A GARANTIRE IL POPOLO UCRAINO È IL NEGOZIATO da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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A GARANTIRE IL POPOLO UCRAINO È IL NEGOZIATO da IL FATTO

A garantire il popolo ucraino è il negoziato

Domenico Gallo  25 Settembre 2026

Sono quattro mesi che le principali forze politiche che dovranno costituire l’Alleanza per la Costituzione discutono della necessità di costruire un programma comune con il quale affrontare le prossime elezioni politiche, ma il programma ancora non si vede. Non è un caso se questo programma non è venuto ancora alla luce perché ci sono dei nodi sui quali è difficile trovare una sintesi. Il Movimento 5 Stelle ha effettuato una consultazione dei propri iscritti sulle principali questioni programmatiche da sottoporre al giudizio degli elettori con la Convenzione Nova. Nel capitolo “Pace, guerra e riarmo”, i risultati sono stati nettissimi. Nel voto degli iscritti, il punto relativo al non proseguire nell’invio di armi all’Ucraina ha ottenuto il 91,7%, mentre il primato del diritto internazionale ha raggiunto il 98,3%. La contrarietà al piano di riarmo europeo ha ottenuto il 94,1% e quella all’aumento della spesa per la difesa il 91,8%.

Questi profili programmatici implicano una profonda svolta rispetto all’integralismo atlantista e alla politica bellicista dell’Unione europea sostenuta a spada tratta dal partito unico della guerra del quale fanno parte i socialisti europei, compreso il Pd. La questione relativa all’invio di armi all’Ucraina può sembrare un punto secondario nell’economia di un programma necessariamente più vasto, invece è una cartina di tornasole che marca la differenza fra una politica che persegue la pace, in armonia con i principi supremi della Costituzione italiana, e una politica disumana e bellicosa che punta a rilegittimare la guerra come strumento della politica internazionale e a prepararci alla guerra con la Russia, agitando una minaccia che non esiste.

Bene ha fatto Conte a ribadire che non firmerà nessun programma in cui sia previsto l’invio di nuovi armamenti all’Ucraina. Immediatamente c’è stata una levata di scudi da parte dei custodi dell’ortodossia atlantica del Pd, fra cui Quartapelle, Guerini, Sensi, Fassino e Gori. Quest’ultimo ha detto esplicitamente che la posizione di Conte su Kiev costituisce “un problema” per un eventuale accordo. Ha sostenuto che il Pd non può fare marcia indietro sulla necessità di garantire un sostegno pieno alla resistenza ucraina, “compreso lo strumento militare”, richiamando la posizione dell’Ue e dei partiti socialisti europei. Questi allarmi della componente “riformista” marcano il divorzio fra questo gruppo dirigente e il popolo degli elettori del Pd. Che non sembra abbia fatto una consultazione come ha fatto il M5S. Se l’avesse fatta molto probabilmente sarebbe venuta fuori l’avversione per la guerra condivisa dalla maggior parte del popolo italiano, e i “riformisti” si sarebbero scoperti dei generali senza esercito.

Questa volta, però, non sarebbe possibile ripetere il colpo di genio di Enrico Letta che, per fedeltà atlantica, nel 2022 ha rotto l’alleanza consegnando l’Italia nelle mani di Meloni e dei suoi partner. Per questo, saggiamente, la Schlein ha respinto gli appelli alla rottura e ha dichiarato che una composizione si troverà. A questo punto bisogna precisare che la doverosa solidarietà con il popolo ucraino per le sofferenze causate dalla guerra, non può tradursi, anzi è contraddetta da quelle azioni che alimentano la guerra all’infinito. Come ha osservato il generale Mini: “Vedere un paese europeo disastrato, una popolazione europea decimata e offrire la prospettiva di ulteriori distruzioni e massacri non è solidarietà, come non è patriottismo fare annegare la Patria in un mare di sangue per compiacere il più forte, piuttosto che discutere del proprio destino e dei propri interessi.” Il popolo ucraino è stanco di guerra, ce lo dicono i numeri. Nel gennaio del 2026, secondo l’ex ministro della Difesa Fedorov circa due milioni di giovani risultavano ricercati per evasione dalla mobilitazione perché evidentemente non vogliono essere mandati al massacro dal governo Zelensky incoraggiato dal nostro sostegno. I falsi amici dell’Ucraina sono in realtà i suoi carnefici.

Risuonano di piena attualità le parole di Papa Francesco nell’intervista alla Tv svizzera del 9 marzo 2024: “Ma credo che è più forte quello che vede la situazione, pensa al popolo e ha il coraggio della bandiera bianca e negoziare. (..) Quando tu vedi che sei sconfitto, che la cosa non va, avere il coraggio di negoziare. E ti vergogni, ma se tu continui così, quanti morti (ci saranno) poi? E finirà peggio ancora (..) Non avere vergogna di negoziare prima che la cosa sia peggio”.

Se la coalizione assumerà come prioritario il diritto dei popoli che vivono in Ucraina a non subire ulteriormente le piaghe della guerra, allora sarà più facile trovare una sintesi che sia compresa nelle urne dal popolo italiano e allontanare dagli orizzonti del nostro paese l’incubo di una guerra suicida con la Russia.

Scegliere la Neutralità come diceva Clausewitz

Fabio Mini  22 Settembre 2026

Il classico Della guerra di Clausewitz, con altri suoi scritti, fu pubblicato postumo nel 1832. I grandi generali prussiani Von Gneisenau e Scharnhorst avevano “coltivato” il genio di Clausewitz non per insegnare la guerra, della quale loro stessi erano maestri, ma per portare la guerra nella sfera dei philosophes. Quelli che molti militari ritenevano avessero idee astratte e strampalate, antimilitariste e utopiche. O quegli pseudo intellettuali osannati perché riuscivano a non farsi capire. Wilhelm Von Rüstow, nato prussiano, combattente e comandante garibaldino e studioso della guerra svizzero già nel 1857 scriveva che Clausewitz, a dispetto della sua fama, non era letto. E questo vale ancora oggi.

