DARE IL NOME AI MORTI DI GUERRE E SBARCHI È RESISTERE NELLA VERITÀ da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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DARE IL NOME AI MORTI DI GUERRE E SBARCHI È RESISTERE NELLA VERITÀ da IL FATTO

Dare il nome ai morti di guerre e sbarchi è resistere nella verità

Tomaso Montanari  5 Ottobre 2026

“La pace si edifica con la verità”. È tutto racchiuso in queste parole (di papa Leone XIV) il ruolo fondamentale che la letteratura e l’arte possono giocare contro la guerra. Perché la verità, certo, è quella che dovrebbe spettare ai giornali e alla politica (e cioè la demistificazione della propaganda dell’industria delle armi e dei diabolici apostoli della guerra), ma più profondamente ancora è quella degli artisti e degli scrittori, capaci di farci vedere e sentire in modo insuperabile perché la guerra è il contrario della vita, un buco nero capace di inghiottire tutta intera la condizione umana. È per questo che spero sia letto perfino nelle scuole – e poi visto, quando (da novembre) comincerà ad essere messo in scena a teatro – l’ultimo testo di Franco Marcoaldi: La vasca. Atto unico sulla guerra, appena uscito per Elliot.

Giulia, la nevrotica protagonista nella quale non facciamo nessuna fatica ad identificarci, ha due ossessioni. Una, borghese e addirittura lussuosa: quella della limpidezza della sua piscina privata (la vasca, appunto) nella quale si concede un’ora di nuoto al giorno. L’altra, al contrario, tutta estroflessa verso l’esterno, verso il mondo: dare vita a una improbabile “Enciclopedia dei Morti in Guerra”, che, grazie alle testimonianze scritte, possa finalmente offrire degna sepoltura a tutti i morti senza nome sparsi per il mondo. Contare tutti i morti in guerra, dare loro un nome: è stato uno dei modi più efficaci e travolgenti per resistere al genocidio di Gaza. Contro il tentativo di cancellare anche la memoria che quella terra un popolo lo avesse, eccome, in tante e tanti abbiamo messo in atto questa forma di sumud, di resistenza: ricordare una per una, appunto chiamandole per nome, le persone massacrate solo perché palestinesi. E non solo Gaza: un progetto cerca da tempo di dare un nome, attraverso il dna, ai migranti inghiottiti dal Mediterraneo. Corpi affondati, vite sparite: e solo un vuoto per chi resta. Né una tomba, né la possibilità di trascinare in giudizio gli stati e i governi responsabili. E nessuno di noi, che dibattiamo qua della guerra in Ucraina, saprebbe dire i nomi di tutti ragazzi mandati al massacro da Putin, e da Zelensky. “Ogni qualvolta la radio menziona a spanne il numero dei morti, Giulia, con stizza e sconforto li confronta con quelli da lei riportati su diversi quaderni che apre a seconda dei diversi fronti di guerra di cui via via si parla”, e commenta: “Circa la metà, un migliaio…… Come sempre tutto all’ingrosso… Ma come si fa? Datemi i nomi, i nomi! E solo dopo avremo i numeri! Finalmente esatti. … I numeri?!? Anche i numeri sono una cosa seria, Cristo Santo! E procedono così: uno più uno più uno. Per ogni vita una storia, per ogni storia una morte. E voi invece: grossomodo, all’incirca, pressappoco. Ma questa non è una riffa, una lotteria! Fottetevi, davvero! … Uno, Mohamed. Due, Yara. Tre, Ibrahim. Quattro, Fatima…”. Mentre Giulia combatte con la radio, e con il mondo, l’acqua della vasca si fa sempre più torbida. Tutto inutile: analisi, prelievi dell’acqua, studi mirati. Quell’acqua si ammala: come Giulia, come il suo cane, come gli alberi del suo giardino. La guerra non è fuori: è sempre più dentro, sempre più capace di penetrare nella nostra vita quotidiana. Avvelenandola. Marcoaldi non offre soluzioni, finali pacificanti: l’autore della Disperanza è fedele a se stesso, e non sceglie tra una speranza delegata al potere (il vero”‘male” che incombe su questo atto unico) e una disperazione paralizzante. Giulia non rinuncia a contare i morti, vuole poterne pronunciare tutti i nomi. E la verità, alla fine, è questa: la guerra travolge insieme vincitori e vinti. Non è possibile accettare la guerra (anche per procura) e rimanere umani: si deve scegliere. E si deve scegliere ora, perché la nostra vasca è già piena di sangue.

