PUNTI DI SVISTA da 18BRUMAIOBLOG, IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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PUNTI DI SVISTA da 18BRUMAIOBLOG, IL FATTO e IL MANIFESTO

Punti di svista

 Olympe de Gouges  lunedì 19 ottobre 2026

Il presidente Mattarella sta mettendo in mostra la sua visione della realtà: chiama i manifestanti “soggetti inediti”. Ha ragione, signor presidente, la situazione è piuttosto inedita e richiede domande inedite, almeno per lei: perché le scuole sono in stato di degrado? Perché gli ospedali sono in crisi? Perché la povertà è in aumento? Perché ci si aspetta che i dipendenti lavorino per salari di fame? Insomma, perché la ricchezza dei più ricchi cresce mentre i servizi pubblici vengono tagliati?

Perciò, fossi in lei presidente, non mi stupirei che i manifestanti siano andati oltre le rivendicazioni specifiche riguardanti il sistema scolastico, abbracciando uno slogan più generale contro il capitalismo e lo stato borghese. Ossia, contro questo stato di cose.

Sono inedite le proteste dei più giovani, i quali hanno capito benissimo che sono fregati. Sono inedite le proteste che stanno politicizzando un’intera generazione di ragazzi, e tale politicizzazione si rifletterà in modo molto chiaro sul comportamento futuro degli stessi. È in corso un chiarimento politico: chi sta da che parte? E lei, presidente, sappiamo da che parte sta. Non dalla parte di questi giovani che protestano, sia pure con qualche vivacità.

La Violenza viene anche dai governanti criminali

Paolo Ercolani  20 Ottobre 2026

Piazza del Duomo, Milano. Non in questi giorni, ma nel lontano 1898, quando una folla di studenti e lavoratori scese in piazza per manifestare – anche con una certa energia – contro la scarsezza del pane (venduto a prezzi altissimi), contro le impossibili condizioni di vita delle classi più deboli (circa l’85% della popolazione), nonché per rivendicare maggiori diritti sociali e politici, visto che ancora il diritto di voto era riservato alle categorie sociali più ricche e privilegiate, cioè una porzione assai limitata di popolazione.

Eravamo in un paese, l’Italia, gravato da una corruzione diffusa delle classi dirigenti – politiche ed economiche – con il clamoroso scandalo della Banca Romana che si era consumato soltanto pochi anni prima, rivelando un intreccio di malaffare tra la dirigenza politica e quella economica del Belpaese. Povertà estrema, analfabetismo diffuso e inaccettabili privilegi sociali erano gli altri ingredienti con cui si era sfornata la torta esplosiva della protesta sociale. Un generale, Bava Beccaris, venne insignito di un’alta onorificenza dal Re Umberto I per aver represso con atroce violenza le folle di studenti e lavoratori esasperati, con un bilancio di circa cento morti.

In quello stesso anno, presso un luogo sperduto dell’Africa Centro-occidentale – continente su cui l’Europa stava esercitando un imperialismo violento e predatorio – il governatore inglese di quelle terre, per far divertire i coloni compatrioti e per costituire un terreno su cui dimostrare la superiorità britannica rispetto ai nativi (al di là della guerra), fece costruire due campi da cricket. Uno per gli indigeni e l’altro per i coloni inglesi, volendo esemplificare le virtù di un mercato concorrenziale libero, in cui dei giocatori liberi, governati soltanto da regole comuni, contribuivano con le proprie vittorie al benessere dell’intera società. Insomma, un modo per spiegare agli incivili africani perché l’Europa occidentale gli era superiore in tutto, grazie alle virtù che le appartenevano della democrazia e del libero mercato.

Le prime partite di cricket furono vinte agevolmente dai coloni inglesi, fino a che un giorno – complice forse il caldo, la malasorte o Dio solo sa che cosa (lo stesso chiamato a benedire le guerre di conquista europee) – capitò agli indigeni di vincere una partita. Nel pieno spirito democratico e del libero gioco della concorrenza, che innervava il sistema valoriale europeo, il governatore ordinò immediatamente di far smantellare i due campi di cricket e dichiarare la fine dei giochi. Ironia della Storia, fra le altre cose, vuole che “not cricket” sia un’espressione idiomatica con cui si apostrofa in inglese una persona poco sportiva e leale…

Si tratta di due episodi che ben esemplificano la situazione di un’Europa che, al tempo, era innervata dalla piaga del liberismo (con conseguente macelleria sociale) e dell’imperialismo.

