“IL FASCISMO GENTILE CHE SVUOTA LA CARTA CON I DECRETI SICUREZZA” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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“IL FASCISMO GENTILE CHE SVUOTA LA CARTA CON I DECRETI SICUREZZA” da IL FATTO

Meloni festeggia, ma ha galleggiato con i sussidi

Gianfranco Viesti  4 Settembre 2026

Giorgia Meloni festeggia a Bari i 1413 giorni alla guida dell’esecutivo. Che la durata sia lunga è nei fatti. Che abbia davvero governato, è assai più discutibile. Il governo si è limitato a galleggiare, coltivando giorno per giorno i suoi bacini di consenso: basti pensare, per tutti, all’ulteriore frammentazione e indebolimento del sistema fiscale. Non vi è traccia di una visione del paese né, tanto meno, di interventi strutturali per farlo uscire dalle trappole della bassa crescita e delle crescenti disuguaglianze che lo segnano ormai da molti anni.

La presidente del Consiglio è combattiva. Intelligentemente, punta sul Mezzogiorno: sapendo che lì l’elettorato è mobile e determinerà l’esito finale per l’intero paese; che la valanga di No al referendum non si traduce automaticamente in voti per l’opposizione. Il filo narrativo è semplice: grazie a noi negli scorsi anni il Sud è cresciuto molto, con gli investimenti prodotti dalla Zes. È vero. L’ultimo quinquennio ha visto interessanti, e in larga misura sorprendenti, risultati economici nel Mezzogiorno. Un’ottima notizia. Ma sono stati dovuti agli investimenti del Pnrr e all’intonazione meno restrittiva delle politiche di bilancio con la sospensione del Patto di Stabilità. Entrambe le condizioni, non attribuibili a questo governo: anzi, sarebbe bene far luce proprio sull’attuazione del Piano di Ripresa: caratterizzata da opacità sulle scelte e sui numeri e continue, discutibili, riprogrammazioni di spese e obiettivi e cancellazioni di interventi. In ogni caso, condizioni ormai superate, come evidente dal forte rallentamento dell’economia, al Sud e nell’intero paese.

Quanto alla Zes, è una riuscita operazione di marketing politico. Assai poco contrastata dalle opposizioni, forse per la preoccupazione di inimicarsene i beneficiari. Un credito d’imposta a pioggia sugli investimenti, già sperimentato più volte in passato; semplice e automatico: e per questo assai gradito. Ma costosissimo; e che soprattutto si limita a finanziare ogni scelta del privato, senza provare a condizionarle come ogni vera politica industriale dovrebbe fare, ad esempio verso attività più innovative o a maggior contenuto di occupazione qualificata. Quanto alla semplificazione delle procedure, sarebbe bene discuterne, piuttosto che elogiarla: i processi autorizzativi in più casi collidono con le normative ambientali e urbanistiche regionali e locali; le richieste di sburocratizzazione spesso esprimono il desiderio di avere le mani libere da norme e controlli. Risultato finale – in ogni caso – è una struttura produttiva del Mezzogiorno che non si trasforma; non cresce nelle nuove tecnologie e produzioni verdi, nella logistica, nei servizi più avanzati. E che invece presenta rischi di involuzione, anche grazie all’insipienza del governo su Taranto e sulla filiera dell’auto e dei componenti.

Il governo tace sul resto: su quello che conta nella vita quotidiana. La lista sarebbe lunghissima: solo qualche esempio. La sistematica distruzione delle politiche di coesione, lo smantellamento delle strutture tecniche centrali, l’involuzione delle politiche comunitarie proposta da Fitto a Bruxelles. Il definanziamento della sanità e lo stallo delle case di comunità; la ridefinizione dei fondi per il trasporto pubblico locale; l’assenza di miglioramenti nella mobilità ferroviaria nonostante tutte le spese del Pnrr; i tagli all’università. L’appoggio all’autonomia regionale differenziata (la secessione dei ricchi), che rischia di colpire ulteriormente il servizio sanitario nazionale a danno delle regioni più deboli. Le sacche di povertà, aggravate dalla cancellazione del reddito di cittadinanza; la precarietà del lavoro e i salari da poche centinaia di euro, aggravati dalle fiammate inflazionistiche senza un salario minimo e maggiori tutele contrattuali. La percezione di una mancanza di prospettive, la persistente emigrazione, la natalità ai minimi storici.

Ma se il quadro è questo, perché i sondaggi non segnalano una vittoria a mani basse del centrosinistra al Sud, e quindi nell’intero paese? La spiegazione ha radici antiche. Al racconto di Meloni non se ne contrappone un altro, differente. Ormai da moltissimi anni le forze progressiste non hanno un’elaborazione culturale e politica sul Mezzogiorno, e in generale sulle questioni territoriali; si affidano, nel migliore dei casi, ai successi di leader locali. Fanno un’opposizione tattica: no a questo, più a quell’altro, ma non offrono una reale alternativa: ad esempio, si oppongono (benissimo!) all’autonomia differenziata, ma non raccontano mai quale Italia delle regioni e delle città vorrebbero, con quali meccanismi fiscali e con quali obiettivi di servizi pubblici. Difficile così trasformare lo scontento e la sfiducia di larghe parti del Sud in voti. E Meloni festeggia e ci riprova.

