BELLA CIAO. CHE VUOL DIRE “ESSERE UMANO” da IL MANIFESTO
Bella ciao. Che vuol dire «essere umano»
Alessandro Portelli 05/05/2026
1° maggio Da canzone d’amore a canto partigiano, di lavoro, delle donne; e in tante lingue. Fino alla sventurata improvvisazione sul palco (ormai insignificante) del Concertone
A proposito di Bella Ciao, esseri umani e dintorni. Cambiare è lecito, ma è lecito anche non essere d’accordo sui cambiamenti e criticarli. Un episodio quasi insignificante può essere un’occasione per ragionare un po’ di etica della Resistenza da una parte, e su come funzione la tradizione dall’altra. Quindi andiamo con ordine.
La storia di Bella Ciao è una storia di cambiamenti. Prima ancora che diventasse Bella Ciao, era Fior di Tomba: una mattina appena alzata la Rosina vede il suo primo amore a spasso con un’altra, si dispera, chiede alla madre di portarla via e seppellirla sotto l’ombra di un bel fior e tutti diranno che è il fiore della Rosina che è morta per amor.
Poi da qualche parte – probabilmente in Abruzzo, attorno alla Brigata Maiella – qualcuno trasforma il tradimento del primo amor nel tradimento dell’invasore e chiede aiuto al partigiano anziché alla mamma (e qui c’è un cambiamento minimo ma, come sempre nella tradizione orale, profondissimo. La Rosina vuole morire per amore; il partigiano dice «se» muoio in montagna – può morire ma spera di sopravvivere libero. È come la canzone partigiana romana che cambia l’inno anarchico – «e noi morremo in un fulgor di gloria» – in «se noi morremo in un fulgor di gloria». La Resistenza non cercava la bella morte).
Continuiamo. Forse le cose vanno così, è un’ipotesi ma plausibile. Dopo la liberazione della loro regione, i partigiani abruzzesi – come tanti altri dall’Umbria e dal Lazio – non tornano a casa ma continuano la lotta per la liberazione d’Italia aggregandosi alle truppe alleate che risalgono verso il nord, combattono nelle Marche e fino in Emilia – dove entrano in contatto coi partigiani del Nord e si scambiano storie e canzoni (ed è così che diverse canzoni partigiane del Nord arrivano Roma o a Terni, dove le riadattano alla loro storia).
Forse è in questo contesto che la ascolta Vasco Scansani di Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia (il paese di Giovanna Daffini) e nel dopoguerra, da sindacalista, la trasforma nel canto delle mondine – «Alla mattina appena alzata / duro lavoro mi tocca far…» – che Giovanna Daffini farà conoscere a tutta Italia. La storia di trasformazioni arriva fino a tempi più recenti: nel 2025, il coro delle Mondine di Porporana la reinventa in chiave femminista – «Un mattina mi sono alzata / ed ero stanca di morir…» – e così viene cantata in tanti cortei e concerti senza che nessuno abbia niente da ridire.
E lasciamo perdere per ora il fatto che in tanti le abbiano cambiato persino la lingua – dallo spagnolo del Teatro Campesino, in California l’inglese di Tom Waits, all’ucraino di Khristina Soloviy.
Però non tutti i cambiamenti sono uguali. Le versioni di Vasco Scansani e delle mondine di Porporana stanno dentro la stessa storia: la lotta partigiana per la libertà continua nella lotta delle mondine contro lo sfruttamento e nella lotta delle donne contro la violenza patriarcale. È davvero sempre la stessa canzone. Ma quando (nel 2008) ne fanno un jingle per la Coca Cola in Messico, diventa un’altra (sulla Casa di Carta c’è da discutere). E diventa un’altra quando la versione ucraina vi immette uno stato d’animo di odio e di vendetta che è del tutto estraneo alla nostra Bella Ciao: «Quei nemici maledetti che la nostra terra invadono. I nemici maledetti senza pietà li distruggiamo». È diventata una canzone diversa.
Il che ci porta alla sventurata improvvisazione di Delia Puglisi sul palco (ormai insignificante) del concerto di San Giovanni. La sua intenzione era, pare, di estendere e universalizzare il significato della canzone – col risultato di diluirla e renderla insensata. Infatti, che significa «essere umano»? Come sappiamo bene, erano esseri umani anche gli invasori («uomini comuni», come ci ricorda lo storico inglese Christopher Browning), e allora che fine fa la differenza fra chi invade e chi lotta per la libertà? Anche gli invasori erano esseri umani che «portavano via» le persone che infatti si sentivano di morir – e non le seppellivano sotto un bel fior.
Oppure, andando contro tutta l’etica delle Resistenza («anche il nemico è un uomo», diceva la partigiana Lucia Ottobrini), neghiamo che gli invasori fossero umani, disumanizziamo il nemico – proprio come fanno tutti gli invasori, di allora e di oggi? Insomma, certe volte uno cambia tutto e la canzone resta se stessa; altre volte uno cambia una parola e – intenzionalmente o involontariamente – la canzone diventa un’altra.
