NON È SOLO UNA BANDIERA da IL MANIFESTO
Non è solo una bandiera
Cristina Piccino 04/09/2026
Venezia83 Non ci sarà la bandiera della Palestina sul tetto del Palazzo del cinema, non almeno in questa edizione della Mostra. Il direttore Alberto Barbera è stato chiaro alla vigilia dell’inaugurazione di Venezia 83 rispondendo alla lettera aperta inviata qualche giorno prima da Venice4Palestine
l red carpet di Venezia con le bandiere delle nazioni dei film in gara – Foto Ansa
Non ci sarà la bandiera della Palestina sul tetto del Palazzo del cinema, non almeno in questa edizione della Mostra. Il direttore Alberto Barbera è stato chiaro alla vigilia dell’inaugurazione di Venezia 83 rispondendo alla lettera aperta inviata qualche giorno prima da Venice4Palestine – e firmata fra gli altri da Annie Ernaux, Roger Waters, Nan Goldin – che chiedeva appunto di esporla insieme alle altre a sottolineare la presenza nella selezione di due film targati Palestina – Citizen Osama; Conversation With the Sea – e prima ancora a dichiarare una presa di posizione politica dell’istituzione rispetto al genocidio e alla pulizia etnica che Israele sta compiendo contro il popolo palestinese.
Il motivo della decisione è che la Palestina non è «purtroppo per l’Italia ancora uno Stato riconosciuto» – pure se lo è per 150 altri Paesi nel mondo, compresi 35 Stati europei tra cui Francia, Spagna e Gran Bretagna. Non poteva essere questo un gesto simbolico di riconoscimento?
Ieri è arrivata la replica di Venice4Palestine che rilanciando la richiesta dice tra l’altro: «Vorremmo che le istituzioni specie quelle culturali trovino il coraggio di fare uno scarto (…) e di prendere finalmente una posizione netta e chiara (…). Non è più tempo. I film parlano per se stessi e tutt’al più per i loro autori, non certo per la Biennale. C’è ancora tempo invece per un gesto simbolico e concreto».
Di fronte all’eliminazione sistematica e pianificata di un popolo, non si può rimanere in silenzio, specie quando in passato anche recente – pensiamo al genocidio in Bosnia abbiamo detto «mai più». E invece ogni presa di parola di artiste, di artisti, collettiva viene attaccata, censurata, repressa. Basta vedere cosa sta accadendo in questi giorni all’attore Mark Ruffalo, al centro di una campagna diffamatoria che lo accusa di antisemitismo, alimentata da Paramount Skydance. L’attore americano è stato uno dei più critici sulla fusione Paramount Warner sottolineando come a garantirla finanziariamente fossero i capitali di Larry Ellison, il padre di David e Ceo di Oracle, il colosso tecnologico che da decenni fornisce sostegno alle forze armate e alla polizia di Israele.
Molte organizzazioni come la Wisenthal Foundation hanno chiesto di censurarlo professionalmente e ieri con una lettera aperta dal titolo Enough si sono invece schierati in suo sostegno centinaia di personalità fra cui George Clooney qui a Venezia, Joaquim Phoenix, Jonathan Glazer, Todd Haynes, Hannah Einbinder, Joel Coen. Perché criticare Israele e il suo governo è legittimo e non significa essere antisemiti, e il sionismo non è l’ebraismo. Anche noi dobbiamo dire «Enough» al genocidio, alle menzogne, ai processi che si fanno a chi prende la parola con voce forte e chiara contro di esso, quasi che questa protesta sia divenuta un laboratorio di censura del dissenso. La bandiera palestinese non è solo una bandiera. Per questo vedere quella di uno Stato genocidario che sventola allegramente di fronte al mare è doloroso. E ci pone molte domande sullo stato di ciò che chiamiamo democrazia.
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