RIARMO, 5 CONTRADDIZIONI DALL’ECONOMIA ALL’ETICA da IL FATTO e LAFIONDA
Riarmo, 5 contraddizioni dall’economia all’etica
Gabriele Guzzi 4 Ottobre 2026
Quando si discute di riarmo, spesso si finisce a trattare il tema come un derby. Si può essere soltanto d’accordo o contro. Non si accettano discorsi più complessi, domande più precise. La questione, invece, è che non esiste il riarmo in sé, ma uno specifico progetto, denso di contraddizioni e problematiche. Ne evidenziamo cinque.
1. Sappiamo contro chi ci stiamo riarmando e, soprattutto, per fare cosa? La prima contraddizione è geopolitica. In pochi sostengono che l’Italia non debba avere forze armate efficienti: una nazione mediterranea ha bisogno di una Marina capace di proteggere rotte e stretti, di difesa aerea, di capacità di deterrenza. Ma da questo non discende che la politica militare debba essere organizzata intorno alla prospettiva di uno scontro con la Russia, che è il vero fulcro della questione. Chi invoca il tema delle alleanze, che ci legherebbe indissolubilmente al destino di altri Paesi, si dimentica che persino l’articolo 5 della Nato non prescrive automaticamente un coinvolgimento militare in caso di attacco: ciascun alleato intraprende l’azione che “giudicherà necessaria”. Prima di parlare di riarmo dovremmo perciò precisare gli obiettivi, chiarire i potenziali nemici, per evitare che una necessità di ogni Stato moderno venga confusa con la disponibilità a farsi coinvolgere in una guerra potenzialmente atomica.
2. Chi produce le armi per la sicurezza risponde necessariamente al nostro stesso interesse? La seconda contraddizione è economica. Non si può negare come, in Occidente, la guerra sia divenuta la prosecuzione della finanza con altri mezzi. Il fatto che il riarmo sia una clamorosa occasione di arricchimento getta una grande ombra sulle sue ragioni. Rheinmetall, ad esempio, dal 2021 ha vissuto un aumento del valore azionario pari al 1.200%. Il problema è che il 58% del capitale è detenuto da investitori istituzionali: il 7% da BlackRock, il 3,8% da Vanguard, il 3% da Fidelity. Stiamo affidando i destini della nostra sicurezza a chi ha come obiettivo non la nostra difesa ma la massimizzazione del profitto. Non è un caso, d’altronde, che, come stima il think tank Bruegel, col costo di un carrarmato di terza generazione americano ne potresti ottenere 4 russi o 8 cinesi. La logica del dividendo non può essere il principio ispiratore di una democrazia avanzata.
3. Il “riarmo europeo” sta armando l’Europa o sta riarmando gli Stati europei? La terza contraddizione è politica. È forse il paradosso principale del piano Ue. La Germania programma una crescita impressionante della spesa militare e il governo Merz dichiara di volerla triplicare in soli 7 anni. La Polonia già destina nel 2026 il 4,8% del Pil alla difesa. L’integrazione europea era nata anche per imbrigliare le rivalità delle potenze nazionali; oggi, paradossalmente, proprio in nome dell’Europa ricostruiamo enormi capacità militari nazionali. Entro il 2039, sia la Germania che la Polonia ambiscono ad avere gli eserciti convenzionali più grandi del continente. Per la sicurezza dell’Italia, ciò non rappresenta una minaccia preoccupante?
4. Chi dovrebbe avere, in Europa, il potere di decidere la guerra? La quarta contraddizione è democratica. Un esercito presuppone qualcuno che individui il nemico, stabilisca quando combattere, quali perdite accettare e, nel caso estremo, possa assumere decisioni dalle conseguenze nucleari. Se oggi esistesse un esercito europeo e la politica militare fosse concentrata nelle istituzioni dell’Ue, saremmo più vicini o più lontani da uno scontro con la Russia? Se Kallas o von der Leyen detenessero il potere di usare armi nucleari, saremmo in un contesto di maggiore o minore sicurezza? Sono domande che meritano almeno di essere poste. Costruire un esercito senza Stato, e quindi senza piena democrazia, non è uno scenario da evitare per chi ha a cuore una visione costituzionale sull’Italia?
5. Nell’era nucleare, più forza militare significa necessariamente più sicurezza? L’ultima contraddizione è filosofica e, in fondo, antropologica. Dopo Hiroshima, possiamo continuare a pensare la sicurezza principalmente attraverso l’accumulazione della forza? Non si tratta ovviamente di negare i rapporti di potenza né predicare un ingenuo disarmo unilaterale. Significa riconoscere che, oggi, una guerra tra grandi potenze può distruggere precisamente ciò che pretende di difendere. La forza militare resta uno strumento della politica, ma non può diventarne l’elemento ordinatore. Per l’Italia potrebbe allora esistere un’altra ambizione: essere un soggetto mediterraneo, capace di difendere rotte e interessi strategici, ma anche di svolgere una funzione di mediazione tra aree differenti. Non un’Italia imbelle, dunque, ma potenza di pace: sufficientemente autonoma da non fare della preparazione alla guerra la propria etica, sufficientemente libera da riscoprire i propri interessi invece che inseguire i sonnambuli della notte.