Di qui, un’annotazione su come funziona la tradizione. Va di moda, leggendo superficialmente il bel libro di Eric Hobsbawm e Terence Ranger (2014) parlare di «invenzione della tradizione». Ora, all’origine di ogni tradizione c’è sempre una qualche forma di «invenzione»; ma non tutte le invenzioni diventano tradizione – perché questo avvenga, le «invenzioni» devono avere senso ed essere elaborate e condivise. La Bella Ciao di Vasco Scansani è diventata patrimonio condiviso fin da quando Giovanna Daffini l’ha cantata sul palcoscenico del festival dei due mondi a Spoleto e di lì in tutta la storia del folk revival; la Bella Ciao di Porporana la cantano adesso le donne in tutta Italia. Dubito che d’ora in poi nelle piazze e nei concerti sentiremo cantare «essere umano portami via». Questa invenzione finisce qui.
Restiamo o diventiamo “umani”?
Alberto Leiss 05/05/2026
in una parola La rubrica settimanale su linguaggio e società. A cura di Alberto Leiss
Ha fatto discutere la cantante Delia al “Concertone” del Primo maggio: sostituire la parola “partigiano” con “essere umano” è parsa una cancellazione che snatura il senso della canzone “Bella ciao”, testimonianza cantata in tutto il modo della vittoria liberatrice della resistenza italiana contro il nazifascismo.
Delia si è difesa dicendo che voleva “allargare un po”. Perché dato tutto quello che sta succedendo, la guerra, ‘essere umano’ fa capire che non è soltanto qualcosa che riguarda il passato. Non è soltanto qualcosa che riguarda l’Italia con la resistenza ma è una cosa che purtroppo succede ancora oggi”. L’intenzione, anche per me sbagliata, non sarebbe stata “cattiva”. Dare a quel canto un valore ancora più “universale”, contro i violenti potenti di oggi. Forse dobbiamo discutere sul significato di parole come “essere umano” e l’universalismo a cui allude.
Ho pensato al “restiamo umani” di Vittorio Arrigoni. Il senso di giustizia, di pace, e di lotte necessarie che quelle parole ci comunicano, penso sia legato alla straordinaria personalità e vita, e atroce morte, di chi le pronunciava. Quali prove abbiamo che l’ “umanità” di per sé contenga quei valori? Siamo incontestabilmente la specie animale più violenta sul pianeta. Potremo presto distruggere anche noi stessi oltre ad avere già molto compromesso la Terra e provocato l’estinzione di moltissime altre specie viventi.
Il senso positivo attribuito alla parola “umanità” credo nasca proprio dal voler reagire a questa condizione tremenda. Si sono fatti anche pensieri, rivelatisi tragicamente errati, sulla formazione di un “uomo nuovo”, guarito dalle passioni aggressive e distruttive. D’altra parte la tensione verso una dimensione di vite e di culture “universalmente” condivise da tutte le civiltà umane, non resta un sogno che vale la pena sognare? Intendiamoci anche sulla parola “universalismo”. Ho sfogliato in edicola il libro appena uscito di Giovanni Brizzi, storico molto stimato in Italia e all’estero, La terra del tramonto. L’Occidente, i suoi dèi e i suoi demoni. (Solferino, 2026).
Mi è sembrato assai interessante, una “carrellata” dalle origini fino ai giorni nostri, con l’idea, se non erro, che l’identità più forte, e preferibile, di questo Occidente oggi in piena e violentissima crisi di identità, sia l’ “umanesimo”. Ci sono svariate pagine di bibliografia: ho scorso nomi di autori, di tutte le epoche, quasi, se non del tutto, esclusivamente maschi.
L’”universalismo” occidentale di cui facciamo sempre più fatica a andare fieri aveva, tra gli altri, questo difetto: era androcentrico. Chiudo provvisoriamente con due citazioni. Una ancora di Lia Cigarini: «…resta che la differenza femminile (…) è mediatrice della differenza sessuale, quindi della differenza maschile. In altre parole, meno appropriate ma più chiare, la differenza femminile è mediazione universale (“universale” essendo un termine del linguaggio dell’uno, mentre ci servirebbe una parola relazionale)».
Dall’articolo Meteore, nel libro La politica del desiderio e altri scritti (Orthotes, 2022). Quella “parola relazionale” non l’abbiamo ancora trovata. Intanto è necessaria una battaglia linguistica contro parole che ci annebbiano la mente, come “identità”. Lo fa bene Stefano Sarfati su questo giornale, a proposito del ragazzo ebreo che ha sparato alla coppia dell’Anpi: «…non aderiamo al già pensato, non usiamo la parola identità per dire chi siamo. L’identità è una trappola pericolosa che oscura la tua soggettività e che, portata alle estreme conseguenze, ti fa fare cose che ti allontanano da te stesso e dalla tua umanità».
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