LA GRANDE TRUFFA DEI PIANI EUROPEI da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA GRANDE TRUFFA DEI PIANI EUROPEI da IL FATTO

La grande truffa dei piani europei

Pino Arlacchi  14 Ottobre 2026

I soldi sono meno di quelli annunciati, da sempre, ma non è solo questo. A Bruxelles manca un piano strategico: cosa produrre? Per chi? E allora meglio il bluff sui conti

“Ricostruire la base produttiva europea” è la frase che circola in ogni documento della Commissione europea. È un riflesso verbale che non impegna nessuno. Non dice quali industrie, con quali soldi, in quanto tempo, contro quali interessi. È una formula di copertura, non un programma.

Il suo uso più recente è nel braccio di ferro con Pechino. Bruxelles ha scoperto, con dieci anni di ritardo, che il deficit commerciale con la Cina corre al ritmo di 1 miliardo al giorno. Minaccia salvaguardie sulle auto ibride, quote sull’acciaio, condizioni sugli investimenti cinesi. Ma sono strumenti difensivi. Rallentano l’emorragia, non curano il malato. Alla domanda su che cosa l’Europa intenda produrre fra dieci anni, la risposta è il silenzio, o un nuovo acronimo. La verità è che l’Unione non ha alcuna visione del suo futuro. Non ha un progetto industriale. La sua leadership, mai così scadente, ha il suo peso nella spiegazione, ma se si vuole capire occorre guardare alla natura stessa dell’Unione, che è un debole regolatore che pretende di essere un governo sovranazionale. L’Unione non può spendere, perché il suo bilancio proviene da un punto del Pil di ciascuno dei suoi membri. Non può decidere, perché ogni scelta strategica richiede una maggioranza qualificata che non esiste. Da questa impotenza congenita nasce il bluff come metodo di governo. Quando non si possono mobilitare risorse, si annunciano cifre.

La serie comincia a Barcellona nel 2002, quando i capi di governo proclamarono che entro il 2010 l’Europa sarebbe diventata “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”, con una spesa in ricerca al 3% del Pil. Il 2010 passò, e si spostò l’obiettivo al 2020. Oggi la spesa europea in ricerca resta poco sopra il 2,2%, mentre la Cina sfiora il 2,7%. Nel 2014 Jean-Claude Juncker presentò un piano di investimenti da 315 miliardi. I soldi veri erano 21 miliardi. Il resto sarebbe venuto da un effetto leva di quindici volte. Quando i conti non tornarono, l’obiettivo fu alzato a 500 miliardi, poi dichiarato raggiunto. Qualcuno ricorda oggi il Piano Juncker? Nel 2020 toccò a Ursula von der Leyen, appena scaricata a Bruxelles dal governo tedesco, con il Green Deal e il suo trilione verde, almeno 1.000 miliardi in un decennio. Metà proveniva dal bilancio ordinario rietichettato come spesa climatica. Il resto da prestiti della Banca europea per gli investimenti e da investimenti privati immaginari. Che fine ha fatto il trilione? Nessuno lo sa. La Commissione non ha mai pubblicato un consuntivo, e dal 2025 smonta essa stessa il Green Deal con i pacchetti “Omnibus”. Nel 2025 è arrivato il Clean Industrial Deal, con la promessa di 100 miliardi per la manifattura pulita. Nel frattempo Northvolt falliva e i pannelli solari installati in Europa continuavano a venire dalla Cina.

C’è un’eccezione, e onestà vuole che la si riconosca. Next Generation EU, varato nel 2020 in emergenza Covid-19, non era un bluff. l’Unione si indebitò per 750 miliardi rompendo il tabù tedesco e olandese sul debito comune. Ma i soldi non finanziavano progetti europei. Finanziavano 27 piani nazionali, scritti secondo le priorità elettorali di ciascun governo e sostitutivi della spesa pubblica ordinaria. Il più grande sforzo finanziario della storia dell’Unione non ha prodotto un solo campione capace di competere con BYD o CATL. Il tabù rotto nel 2020 è stato rapidamente ricucito. Next Generation EU dimostra che l’Europa, quando ha paura, trova il denaro, ma non sa trasformarlo in un progetto.