“Il fascismo gentile che svuota la Carta con i decreti sicurezza”

Silvia Truzzi  4 Settembre 2026

Il costituzionalista: “Parlamenti esautorati, magistrati intimiditi: la democrazia scricchiola”

Il Fascismo bianco, titolo dell’ultimo lavoro di Michele Ainis, è uno spettro che si aggira per il mondo e non solo nelle autocrazie (Cina e Russia) o nelle grandi democrazie (Usa e India). Anche qui, nella vecchia Europa che ha inventato i diritti e il welfare – dalla Francia all’Inghilterra, passando per l’Italia dei Fratelli, eredi dei postfascisti – non ce la passiamo affatto bene.

Professore, “eterno” e “bianco”: perché il fascismo non muore mai?

Il desiderio di sicurezza è connaturato alle nostre vite, esposte a una quantità di rischi: con la sensazione di pericolo aumenta il desiderio di protezione che induce a rivolgersi all’uomo o alla donna forte. Sul nostro tempo si addensano le nubi di grandi paure collettive: dal clima alle guerre, dai flussi migratori alle epidemie. Durante il Covid abbiamo sperimentato come la sopravvivenza possa dipendere dalla rinuncia alle libertà più elementari. La dinamica è questa: paure, desiderio di sicurezza e, quindi, rinuncia ai diritti, un altare su cui eleviamo il salvatore.

Dedica una lunga riflessione all’abuso dei decreti-legge e al monocameralismo alternato: che parentela c’è?

La natura ha orrore del vuoto e così le istituzioni: il Parlamento è in crisi da tempo, il suo spazio lo occupa il governo. C’è una simmetria tra l’Italia di Meloni e gli Stati Uniti di Trump. Il dominio del presidente americano sugli altri poteri avviene attraverso gli executive order , atti amministrativi che diventano normativi. Nei primi sei mesi Trump ne firmati più di quanti ne abbia sottoscritti Biden nell’intero mandato. Anche Giorgia Meloni ha firmato 15 decreti-legge in tre mesi stracciando tutti i record precedenti. Da un lato si trasmette l’impressione di un governo decisionista, dall’altro si espropriano i poteri del Parlamento. Il bicameralismo, qui come negli Usa, viene percepito come una fastidiosa lungaggine, così ci siamo ficcati in un monocameralismo alternato: se devi approvare una legge di Bilancio, tutto il lavoro lo fa la prima Camera, la seconda ha solo il tempo di dire sì. Ma il Parlamento è l’unico luogo delle istituzioni in cui risuona la voce delle opposizioni. E il potere si verticalizza vertiginosamente.

Lei dice che l’ossessione securitaria è figlia di un abbaglio costituzionale.

La sicurezza non è un diritto, è un limite all’esercizio dei diritti. Il diritto alla manifestazione del pensiero può essere compresso e allora il corteo viene vietato per ragioni, appunto, di sicurezza. Ma se per respingere i migranti o i disobbedienti proclamiamo uno stato d’assedio permanente, ne va di mezzo la nostra stessa libertà. Quest’ossessione si traduce in una superfetazione della norma penale: abbiamo 35mila fattispecie di reato, nemmeno i giudici le conoscono tutte. Risultato: da inizio legislatura si registra un sovraffollamento del 133 per cento delle carceri, 16mila detenuti in più dei posti letto. Un’offesa alla civiltà giuridica.

La divisione dei poteri è stata stravolta?

Parlamento e magistratura sono due poteri altri rispetto all’esecutivo: il primo è stato svuotato, il secondo intimidito. Basta vedere la riforma della Corte dei conti, la tentata riforma della giustizia abortita al referendum… Il caso più emblematico mi pare sia quello di Iolanda Apostolico, la giudice che dopo essere stata crocifissa per non aver applicato il decreto Cutro, si è dimessa dalla magistratura prima di avere maturato il diritto alla pensione. Se per fare il magistrato bisogna essere eroi civili, la democrazia scricchiola.

Contro lo stile di vita: “Lo Stato autoritario ci vuole sobri, obbedienti e ben vestiti”.

Salvini voleva punire chi si era fatto uno spinello cinque giorni prima di mettersi alla guida! Lo ha detto bene Foucault: lo Stato autoritario vuole imprigionare i nostri corpi per controllare le nostre menti.

Che fare contro il fascismo gentile?

Intanto riconoscerlo, ed è difficile farlo. Se metti tutti gli oppositori in uno stadio la gente capisce subito che c’è una frattura democratica. Ma se la stretta liberticida avviene poco a poco, non te ne accorgi. Non si tratta di andare in montagna, ma di fare una testarda battaglia di idee che influenzi anche i comportamenti elettorali.

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