Se qualcuno volesse trovare degli aspetti comuni con la realtà odierna, avrebbe un compito sin troppo agevole. Oggi che governi inefficienti, nonché genuflessi alle volontà della finanza e di potenze internazionali governate da criminali, mandano i figli del proletariato povero (i poliziotti) a bastonare altri figli di una classe media impoverita, a disagio, impaurita e rabbiosa al tempo stesso, per via di un’ingiustizia sociale e privilegi ormai insostenibili riservati ai pochi. Governi che si armano di un’ipocrisia pelosa, nel maledire come criminali i manifestanti, spesso ragazzi che non sono i “giovani”, o i “ragazzini” come pure è stato detto, ma i figli di famiglie in difficoltà, senza lavoro, incapaci di potersi permettere la spesa per il cibo, la casa per un tetto, la benzina per muoversi. Facile invocare la retorica riduttiva dell’aut-aut, o con lo Stato o con la violenza, dimenticando che quando la violenza è quella dello Stato, è la più terribile di tutte.

E non mi riferisco alle violenze dei poliziotti, vittime a loro volta di un sistema incancrenito e iniquo, ma a quelle di governanti che rispondono ai poteri finanziari, a capi di altri governi palesemente criminali, finanziando guerre imperialistiche a beneficio di alcune consorterie che nulla c’entrano con il popolo che, invece, li ha eletti per tutelare il benessere sociale collettivo. Certo che è violenza stupida distruggere negozi e librerie – ragazzi, amateli quei libri, perché vi daranno il sapere con cui cambiare il sistema! – ma è bene sapere che quella violenza stupida è il frutto di un’altra violenza, cinica, crudele, pianificata. La violenza di governanti disonesti e cialtroni, le cui politiche sciagurate alimentano disagio e rabbia sociale. In attesa di un Generale che spari sulla folla…

LO DICO AL FATTO  20/10/2026

Ragazzi, voce mancante nei bilanci pubblici

Ildebito pubblico non è soltanto una questione di numeri, bilanci e mercati finanziari. È soprattutto una questione di responsabilità verso le generazioni future. Ogni volta che la politica rinvia le scelte difficili, il conto rischia di ricadere su chi oggi ha meno voce: i giovani, che si troveranno a sostenere il peso di decisioni alle quali non hanno partecipato. Eppure sono proprio loro ad avere bisogno di investimenti in istruzione, ricerca, lavoro e opportunità. Ridurre il debito non può significare rinunciare alla crescita, così come investire non può diventare una giustificazione per spendere senza criterio. La vera sfida è distinguere ciò che costruisce il futuro da ciò che serve soltanto a raccogliere consenso nel presente. Un Paese dimostra la propria maturità non quando evita ogni sacrificio, ma quando sa distribuire responsabilità e opportunità con equità. Perché il futuro dei giovani e il loro ottimismo per il futuro, non dovrebbero essere le voci dimenticate dei nostri bilanci. ANDREA ZIRILLI Le nuove generazioni devono salvare il mondo Pensiamo ai ragazzi che stanno manifestando con l’esperienza di un adulto (anziano del secolo scorso).Si stanno armando per difendersi? E chi dovrebbe andare sul campo di battaglia, come dicono, dopo il 2030? Chi sarebbero quelli a cui è prospettata una vita futura in un pianeta malato vicino al collasso con un clima sempre più estremo? Chi dovrà sperare in continui black-out per lavorare al posto dalla Ia? Chi è condannato a non poter invecchiare perché non potrà permettersi una sanità privata, una pensione decente? Questa indegna classe politica (mondiale) si è mai posta una di queste domande? No, oggi si discute dell’inadeguatezza delle forze di polizia e la necessità di adeguare il codice penale per i reati dei minorenni. Quei minorenni a cui si sta togliendo il futuro. Io che ho avuto la fortuna di vivere da uomo, persona e non da “consumatore ”, mi vergogno di aver contribuito anche involontariamente a costruire questa società e dico: forza ragazzi, riprendetevi il mondo, salvatelo e salvatevi! ANTIMO COTOGNO