Paradossalmente, Clausewitz è stato più pubblicato che letto e più citato che capito, più strumentalizzato che utilizzato. Ha avuto qualche fortuna meritata e qualche disgrazia immeritata. Tra queste ultime, la principale viene proprio dalla Politica asservita alla ideologia. Clausewitz aveva scritto che la guerra era la continuazione della politica e questo aveva affascinato la cultura comunista fin dai tempi di Lenin. Durante la Repubblica di Weimar (1919-1933), Clausewitz entrò nel pantheon della destra sovversiva, non per la sua teoria della guerra, ma per la sua idea che “in circostanze estreme lo Stato e lo stesso sovrano dovessero essere sacrificati alla sopravvivenza dell’esercito per l’onore della patria”. Clausewitz aveva ricavato questa idea dall’esperienza personale sul campo. Nel 1812 era colonnello al servizio dello zar nello stato maggiore dell’Armata russa comandata dal prussiano von Diebitsch che stava inseguendo la Grande Armée napoleonica in piena disfatta. La sua armata venne a contatto con quella prussiana comandata da Yorck von Wartemburg che doveva proteggere la ritirata degli alleati francesi. La Prussia, con la Pace di Tilsit (1807) aveva dovuto accettare le condizioni di Napoleone: una vasta perdita di territori, un esercito di soli 42.000 uomini e l’alleanza/sudditanza con la Francia.

Il comandante francese della ritirata MacDonald aveva negato al comandante dell’armata prussiana di sganciarsi e questa si trovò accerchiata e bloccata nel territorio di Tauroggen, allora parte della Russia. Yorck comandava un corpo di circa 17 mila uomini, quasi la metà dell’intero esercito prussiano, e aveva due scelte: combattere cercando di crearsi un varco nell’accerchiamento o arrendersi. Una peggiore dell’altra. Von Diebitsch e Clausewitz offrirono una terza soluzione: doveva rompere l’alleanza con la Francia dichiarando la neutralità del proprio corpo. In cambio otteneva di essere superato indenne dall’armata russa e avere un corridoio franco per il rientro in Prussia. I negoziatori, tutti e tre prussiani, pensarono che solo salvando l’esercito si poteva onorare la patria anche a costo di sacrificare lo Stato e il Sovrano che di fatto si macchiavano di tradimento. Era una cosa un po’ vigliacca, ma utilizzava uno strumento legittimo nelle relazioni internazionali del tempo: la neutralità. Il re di Prussia Federico Guglielmo III fece finta di arrabbiarsi e Napoleone s’infuriò davvero. Ma ormai era fatta e la Prussia avrebbe abbandonato l’alleanza con la Francia.

Un controsenso? Un affronto all’etica militare? Forse. Ma il ragionamento di Clausewitz andava oltre il dilemma del tradire o morire. Esistono ancora una patria, un re e uno Stato senza esercito? O con un esercito asservito a un altro? Serve veramente la patria chi manda allo sbaraglio il proprio esercito? Un caso isolato non fa storia. Ma Tauroggen non lo è e non sempre è servito alla patria. La Prussia e altri popoli europei hanno celebrato Yorck come liberatore dal giogo straniero. A suo nome fu intitolata la marcia che Beethoven aveva composto nel 1809 per le milizie boeme. “Il 30 ottobre 1919, varcando il confine lituano per combattere assieme ai russi “bianchi” e ai corpi franchi tedeschi del Baltico sia contro i bolscevichi sia contro le forze anglo-francesi che sostenevano il governo lituano, un battaglione ribelle della Reichswehr “provvisoria” prestò giuramento davanti all’obelisco che allora commemorava la storica Convenzione di Tauroggen. La destra antiweimariana esaltò la figura di Yorck per invalidare l’obbedienza dei militari alla Repubblica di Weimar sorta dall’ingiusta pace di Versailles. Il caporale Adolf Hitler fu tra coloro che si identificarono nella figura dei soldati ribelli al loro re per il bene superiore della patria: citò nel Mein Kampf il manifesto politico lanciato nel 1812 da Clausewitz e onorò la memoria di Yorck con un film e col nome di uno degli incrociatori della nuova Kriegsmarine. Più tardi, sia le destre che i comunisti tedeschi usarono l’esempio di Tauroggen per sostenere il revanscismo antioccidentale e la cooperazione con l’Unione sovietica, dal trattato di Rapallo (1922) al patto Ribbentrop-Molotov (1939) fino alla Repubblica democratica tedesca (1946-89)”. (da Clausewitz in Italia, V. Ilari et al. 2010).

Oggi, a Tauroggen, il vecchio mulino dove fu siglato l’accordo non c’è più. Un grosso cubo di granito poggiato su quattro sfere si erge dalla pianura circostante e riporta i nomi dei firmatari della convenzione. Il cielo di Tauroggen è solcato dagli aerei della Nato di pattuglia. Droni nemici o amici ogni tanto appaiono a bassa quota. Poco più avanti a Ovest inizia il territorio russo di Kaliningrad, a Sud sbocca il corridoio di Suwalki dove la Nato, la Germania e la Polonia si preparano all’attacco contro la Russia, secondo un piano per l’occasione denominato “difesa preventiva”. Il luogo dove si celebra un massacro evitato per l’onore della Patria sarà una delle tombe degli eserciti e della Patria di questa guerra europea. Viva la Patria!

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