Intelligenze varie. Il grande male sono i tanti “Spennacchiotto” che governano il mondo

Nando dalla Chiesa  5 Ottobre 2026

Scusate se non mi tengo nei confini delle “storie italiane”, ma non ce la faccio più. Non riesco più a leggere o sentire alla televisione previsioni catastrofiche su quello che “potrebbe fare domani” l’intelligenza artificiale mentre sentiamo senza rivoltarci -l’umanità intera, intendo- quello che “sta facendo oggi” l’intelligenza naturale. Ossia ciò che i telegiornali ci consegnano a domicilio ogni giorno, trasformandosi in un grande e lugubre Glovo. Riflettiamoci. Il disastro climatico che non si ferma nonostante da decenni sia stato dato l’allarme e nonostante ci venga continuamente detto dagli scienziati che cosa bisognerebbe fare per fermarlo. E che ovviamente non viene fatto. L’inerzia suicida fino a inventarsi i buoni per l’Amazzonia in cambio della cementificazione ossessiva delle nostre città. Oppure le battute stolte, il ghigno perfino, sull’effetto delle temperature bollenti e sui ghiacciai che si sciolgono. Tutto questo a chi lo dobbiamo? All’intelligenza artificiale? E, giusto per sapere, chi ha pensato di fare di Gaza un grande resort per rilanciare il turismo sotto l’egida di Trump e dei suoi famelici parenti o soci d’affari, con il plauso servile di quasi tutti i paesi occidentali? Forse un cinico consesso di robot asserragliati in qualche grotta telematica? O, ancora, chi minaccia bombe e arsenali atomici come fossero noccioline contro le libertà altrui? Ed è stato forse un robot di Chicago a rapire un capo di governo seduto su una poltrona in un paese a migliaia di chilometri o a farne uccidere un altro? Insomma, ecco la domanda vera: chi ha mandato al potere un autentico consesso di imbecilli e criminali sparsi per il mondo? Chi sta mettendo il mondo nelle mani di fanatici politici o religiosi?

Ecco. Le grandi e sconvolgenti domande che ci dovremmo porre ogni giorno non riguardano esseri inanimati, sfuggiti o che possono sfuggire al controllo umano. Riguardano invece noi umani. Persone che utilizzando il pensiero umano controllano, decidono, orientano, o anche frenano le scelte del mondo. E sotto e prima di loro, persone, miliardi di persone, molte delle quali hanno pure studiato, che scelgono a propria volta coloro che controllano, decidono, ecc. Proprio così, la grande imputata di questo quarto di millennio dovrebbe essere la nostra intelligenza naturale. La stessa che ha fatto della storia il celebre mattatoio hegeliano. Certo, mostruosità ancora superiori potrebbero essere concepite da un’intelligenza artificiale non sottoposta a regole, esattamente come quella naturale che si è sprezzantemente liberata di diritti e tabù in pochi anni. E in effetti vengono intravisti nuovi gradini di una escalation angosciante. Gli stessi scienziati che hanno acquisito con la materia una certa (e forse sciagurata) familiarità ce li rivelano, atterriti dalle possibili conseguenze delle proprie idee e azioni. Sicché l’intera umanità ci compare in una veste a noi ben nota da quando leggevamo i miti e le fiabe, a cattivo o a lieto fine: quella dell’apprendista stregone ma anche di Icaro. Il principio del rovesciamento della natura delle cose. Così come secondo i latini (“summum ius, summa iniuria”…) il massino del diritto diventava il massimo dell’ingiustizia, come in Icaro il volo diventa l’abisso, qui il massimo della scienza, del calcolo razionale, della estetica matematica, si trasforma nella follia. Scendendo giù per li rami da Einstein verso un drammatico, grottesco Spennacchiotto, lo scienziato pazzo dei fumetti. Gli ininterrotti allarmi contro l’intelligenza artificiale appaiono insomma, in queste condizioni, un grandioso fenomeno di distrazione di massa. Con quale esito concreto? Fare apparire terribile il futuro possibile così da normalizzare il presente reale, che quel futuro sta generando e intende continuare a generare in nome dell’egemonia geopolitica delle potenze. E tuttavia è proprio da questo presente che urge allontanarsi se non si vuole che quel futuro ci piombi addosso. Esso ha le sembianze di un robot, ma ha le carni e il dna degli umani. La lotta non è contro il futuro, ma tra due presenti. Basta però, mi sto preoccupando di nuovo. Perché è dell’uomo, in fondo, che ho paura.

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