L’ADOLESCENZA COME VUOTO DA RIEMPIRE da IL MANIFESTO
L’adolescenza come vuoto da riempire
Marco Rovelli 16/10/2026
Roma A proposto dei due giovani con la minicar a Roma che hanno aggredito i passanti
L’abbiamo fatto perché eravamo annoiati. Prendiamola sul serio quest’affermazione dei ragazzi di Roma che usavano una minicar per commettere violenza, arrivando a sfiorare un omicidio.
La noia è un varco essenziale per la consapevolezza di se stessi. E la maggioranza degli umani, diceva Leopardi, vogliono “alleggerirsi dal peso dell’essere”, ovvero “ammazzare il tempo”, ovvero sfuggire alla noia”. La maggioranza degli umani, per Leopardi, si trova di essere di peso a se stesso e vuole liberarsi di questo peso.
Oggi affrontare la noia, così come affrontare la tristezza, è per un adolescente difficilissimo. Perché la noia, e la tristezza, sono in sé un fallimento – che quindi va evitato – nel progetto del bambino solare, del figlio vincente, del figlio su cui proiettiamo la nostra ombra di adulti, perché attraverso il figlio intendiamo affermarci nel mondo, i figli sono la nostra rivincita, sono la nostra estensione narcisistica. Quindi, la noia va sfuggita. Ma evidentemente non ci si può fermare qui. Perché si tratta di capire perché si cerchi proprio quel modo per sfuggirla.
Se analizziamo la questione, risaltano in maniera evidente tre elementi: un gruppo; un’auto; una vittima. Ognuno di questi elementi ha un significato preciso.
Prima di tutto, il gruppo. L’adolescenza, come processo di soggettivazione, è caratterizzata dalla ricerca di legami, di nuovi legami, di nuove identificazioni secondarie., che sostituiscano il microcosmo di riferimento dell’infanzia, dove trovava le identificazioni primarie. E così il gruppo dei pari acquisisce un ruolo fondamentale, centrale, decisivo.
L’adolescenza è relazionale e gruppale: le inchieste e le ricerche sociali lo dicono continuamente che in cima alla scala dei valori per gli adolescenti c’è l’amicizia. E il gruppo va inteso come un mondo parallelo a quello in cui vivono in relazione con gli adulti: il gruppo ha un ruolo fondamentale quanto al senso di appartenenza e alla costruzione della propria identità.
In quella noia, in quel vuoto di cui si diceva prima, che è un vuoto di senso, di significato, il gruppo si contagia vicendevolmente in un qualcosa, in un atto, in un progetto, che ti tiene in vita, che ti fa sentire delle emozioni – ed emozioni, appunto, condivise, in un mondo che invece è fondato sui valori dell’individualismo, del successo individuale, della competitività, e che quindi non educa in alcun modo alla relazione.
In forma paradossale e perversa, l’adolescente che si muove nel suo vuoto di senso costruisce una relazione, all’interno di quel gruppo, che lo fa sentire vivo, ovvero gli dà un senso. Quell’adolescente sente finalmente di esprimere qualcosa che non riusciva ad esprimere prima – delle emozioni, validate dalla condivisione – e trova un senso che riempie e sutura quel vuoto, e, magari, serve per contenere una sofferenza che non sa riconoscere, per cui non trova le parole per dirlo.
Dopodiché, è noto che il gruppo, in cui ci si contagia a vicenda, produce una deresponsabilizzazione individuale – non serve per questo scomodare Freud, o la psicologia delle folle di Le Bon. E la minicar in questo senso diventa una metafora perfetta, dove l’automobile è un mezzo che ti isola dal mondo, in cui il contagio circola e si amplifica e ti senti onnipotente, e il mondo fuori perde consistenza e gli individui là fuori tendono a perdere la consistenza di individui.
E questo è l’ultimo elemento: l’indifferenza nei confronti della vittima. Che più che indifferenza, è incapacità assoluta di risonanza emotiva con l’altro in quanto altro, a cui non si riconosce lo statuto di persona. La vittima è oggettiva, è fatta oggetto, come fosse un bersaglio mobile di un videogioco, perché non si entra in risonanza con l’altro. E qui è evidente un assoluto analfabetismo emotivo ed affettivo, un’incapacità empatica di sintonizzarsi, di risuonare con al sofferenza dell’altro, perché appunto l’altro non è riconosciuto come altro. E’ plausibile che chi ha qualche forma di sofferenza inespressa trovi nella violenza un mezzo efficace per esprimerla. Reagisco alla mia sofferenza, alla mia vulnerabilità (che è la condizione umana, ricordiamocelo), con una cecità alla sofferenza dell’altro. E il passaggio all’atto violento è una reazione alla mia sofferenza inespressa, qualcosa che mi sovrasta e mi soverchia e cerco di contenere in questo modo.
In un mondo in cui conta solo il vincente, no time for losers, l’altro non ha posto. E allora può essere oggetto di violenza: e la violenza la vediamo eletta a strumento di gestione del mondo ovunque, perché mai i giovani dovrebbero esserne immuni? Se possiamo gestire un pianeta indifferenti al suo collasso, se la guerra e il genocidio vengono perpetrati normalmente, perché chi cresce in questo modo dovrebbe essere immune da questa normalità?
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