LA RESISTENZA HA SENSO SE EVITA UN’ESCALATION da IL FATTO
La Resistenza ha senso se evita un’escalation
Francesco Sylos Labini 23 Settembre 2026
Nel dibattito sulla guerra in Ucraina ricorre un argomento: la resistenza all’invasione russa sarebbe l’equivalente della Resistenza italiana e sostenerla con l’invio di armi costituirebbe quindi un obbligo per chi si riconosce nell’antifascismo. Ma un’analogia storica non può sostituire un ragionamento politico. Riconoscere il diritto degli ucraini a difendersi non significa considerare ogni scelta militare occidentale necessaria, efficace o priva di alternative. Tra la solidarietà verso una popolazione aggredita e l’approvazione di una strategia militare esiste uno spazio di discussione che nessun richiamo alla memoria dovrebbe chiudere.
La domanda riguarda gli obiettivi, i mezzi e le conseguenze. Quale esito politico si vuole raggiungere? Attraverso quale percorso il sostegno militare dovrebbe condurre a una pace durevole? Quali rischi di escalation siamo disposti ad accettare? Chi propone un negoziato deve spiegare a quali condizioni e con quali garanzie possa avvenire. Ma anche chi sostiene la prosecuzione della guerra e l’invio di armi deve indicare quale obiettivo ritenga realisticamente raggiungibile e a quale costo. Trasformare questo confronto in un processo alle intenzioni impedisce proprio quella valutazione politica che sarebbe necessaria.
Dopo più di quattro anni di guerra, questa domanda è ancora più urgente. Le sanzioni hanno imposto costi alla Russia, ma non hanno prodotto il rapido collasso della sua economia che alcuni avevano previsto. Allo stesso tempo la guerra ha aggravato alcune fragilità europee, a cominciare da quella energetica e industriale. Infliggere un costo economico a un avversario e ottenere il risultato politico desiderato sono due cose diverse: una strategia deve essere giudicata anche sulla capacità di raggiungere i propri obiettivi e sulle conseguenze che produce per chi la persegue.
La guerra ha riportato così al centro anche il problema della sicurezza europea. Con ReArm Europe/Readiness 2030 l’Unione punta a mobilitare ingenti risorse per rafforzare le capacità militari e la base industriale della difesa. Ma prima ancora di chiedersi quanto spendere occorrerebbe domandarsi quale sicurezza si intenda costruire. In un continente nel quale si confrontano potenze nucleari, la sicurezza non può essere concepita come un gioco a somma zero, nel quale la propria aumenta necessariamente a scapito di quella dell’avversario. Se ogni rafforzamento militare di una parte viene percepito dall’altra come una minaccia, può innescarsi una spirale di riarmo che finisce per ridurre la sicurezza complessiva. Una politica europea dovrebbe quindi interrogarsi non soltanto sulla deterrenza, ma anche sulle condizioni politiche e diplomatiche necessarie a ridurre il rischio di conflitto.
A questo si aggiunge una seconda domanda: quale sviluppo si intende finanziare? Anche il riarmo richiede una solida base industriale e non può quindi rappresentare, di per sé, la risposta alla crisi produttiva e tecnologica europea. Destinare ingenti risorse alla difesa significa inoltre scegliere quali altre priorità – dalla transizione energetica alla ricerca e alle politiche sociali – rischiano di essere sacrificate o rinviate.
Esiste infine una questione democratica. Se l’Europa vuole costruire una difesa comune, deve chiarire chi decide il suo impiego, davanti a quale Parlamento risponde e quali cittadini possono sanzionarne democraticamente le decisioni. Un esercito senza uno Stato solleva problemi fondamentali di legittimità, responsabilità e controllo democratico. Le istituzioni necessarie a esercitare poteri di questa portata non possono essere create dalla contingenza: devono nascere da un processo politico democratico.
È forse qui che la parola resistenza può acquistare un significato per l’Europa di oggi: resistere all’idea che l’escalation sia inevitabile e che mettere in discussione una strategia equivalga a schierarsi con il nemico. Non basta invocare la pace. Occorre costruire una politica capace di perseguirla, attraverso iniziative diplomatiche, proposte negoziali e garanzie di sicurezza da discutere con le parti coinvolte. È anche di questo che discuteremo dal 1° al 4 ottobre a Sesto Fiorentino nell’iniziativa di Disarma “Oltre la guerra il futuro nelle nostre mani”. Difendere la democrazia significa conservare la possibilità di discutere e scegliere tra strategie diverse, soprattutto quando sono in gioco la guerra e la pace. La memoria della Resistenza dovrebbe rafforzare questa responsabilità, non dispensarci dall’esercitarla.
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