L’ITALIA È CAMBIATA DAVVERO. A COLPI DI DECRETO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’ITALIA È CAMBIATA DAVVERO. A COLPI DI DECRETO da IL MANIFESTO

L’Italia è cambiata davvero. A colpi di decreto

Andrea Colombo  05/09/2026

Meloneide Maggioranza schiacciante, non conquistata sul campo ma regalata dai rivali. Alleati genuflessi e sottomessi anche quando hanno fatto finta di ruggire. Opposizione popolata da comparse sfuggite al set di una serie sugli Walking Dead

Maggioranza schiacciante, non conquistata sul campo ma regalata dai rivali. Alleati genuflessi e sottomessi anche quando hanno fatto finta di ruggire. Opposizione popolata da comparse sfuggite al set di una serie sugli Walking Dead. Anche a fingere che governare sia davvero un esercizio da rodeo, per farsene vanto dovrebbe comunque esserci un toro da cavalcare.

Ma tant’è. Il record di Giorgia Meloni c’è. Sotto con la torta e i calici colmi, anche se la prima ha un retrogusto di ricino e i secondi, per via dell’intruso con le stellette e certo non del Campo largo, somigliano a un mesto ultimo brindisi prima dell’addio.

La stessa presidente del consiglio avverte per un momento il ridicolo della situazione e mette le mani avanti. Non penserete mica che proprio lei consideri la durata un valore in sé, un «record da esibire»? È importante, sì, ma solo perché «permette di programmare, decidere, mantenere gli impegni e farsi rispettare». La programmazione però latita, le decisioni non vanno oltre la proroga di qualche ora dei taglietti sulle accise e quando si arriva agli impegni rispettati cominciano i dolori. La «madre di tutte le riforme», il premierato, ha preferito interrompere la gestazione prima di mettere al mondo un Rosemary’s Baby accolto con orrore. Il referendum sulla giustizia, spacciato per pronunciamento anti-garantismo, è stato affossato nelle urne. La premier, immersa nel verde e circondata da uccellini cinguettanti come la bella addormentata, ha fatto finta di niente: «Rispettiamo il voto». E ci mancherebbe altro.

A STRACCIARE L’AUTONOMIA differenziata ha provveduto la Consulta: resta il guscio ma, per grazia di Costituzione, semivuoto. Il ponte sullo Stretto, per fortuna, sta sempre alla posa della prima pietra e meglio così perché in materia di trasporti l’apposito ministro Salvini vanta il tocco di Mida però rovesciato: dove tocca semina disastri. Per restare ai ponti, quello che avrebbe dovuto ricongiungere le due sponde dell’Atlantico grazie al rapporto privilegiato della record woman con il presidente americano invece è finito peggio del Titanic, lasciandosi dietro una scia di malanimi e rancori. Uno di quei matrimoni conclusi con avvocati agguerriti e immortalato da foto e video che solo a sentirli nominare l’amico Donald minaccia il cannibalismo.

Il fiore all’occhiello tra gli «impegni mantenuti» è il certificato aumento dell’occupazione. In effetti i cittadini lavorano di più, soprattutto quelli oltre i confini della terza età. Il lavoro si sa che nobilita di per sé, dunque ne sono lieti: se poi guadagnassero anche, dovessero spendere di meno e si trovassero le tasche più piene invece che desertificate lo sarebbero anche di più. Sulla sanità invece conviene glissare perché, per restare in argomento, non si spara sulla Croce rossa.

IL RISPETTO IN EUROPA la premier se lo è conquistato davvero ma lo ha pagato caro. Le è costato il boccone amaro di un riarmo che definirlo oneroso è un eufemismo e quello amarissimo di un Patto di Stabilità restaurato secondo criteri opposti a quelli che sarebbero stati nell’interesse del Paese, pardon della Nazione, e di sfuggita anche a quel che aveva promesso quando era ancora solo una «underdog». Invece la promessa di stracciare l’unica eredità positiva della legislatura precedente, il reddito di cittadinanza, la ha mantenuta in tempi record e gli applausi di Confindustria sono stati scroscianti. Era ora di farla finita con quei quattro soldi a pioggia che costringevano a elargire paghe sempre da fame ma un po’ meno oscene.

Anche sul fronte delle figuracce internazionali qualche perla per la verità c’è stata. La sgangherata fretta con cui il governo ha riportato in patria con tutti gli onori un torturatore libico inseguito da mandato di cattura internazionale non è stata precisamente il massimo. Ma l’Europa, purché non si tratti di quattrini, è magnanima: sa quando guardare da un’altra parte. Il ministro della giustizia Nordio, del resto, è rimasto incredibilmente al suo posto. In quell’occasione come in infinite altre.

È PERÒ UN ERRORE ripetere, come fa l’opposizione in coro, che in questi quattro anni da record il governo non ha fatto niente. Vanta un elenco sterminato di decreti ammazzasette su immigrazione e sicurezza, sui quali converrebbe non ironizzare. Certo, l’esordio con la crociata anti-rave aveva del grottesco. La conferenza stampa di Cutro, con quella roboante promessa di dare la caccia ai trafficanti «per tutto il globo terracqueo», è uno dei capitoli più incresciosi nella storia della politica.

L’avanti-indietro tra l’Italia e l’Albania, dopo l’annuncio trionfale dell’accordo con il premier Rama, ha rapidamente acquistato tratti satirici. Ma quello stillicidio di decreti ha cambiato davvero l’Italia, ha riempito le carceri minorili, reso senso comune la disumanità, corroborato il mito delle frontiere minacciate da orde selvagge, imposto la repressione come panacea e rimedio universale. E la barzelletta albanese è di quelle che non dovrebbero far ridere. Ha cambiato l’Europa. La sta già trasformando in una Fortezza tetra e inospitale, circondata da lager esternalizzati nei «Paesi terzi».

È vero, non è bastato e i consensi che aumentano intorno alle sparate sempre più inconcepibili di Roberto Vannacci stanno lì a dimostrarlo. Ma è solo perché quelli della sicurezza e della caccia al «clandestino» sono secchi bucati: non c’è modo di riempirli e, come sta imparando Meloni a sue spese, si potrà sempre promettere di peggio e di più.

In materia di conti pubblici, poi, la premier e il ministro Giorgetti si sono dati da fare davvero. Il governo che si è festeggiato ieri è stato ed è il più rigorista e austero: più Wolfgang Schäuble che Mario Draghi. Non c’è da stupirsi se l’intero comparto dei poteri economici e finanziari ieri ha brindato sincero alla salute di Giorgia. Lunga vita alla loro regina.

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