VALORI OCCIDENTALI: REALIZZARE LE PROPRIE PROMESSE MANCATE da IL FATTO e NYT
Valori occidentali: realizzare le proprie promesse mancate
Francescomaria Tedesco 5 Settembre 2026
Nell’imminenza dell’inizio dell’anno scolastico si torna a parlare delle Indicazioni nazionali volute da Valditara, tra cui quella che fa più rumore è il richiamo ai cosiddetti “valori dell’Occidente”. Un tema che sollecita una riflessione sulla condotta di Europa e Stati Uniti sullo scenario internazionale, a partire dai teatri di guerra più caldi (ma non unici, ahinoi): l’Ucraina, Gaza, l’Iran. Ma che parla anche della politica interna, con la sua ossessione per la “presunta” invasione migratoria. Il refrain è che non possiamo non dirci occidentali, ovvero moderni, liberali, emancipati e – perché no? – cristiani. Giova allora un po’ di teoria.
Nell’edizione Einaudi del 1977 del libro postumo e incompiuto di Ernesto de Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, compariva un passaggio del celebre etnologo e filosofo napoletano dedicato a un tema che innerva tutta la sua opera. Scriveva de Martino che “il giudizio che l’occidente può dare di culture non occidentali non può non essere etnocentrico, almeno nel senso che non è possibile per lo studioso occidentale di culture non occidentali rinunziare all’impiego di categorie interpretative maturate nella storia culturale dell’occidente: una prospettiva assolutamente non etnocentrica è un assurdo teorico e un’impossibilità pratica, poiché equivarrebbe a uscire dalla storia per contemplare tutte le culture, compresa la occidentale”. Questo specifico passaggio metodologico ed ermeneutico è poi scomparso dalla riedizione del 2019 sempre per Einaudi. Tuttavia conta sottolineare la presenza, nel pensiero di de Martino, del concetto di etnocentrismo declinato però nella sua versione critica, di contro a quella acritica e dogmatica. Se dai grandi autori si può prendere forse un po’ tradendoli, occorre salvare questa intuizione magistrale anche dalle sue implicazioni, a partire dall’idea che comunque de Martino affermava – nonostante quel magistrale caveat a proposito del dogmatismo – della superiorità della civiltà occidentale. Ma cosa vuol dire etnocentrismo critico? Deduciamolo al contrario, a partire cioè dalla sua versione dogmatica: essere etnocentrici acritici significa sostenere la superiorità della propria cultura; asserire l’esistenza di principi e valori universali che però magicamente corrispondono ai propri e vanno imposti agli altri. L’etnocentrismo critico, a rovescio, sostiene la parzialità situata del proprio punto di vista, la consapevolezza di tale parzialità, il che vuol dire considerare l’altro su un piano di parità.
L’Occidente che ci serve è quello capace di vedere i propri limiti. Per Cornelius Castoriadis, solo l’Occidente sa farlo. Non condivido, ma possiamo dire che l’Occidente di certo sa farlo. Occorre però anche andare oltre, evitando che l’esercizio della ragione critica si trasformi in un manicheismo uguale e contrario secondo il quale l’Occidente è la sentina di tutti i mali (e, di converso, l’“altro” è “buono” per definizione). Cosa c’è dunque da salvare della nostra tradizione, del nostro passato? Qual è il nostro futuro? A mio avviso, il “destino” dell’Occidente si compie solo nella misura in cui esso realizza, depurandole dai doppi standard, le proprie promesse mancate: diritti, pace, democrazia, uguaglianza, sviluppo, dichiarati universali, costituiscono l’ossatura del progetto occidentale, eppure continuano a valere solo per una porzione del mondo, e anzi sempre più solo per la parte ricca. Se ha un senso dirsi occidentali è in questo voler compiere quel progetto partendo dalla consapevolezza demartiniana della sua parzialità, ma non rinunciandovi. L’Occidente compie il proprio destino quando deplora le guerre di aggressione (proprie e altrui), quando non avalla il genocidio, quando non usa la democrazia formale come foglia di fico per nuove tirannidi tecnocratiche.
Quando George Kennan definiva l’espansione della Nato come un “tragico errore”
L’analista di politica internazionale Glenn Diesen ha ripreso in questi giorni sui suoi canali l’intervista che l’editorialista del NYT Thomas Friedman aveva raccolto al novantaquattrenne George Kennan. Era il 1998 e lo storico diplomatico Usa si esprimeva così sull’espansione della NATO: «Penso che sia l’inizio di una nuova Guerra Fredda… Penso che i russi reagiranno gradualmente in modo piuttosto negativo e ciò influenzerà le loro politiche. Penso che sia un tragico errore. Non c’era assolutamente alcun motivo per farlo. Nessuno stava minacciando nessuno. Questa espansione farebbe rivoltarsi nella tomba i Padri Fondatori di questo Paese… Naturalmente ci sarà una reazione negativa da parte della Russia, e allora [i sostenitori dell’espansione della NATO] diranno: ‘Ve l’avevamo sempre detto che i russi sono così’ – ma questo è semplicemente sbagliato.”
Vista l’importanza e l’attualità abbiamo decido di pubblicare la traduzione dell’intero testo dell’intervista.