Il conto alla rovescia della guerra tra popolo ed élite
Salvatore Bianco 3 Ottobre 2026
Se la furia bellicista non è soltanto una vuota retorica – e purtroppo sembra non esserlo – c’è da attendersi, in un futuro non troppo lontano, un’ulteriore stretta autoritaria nel governo delle nostre società europee. Come attestano di recente i risultati elettorali nei Länder tedeschi, queste ultime si stanno dimostrando largamente refrattarie alla propaganda guerrafondaia somministrata in dosi massicce dall’establishment e dai suoi apparati mediatici. Il legame sociale è irrimediabilmente reciso e nessun artificio tentato da Merz, o da altri come lui, potrà riesumarlo. Le società sono implose nei loro fondamentali di protezione sociale e di riconoscimento antropologico e simbolico.
Rendere ragione di questo esito non è complicato. La “legge della giungla” instauratasi ovunque nel quadrante occidentale per effetto del dominio neoliberista ha come suo fondamento assoluto l’istinto di sopravvivenza individuale. Pertanto, quella folla solitaria di atomi in cui si è sciolto il legame sociale converge – per puro spirito di sopravvivenza – in un rifiuto categorico della chiamata alle armi da parte dei governi dell’Unione Europea. Una precisazione è doverosa: il neoliberismo come paradigma economico è trapassato da tempo. Ciò nonostante, ha lasciato come frutto avvelenato una società risentita, composta da individui isolati e per nulla disposti a farsi arruolare da un ceto politico che non riconoscono come classe dirigente.
Stante l’impossibilità di convincere con le buone che la guerra “s’ha da fare”, è assai probabile che si passerà a modi più sbrigativi. Ci si deve quindi attendere che, in corrispondenza di un’economia sempre più irreversibilmente di guerra, si tenderà a chiudere il cerchio verso una società integralmente militarizzata, caratterizzata da modelli di relazioni sociali spinti alla massima verticalità e improntati al verbo unico del conflitto.
Al momento ci troviamo ancora in una fase di “stallo strategico” e sussiste un margine di manovra. A causa della distruzione sistematica dei corpi intermedi, operata negli anni da politiche asservite al mercato, non disponiamo di soggetti collettivi strutturati né di visioni del mondo all’altezza della sfida, capaci di congedare all’istante le élite al potere. Nondimeno, queste ultime non possono vantare alcun consenso né obbedienza da parte dei governati per improbabili campagne militari, come certificano quotidianamente i sondaggi. Anzi, la forbice dei contrari alla guerra e al riarmo si allarga man mano che il pericolo viene percepito come imminente. Ciò che, in prima approssimazione, poteva sembrare un controllo totale delle élite sulle società si rivela, nell’attuale contingenza geopolitica, un fattore di estrema debolezza: la sistematica impossibilità dei governanti di contare sulla dedizione e sulla lealtà dell’opinione pubblica. È esattamente per questo che l’élite è impegnata nella forsennata costruzione del nemico esterno: ne ha un disperato bisogno per tentare di ricompattare un fronte interno del tutto sguarnito.
Il quadro è ulteriormente contraddittorio per il fatto che le condizioni “sovrastrutturali” – legate a un’ideologia neoliberista ancora pienamente attiva – risultano favorevoli all’affermazione di forze politiche ultraliberiste e reazionarie. Queste ultime, tuttavia, per raccogliere consenso, sono paradossalmente costrette a professarsi, almeno sul piano retorico, a favore della pace e del disarmo.
Un’alternativa politica, sostenuta dal buon senso e promossa necessariamente da una minoranza, date le condizioni, dovrebbe fare i conti con la realtà esistente per intercettarla e darle uno sbocco il più possibile “progressivo”. Occorre prendere atto che, al momento, non esiste un pacifismo militante, consapevole di sé e pronto a mobilitarsi poiché già organizzato. Più verosimilmente, si può contare, ad oggi, su un ampio e istintivo rigetto delle politiche belliciste basato su motivazioni rigorosamente individuali. Sarebbe dunque necessario effettuare un investimento politico su questa pulsione: un impulso elementare, ma pur sempre orientato alla vita e non alla morte. Si badi: rimettere in piedi lo Stato sociale e perseguire la buona e piena occupazione, con un corollario di progressività fiscale, resta indispensabile, ma si tratta di una strategia di medio periodo. Tra l’altro, questa è la sola condizione per ricostruire le basi materiali e spirituali necessarie a uscire dall’inferno in cui il neoliberismo ci ha precipitati.
In questa particolare congiuntura, tuttavia, è fondamentale intercettare quell’urlo sordo che proviene dal profondo delle nostre comunità e provare ad articolarlo, dandogli una “voce umana” (Agamben). Per fare ciò, più che nuove formazioni o movimenti politici, servono conversioni e, se necessario, strappi, con conseguenti fuoriuscite, che sappiano interpretare tale urgenza. Ciò che conta in questa fase è sottrarsi, anche sul piano mediatico, alla “cattura cognitiva” operata dagli epigoni del “pensiero unico” votati alla guerra e al riarmo, i quali vorrebbero destinare interi popoli al massacro e la stessa civiltà umana a una sorta di cupio dissolvi. Il tempo per impedirlo è quasi scaduto.
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