festeggiato l’esplosione di Nord Stream? Su quali basi negozieremo una nuova
architettura di sicurezza nel continente? E se la guerra si fermerà, cosa giustificherà il riarmo con
cui i dirigenti europei sognavano di salvare l’industria? Forse per una volta penseremo a come
l’economia può servire i nostri paesi e non viceversa. Ma questa è davvero un’utopia.
Carta di Laura Canali — 2024
Federico Petroni – Consigliere redazionale di Limes e coordinatore didattico della Scuola di
Limes.

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