L’Ue parla di una realtà lontana dai cittadini Forse si dovrebbe rispondere a Mattarella che se, come egli dice, uno Stato europeo pensa diversamente dall’Ue è fuori dalla realtà, forse è perché la realtà qui non è più digeribile visto che fa gli interessi dei petrolieri e dell’industria delle armi e non quelli dei cittadini europei. Mi piacerebbe capire perché qualsiasi altro settore produttivo deve avere più problemi perché l’incertezza della guerra rallenta gli investimenti e diminuisce quando non azzera i consumi dei cittadini che non arrivano a fine mese. Con il rispetto che si deve al presidente della Repubblica, lui questa commissione Ue la vede calata nella realtà dei cittadini o invece si sta facendo gli affari propri a nostro discapito? DARIO PAVONE

Colpe nostre

Ho ottant’anni e sto dalla parte dei giovani in piazza

Gentile Direttore, ho ottant’anni, sono un ex dirigente scolastico e fondatore dell’Associa zione Neda Kairos –con e per i giovani. Le trasmetto una mia lettera aperta alle nuove generazioni, nata dalla profonda indignazione per la crescente tendenza a criminalizzare le manifestazioni giovanili, confondendo illegittimo esercizio del diritto di protesta con le violenze di gruppi estremisti che possono infiltrarsi nei cortei. Ma la mia riflessione va oltre. Con quale autorità morale la nostra generazione pretende di impartire lezioni ai giovani, dopo aver accumulato un debito pubblico gigantesco, tollerato sprechi e privilegi, mortificato il merito e compromesso tante delle loro opportunità? Abbiamo consegnato loro un Paese nel quale il lavoro è troppo spesso precario, la mobilità sociale è difficile e l’emigrazione diventa, per molti, una necessità. E quando finalmente alzano la testa e rivendicano il diritto a costruire il proprio futuro, troppo spesso rispondiamo con la delegittimazione e il disprezzo, anziché con l’a scolto. Non intendo giustificare alcuna violenza, ma denunciare la disonestà intellettuale dichi utilizza singoli episodi per screditare intere manifestazioni e ignorarne le ragioni. La lettera è anche un’assunzione di responsabilità personale e generazionale. Non pretendo di parlare a nome dei giovani, ma desidero rivolgermi direttamente a loro, riconoscendo il diritto di dissentire e invitandoli a difendere la forza della protesta pacifica. “Il vero scandalo non è che i giovani protestino. È che noi abbiamo dato loro così tanti motivi per fa r l o”. Ritengo che questa riflessione possa contribuire a un dibattito pubblico necessario, soprattutto in un Paese che continua a parlare del futuro dei giovani senza ascoltarli abbastanza. Le sarei grato se volesse valutare la pubblicazione della lettera, integralmente o in una versione concordata con la redazione, come intervento di opinione o lettera aperta. Ringraziandola per l’attenzione, porgo cordiali saluti. ANTONINO SERGI EX DIRIGENTE SCOLASTICO

Quando salta il tappo

Andrea Fabozzi  20/10/2026

Una pace fasulla Non è un caso che la sveglia la diano quei giovani che Meloni aveva individuato da subito come una minaccia, fin dal primo decreto anti rave passando per l’infinita serie dei decreti sicurezza

Il paese d’Europa dove i salari hanno perso più potere d’acquisto, dove l’indice economico che misura la distanza tra le parte “alta” e quella “bassa” della società è tra i più elevati, dove il numero delle famiglie a rischio povertà aumenta ogni anno al contrario che nel resto dell’Unione, e anche quello, il nostro Paese, dove il governo si è concentrato per quattro anni sui provvedimenti repressivi del dissenso non volendo o sapendo fare nulla per sostenere redditi e lavoro.