«È un tragico errore»
Uno statista statunitense esprime dubbi sull’opportunità dell’espansione della NATO
Thomas L. Friedman, New York Times (1998)
La sua voce è ormai un po’ flebile, ma la mente, anche a 94 anni, è lucida come sempre. Così, quando ho contattato George Kennan al telefono per chiedergli un commento sulla ratifica da parte del Senato dell’espansione della NATO, non mi ha sorpreso scoprire che l’uomo che fu l’artefice del successo della politica americana di contenimento dell’Unione Sovietica e uno dei grandi statisti americani del XX secolo avesse già pronta una risposta.
«Penso che sia l’inizio di una nuova Guerra Fredda», ha detto Kennan dalla sua casa di Princeton. «Credo che i russi reagiranno gradualmente in modo piuttosto negativo, e ciò influenzerà le loro politiche. Penso che sia un tragico errore. Non c’era assolutamente alcun motivo per farlo. Nessuno stava minacciando nessuno. Questo allargamento farebbe rivoltarsi nella tomba i Padri Fondatori di questo Paese. Ci siamo impegnati a proteggere tutta una serie di paesi, anche se non abbiamo né le risorse né l’intenzione di farlo in modo serio. (L’espansione della NATO) è stata semplicemente un’azione avventata da parte di un Senato che non ha alcun reale interesse per gli affari esteri».
«Ciò che mi infastidisce è quanto sia stato superficiale e disinformato l’intero dibattito al Senato», ha aggiunto Kennan, che era presente alla fondazione dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico e il cui articolo anonimo del 1947 sulla rivista Foreign Affairs, firmato «X», definì la politica americana di contenimento della Guerra Fredda per 40 anni. «Mi hanno particolarmente infastidito i riferimenti alla Russia come a un paese che non vede l’ora di attaccare l’Europa occidentale. La gente non capisce? Le nostre divergenze durante la Guerra Fredda erano con il regime comunista sovietico. E ora stiamo voltando le spalle proprio a quelle persone che hanno portato avanti la più grande rivoluzione incruenta della storia per rovesciare quel regime sovietico».
«E la democrazia russa è avanzata quanto, se non più, di qualsiasi altro di quei paesi che abbiamo appena accettato di difendere dalla Russia», ha affermato Kennan, entrato a far parte del Dipartimento di Stato nel 1926 e ambasciatore a Mosca nel 1952. «Ciò dimostra una comprensione davvero scarsa della storia russa e di quella sovietica. Ovviamente ci sarà una reazione negativa da parte della Russia, e allora (i sostenitori dell’espansione della NATO) diranno che ve l’avevamo sempre detto che i russi sono fatti così — ma questo è semplicemente sbagliato.»
Viene solo da chiedersi cosa diranno gli storici del futuro. Se saremo fortunati, diranno che l’espansione della NATO in Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca semplicemente non ha avuto alcuna importanza, perché il vuoto che avrebbe dovuto colmare era già stato colmato, solo che la squadra di Clinton non riusciva a vederlo. Diranno che le forze della globalizzazione che integravano l’Europa, insieme ai nuovi accordi sul controllo degli armamenti, si sono rivelate così potenti che la Russia, nonostante l’espansione della NATO, ha proseguito sulla via della democratizzazione e dell’occidentalizzazione, ed è stata gradualmente trascinata in un’Europa vagamente unificata. Se saremo sfortunati, diranno, come prevede Kennan, che l’espansione della NATO ha creato una situazione in cui la NATO dovrà o espandersi fino al confine con la Russia, innescando una nuova Guerra Fredda, oppure smettere di espandersi dopo questi tre nuovi paesi e creare una nuova linea di demarcazione attraverso l’Europa.
Ma c’è una cosa su cui gli storici futuri non mancheranno di soffermarsi, ed è la totale povertà di immaginazione che ha caratterizzato la politica estera statunitense alla fine degli anni ’90. Noteranno che uno degli eventi fondamentali di questo secolo ha avuto luogo tra il 1989 e il 1992: il crollo dell’impero sovietico, che possedeva la capacità, le intenzioni imperiali e l’ideologia per minacciare realmente l’intero mondo libero. Grazie alla determinazione occidentale e al coraggio dei democratici russi, quell’impero sovietico crollò senza uno sparo, dando vita a una Russia democratica, liberando le ex repubbliche sovietiche e portando a accordi senza precedenti sul controllo degli armamenti con gli Stati Uniti.
E qual è stata la risposta dell’America? È stata quella di espandere l’alleanza della NATO, nata durante la Guerra Fredda contro la Russia, e di avvicinarla ai confini russi.
Sì, raccontate ai vostri figli, e ai figli dei vostri figli, che avete vissuto nell’era di Bill Clinton e William Cohen, nell’era di Madeleine Albright e Sandy Berger, nell’era di Trent Lott e Joe Lieberman, e che anche voi eravate presenti alla creazione dell’ordine post-guerra fredda, quando questi titani della politica estera hanno unito le loro menti e hanno prodotto… un topolino.
Siamo nell’era dei nani. L’unica buona notizia è che siamo arrivati fin qui tutti interi perché c’è stata un’altra epoca — quella dei grandi statisti dotati sia di immaginazione che di coraggio.
Nel congedarsi, Kennan aggiunse solo un’altra cosa: «Questa è stata la mia vita, e mi addolora vederla così rovinata alla fine».
? THOMAS L. FRIEDMAN è editorialista del New York Times, 229 W. 43rd St., New York, N.Y. 10036.
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