LE GUERRE PER L’ENERGIA PRESENTANO IL CONTO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LE GUERRE PER L’ENERGIA PRESENTANO IL CONTO da IL MANIFESTO

Le guerre per l’energia presentano il conto

Alberto Negri  13/10/2026

Dagli Usa al Golfo Le guerre dell’energia presentano il conto agli inviperiti consumatori ma anche alle loro leadership ansimanti, in attesa trepidante di verdetti elettorali o assetate di consensi sempre più volatili

Le guerre dell’energia presentano il conto agli inviperiti consumatori ma anche alle loro leadership ansimanti, in attesa trepidante di verdetti elettorali o assetate di consensi sempre più volatili. C’è un americano tranquillo, papa Leone, che impartisce lezioni di trasparenza di fronte al proprio destino umano.

E un altro americano, Trump, che appare come una sorta di clown tragico: fa affari con Putin, pretende di nominare un nuovo presidente ucraino e ora, con la guerra contro l’Iran iniziata con Israele, non sa come venire fuori dai due stretti, Hormuz e Bal el Mandeb, dai costi energetici impazziti, con gli alleati sauditi nel mirino degli Houthi yemeniti. Forse neppure le elezioni di mezzo termine alle porte metteranno fine alle sue piroette e all’intreccio vorticoso quasi inestricabile di una presidenza avviluppata tra geopolitica, business e interessi personali.

La guerra in Medio Oriente minaccia di mettere ulteriormente a dura prova un settore energetico già esausto. Gli Houthi, alleati dell’Iran, hanno attaccato due volte l’aeroporto della capitale saudita, Riad, provocando la morte di almeno 13 persone e il ferimento di centinaia, l’attacco più sanguinoso in un paese arabo del Golfo dall’inizio della guerra contro l’Iran, cominciata il 28 febbraio e che ha trascinato il conflitto nel cuore dell’industria petrolifera mediorientale e mondiale.
«Stiamo entrando in un’era di prolungata insicurezza», dichiara sul New York Times David Goldwyn, ex inviato speciale del Dipartimento di Stato per l’energia.

Le riserve mondiali di greggio si stanno esaurendo. L’utilizzo delle riserve di petrolio e diesel del G7 hanno contribuito a stabilizzare il mercato ma stanno iniziando ad avere un effetto limitato perché la capacità mondiale di raffinare il greggio è al limite. Il prezzo del diesel è diventato un punto critico a livello globale, Stati uniti compresi. Sotto pressione, Trump ha autorizzato le importazioni di diesel dalla Russia, vanificando le stesse sanzioni Usa con una misura che, secondo gli esperti, avrà un impatto trascurabile sui prezzi globali. E anche la guerra, con i prezzi di diesel e benzina, presenta il conto. Mentre l’Iran si offre per una mediazione con gli Houthi, gli Stati uniti non sanno ancora che fare. Hanno inviato tre portaerei nel Golfo, filtrano da Washington piani di attacco all’Iran ma in realtà Trump non ha ancora preso una decisione e forse non intende neppure decidere mentre il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, si è offerto di mediare tra l’Arabia saudita e gli Houthi, avvertendo che i conflitti sovrapposti nella regione non hanno una soluzione militare.

Gli iraniani, con la consueta astuzia, giocano le loro carte. Teheran sa perfettamente che l’Arabia saudita è sotto choc. Gli ultimi attacchi degli Houthi sono avvenuti mentre a Riad si apriva un forum sul petrolio e si attendono folte delegazioni internazionali per la «Davos del Deserto», il consueto convegno economico organizzato dal Fondo d’investimento saudita. Ma chi verrà se l’aeroporto è chiuso o insicuro? Il danno di immagine per il regno wahabita, custode dei luoghi santi dell’Islam, è enorme. Dopo avere chiesto aiuto agli Usa (negato due volte) e poi a Turchia e Pakistan nell’ambito del patto della Mecca, i sauditi hanno persino sollecitato il sostegno dei soldati (10-20mila) del siriano Ahmed Al Sharaa. Dovrebbero andare a combattere in Yemen come mercenari.

Ma – questa è la novità – i soldi non bastano a garantire la sicurezza. Riad ha speso miliardi di dollari in armi americane e occidentali che sono servite poco contro missili e droni Houthi. E quindi non resta che puntare sull’aiuto di Trump se verrà e in quello degli europei (sempre disponibili a dare una mano ai signori del petrolio). Ma soprattutto i sauditi devono sperare – e noi con loro – che la guerra voluta da Trump e Netanyahu finisca.

Quali probabilità ci sono? Gli Stati uniti non riescono a rovesciare il regime iraniano, l’Iran non riesce a cacciare gli Usa dal Medio Oriente. Washington può continuare a indebolire le forze armate iraniane e tentare di soffocarne l’economia. L’Iran può insistere a danneggiare le basi Usa e con i suoi alleati regionali a destabilizzare il traffico internazionale di energia negli stretti. Secondo Foreign Affairs non ci sarà tra Washington e Teheran un accordo di pace duraturo. Ma poiché le parti non hanno il potere di prendere il sopravvento non ci sarà forse nemmeno una drammatica escalation.

Per Trump il conto della guerra è rimandato a dopo le elezioni di novembre precedute da quelle israeliane. L’Iran, come sempre, si adatterà ad aspettare; in fondo la pace con gli Stati uniti non la vede dal 1979. Siamo noi europei che di carte in mano, come direbbe Trump, ne abbiamo davvero poche.

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