Nel settembre 2024 Mario Draghi consegnò il suo rapporto sulla competitività. La diagnosi era dura. Rivoluzione digitale perduta, energia due o tre volte più cara che negli Stati Uniti, imprese innovative che emigrano oltre Atlantico. Per evitare una “lenta agonia” servirebbero 750-800 miliardi l’anno di investimenti aggiuntivi, il 4,4-4,7% del Pil, più del doppio del Piano Marshall. La cifra è stata la prima a sparire. Restano 567 raccomandazioni, per lo più di manutenzione dell’esistente. Il rapporto dice che l’Europa deve scegliere, e poi non indica quali filiere ricostruire, quali abbandonare, chi debba coordinare. E il Fondo europeo per la competitività, che dovrebbe finanziare l’agenda Draghi, è proprio la voce che i governi stanno tagliando. Restano poco più di 60 miliardi l’anno, meno di un decimo di quanto chiedeva Draghi.

Poi è arrivato il riarmo: ReArm Europe, ribattezzato Readiness 2030. Altri 800 miliardi. L’industria bellica come succedaneo dell’industria civile perduta. Ma i soldi che l’Unione raccoglie davvero sono 150, i prestiti SAFE, che finiscono nel debito di chi li riceve. Gli altri 650 non esistono. Sono una stima di quanto gli Stati potrebbero spendere sforando il Patto di stabilità. Un permesso di indebitarsi, non un finanziamento. La Germania ha rinunciato ai prestiti SAFE. Non c’è pianificazione comune, non c’è un’agenzia degli acquisti, e una parte cospicua della spesa prende la strada degli Stati Uniti, perché comprare americano è il pedaggio di sempre. Il moltiplicatore della spesa militare, com’è noto, è inferiore a quello degli investimenti civili. E le catene di fornitura delle tecnologie che oggi decidono le guerre, cioè droni, sensori ed elettronica, passano per la Cina. La parola d’ordine riarmo, inoltre, verrà sepolta dalla rivolta dei popoli europei contro una minaccia russa inesistente, creata per pura incapacità di affrontare le reali minacce, tutte interne all’Ue. Il prossimo bluff è già pronto: la ricostruzione dell’Ucraina. L’ultima stima la valuta in oltre 500 miliardi nel decennio, quasi tre volte il Pil ucraino. Si sente già il lessico: il “più grande cantiere d’Europa”, il “nuovo Piano Marshall”. Ma per il 2026 Kiev ha indicato priorità per appena 15 miliardi di dollari e ne ha trovati meno di un decimo di quanto servirebbe in un anno. È la leva di Juncker che ritorna. Il prestito garantito dalle riserve russe congelate in Belgio si è arenato davanti al no belga, e il ripiego da 90 miliardi si è aggiunto al debito comune. Il progetto Ucraina detiene però un vantaggio politico decisivo. Sposta il grande progetto europeo fuori dall’Europa, esonerando l’imbelle leadership europea dal compiere le scelte dolorose che una politica industriale interna richiederebbe.

Per quarant’anni la Commissione ha concepito la propria missione come lo smantellamento delle politiche industriali nazionali in nome della concorrenza, senza mai costruire un sostituto europeo. Su questo vuoto si è innestato il modello tedesco: compressione della domanda interna, moderazione salariale, pareggio di bilancio come dogma, crescita affidata alle esportazioni. Il modello ha funzionato finché la Cina comprava macchinari tedeschi e gli Stati Uniti assorbivano gli avanzi europei. Oggi la Cina quei macchinari li produce da sé, gli Usa alzano i dazi, e l’Europa si ritrova con una domanda interna depressa da 15 anni di austerità. Nel 2015 Pechino pubblicò Made in China 2025, con dieci settori in cui raggiungere la frontiera tecnologica. Dieci anni dopo domina la produzione mondiale di auto elettriche, batterie, pannelli solari, treni ad alta velocità e navi. I piani cinesi hanno obiettivi, scadenze, responsabili e risorse dedicate. La politica commerciale europea verso la Cina, per quanto si faccia più dura, resta una ritirata ordinata. Dazi, quote, clausole Made in Europe proteggono per qualche anno ciò che esiste senza creare ciò che manca. Senza un progetto industriale servono soltanto a rendere più lento un declino che sembra inarrestabile.

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