Ci siamo domandati spesso come mai proprio in Italia la sofferenza di strati crescenti di popolazione, l’insostenibilità della vita nelle città e l’espulsione dai centri storici, il carovita, gli affitti impossibili, il decadimento dei servizi pubblici – scuola, trasporti, sanità – non avesse fatto saltare il tappo della calma sociale. Soprattutto guardando a quanto accadeva in Paesi vicini, con il protagonismo di quegli stessi giovani che da noi potevano apparire rassegnati. Ma non lo erano, tant’è che le piazze italiane per Gaza l’anno scorso sono state le più belle in assoluto.

La repressione e i tanti bonus, il bastone e la carota, non spiegano tutto; dietro la sostanziale quiete c’erano sicuramente altri fattori come la moderazione sindacale (record negativo di ore di sciopero), la resistenza bene o male delle reti di sostegno familiare e anche le capacità di distrazione del governo e della sua macchina comunicativa che hanno deviato verso gli ultimi la rabbia dei penultimi. Verso i migranti invasori, i “maranza” teppisti, i giovani in generale specie quelli pensosi del futuro, “ecoterroristi” bersagliati di aggravanti e nuovi reati. Arriva il punto in cui il tappo salta.

A farlo saltare sono ragazze e ragazzi giovanissimi ma salta per tutti. Così che d’improvviso scopriamo un Paese in pieno fermento, con studentesse e studenti in lotta per le loro scuole e Università, agricoltori e autotrasportatori che si ribellano a un governo presunto amico, centinaia di vertenze aperte nei luoghi di lavoro, uno sciopero generale in vista. A scoprirlo all’improvviso non è solo il governo che vede crollare le speranze di pace elettorale a costo zero (zero come le risorse a disposizione per l’ultima legge di bilancio) ma anche l’opposizione, sorpresa in un dibattito ombelicale sulla leadership.

Non è un caso che la sveglia la diano quei giovani che Meloni aveva individuato da subito come una minaccia, fin dal primo decreto anti rave passando per l’infinita serie dei decreti sicurezza. E ora prosegue con la stessa ricetta: se la prima risposta del governo alle piazze del fine settimana è stata più soldi e più armi alle forze dell’ordine, la seconda è adesso rivolgere verso i manifestanti le baionette dei soldati che sono in strada a guardia dei borseggiatori.

Eccola qui, dunque, la minaccia. Sono i giovani esclusi dal benessere che scintilla davanti ai loro occhi; giovani di seconde e terze generazioni ghettizzati come corpi estranei quando, ora che giunge all’adolescenza la generazione dell’inverno demografico degli anni dieci, sono anche numericamente un pezzo decisivo del futuro del paese.

Sono stati violenti? Certamente, magari anche in forme che possono rivelarsi controproducenti, e certamente hanno resistito con maggiore vigore di un tempo agli apparati repressivi di piazza. Ma qui la sveglia è per tutti i commentatori scandalizzati e per i compilatori di liste di buoni e cattivi. Non hanno colto quanto violento è stato l’annuncio che non c’è più spazio per tutti in classe, che i compagni “stranieri” saranno separati dagli “italiani”? In quale mondo pacificato e non violento questi ordinatissimi signori vivono? Evidentemente non in quello dove la mattanza esibita di Gaza riempie le nostre giornate, dove i corpi dei migranti affiorano dal mare ed è colpa loro che se la sono cercata o di chi ha provato a soccorrerli, dove i droni in Ucraina ammazzano i civili in diretta mentre governanti e militari annunciano la guerra alle nostre porte, dove la brutalità rivendicata delle squadracce di Trump non risparmia nemmeno i bambini. Tutti pronti a cogliere l’attenzione dei manifestanti per i video quando si tratta di sfottere qualche selfie, dimenticano di quante immagini sanguinarie è fatta ogni giorno la politica degli adulti. E quale educazione fatalmente ne derivi.

Quella a cui assistiamo, ora anche in Italia, è innanzitutto una risposta alla violenza della marginalizzazione e delle disuguaglianze, violenza che prende a bersaglio soprattutto i più giovani. È una risposta non organizzata ma piena di contenuto politico – scuola, reddito, casa, futuro di altro non parlano – anche se scarta dall’agenda politica delle opposizioni. Meno male.

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