LA VITTORIA DI TRUMP NELLA GUERRA DEI DAZI da TRANSFORM!ITALIA e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA VITTORIA DI TRUMP NELLA GUERRA DEI DAZI da TRANSFORM!ITALIA e IL FATTO

La vittoria di Trump nella guerra dei dazi

Alfonso Gianni  23/08/2025

La partita dei dazi fra Usa e Ue si è giocata non a caso a Turneberry, in uno dei campi di golf di proprietà di Trump e si può tranquillamente dire che è stata una debacle per gli interessi europei. Ci vuole una buona dose di faccia tosta per affermare, come ha fatto Ursula Von der Leyen, che si è trattato di un risultato “enorme” corrispondente al “massimo” che si sarebbe potuto ottenere. Tanto più che si era partiti da dichiarazioni da un lato ottimistiche, dall’altro bellicose. Le prime facevano credere che si potesse puntare a un risultato finale sul tipo di uno “zero per zero”. Le seconde che si poteva percorrere la strada di una guerra commerciale di non breve durata. La prima ipotesi è stata subito bersagliata dall’aggressività spavalda di Trump che ha continuamente alzato l’asticella delle tariffe doganali. Una tattica del continuo rialzo che però già prevedeva un punto di caduta. Esattamente quel 15% che aveva trovato già una sua applicazione nel confronto con il Giappone e che in quello con la Ue rappresenta una indubbia vittoria tutt’altro che solo simbolica da parte di Trump.

Va sempre considerato che la guerra dei dazi è stata cominciata dal tycoon all’interno di una più ampia strategia di politica economica e finanziaria giocata a livello internazionale. E’ quanto sta scritto nel corposo documento del novembre del 2024, stilato dal suo principale consigliere economico, Stephen Miran, che suggerisce all’Amministrazione americana di alternare il “bastone e la carota” (testuale nel paper citato) nei rapporti con i vari paesi sullo scenario internazionale. In questa visione l’applicazione dei dazi e la loro ipertrofica minaccia preventiva, costituisce il bastone, mentre la carota sarebbe rappresentata dalla continuazione di una protezione militare, o meglio la rinuncia a un totale o parziale abbandono della stessa. Qui emerge già un primo elemento che pone fin dall’inizio in vantaggio la posizione negoziale (si fa per dire) di Trump.

Ed è, per l’appunto l’intreccio strettissimo, inestricabile direi, fra la trumponomics e la costruzione sul piano globale di un sistema di guerra, qualche cosa che va oltre la guerra infinita che già conoscevamo perché tende ad avvolgere ogni cosa, dalla economia alla politica internazionale, dalla repressione interna di ogni forma di dissenso all’attacco frontale al diritto internazionale, dal considerare apertamente la democrazia come un nemico dello sviluppo economico capitalistico (vedi le dichiarazioni del miliardario trumpiano Peter Thiel) allo svilimento, alla decostruzione e all’abbandono delle sedi internazionali uscite dagli accordi di Bretton Woods e dalle solenni decisioni assunte nell’immediato dopoguerra.

Insomma Trump non è la semplice continuazione della politica neoliberista del sistema finanzcapitalista e neppure la riedizione del Trump uno, se non altro perché, a meno di colpi di stato più o meno espliciti, il tempo che ha davanti il tycoon è certamente più limitato che non in precedenza per il suo progetto di ristabilire la forza dominante degli Usa nel mondo. Mentre la Ursula von der Leyen e le forze che la sostengono pensano che in fondo gli iniqui accordi del campo di golf potranno essere ridiscussi o addirittura modificati allo scadere dei prossimi tre anni, Trump mette a segno un altro colpo della sua strategia destinato a incidere profondamente nei rapporti con il resto del mondo, in particolare con l’Europa.

D’altro canto non abbiamo solo i dazi del 15%, ma anche la voluta scelta di svalutare il dollaro – anche questo uno dei pilastri del documento programmatico di Miran – al fine di fronteggiare in qualche modo l’enorme crescita del debito statunitense e di rendere i rapporti commerciali più favorevoli agli interessi Usa. Infatti il Presidente di Confindustria Orsini, mentre la Meloni si poneva nella scia della von der Leyen, avvertiva in ogni convegno nel quale gli veniva data parola, che l’incremento dei costi per l’export italiano non poteva solo misurarsi in base ai dazi più imposti che concordati, ma che ad essi si dovrà aggiungere da subito quel 13% che nel giro di pochi mesi ha siglato la perdita di valore della moneta americana. Per cui, come si può facilmente vedere da una semplice somma, la perdita di competitività reale dei prodotti europei negli Usa si avvicina proprio a quel 30% inizialmente minacciato da Trump e che ha costituito la leva della sua posizione di forza nell’incontro in Scozia.

Ma quella “partita” ha messo a segno altri vantaggi per il vincitore statunitense. Non tutto è chiaro nell’immediato post “accordo”. Poiché in queste materie i dettagli sono esattamente i luoghi dove si annida il diavolo – come dice il noto proverbio popolare – saremo nuovamente chiamati ad analizzare e commentare gli esiti dell’incontro di Turnberry, sulla base di elementi più precisi che, per ora, sono stati volutamente lasciati ancora in uno stato di indeterminazione, una volta che la linea di marcia è stata comunque tracciata. Ma il prezzo che la Ue deve pagare è nella sostanza noto. I paesi Ue dovranno acquistare dagli Usa energia per un valore pari a 750 miliardi di dollari in tre anni, ovvero 250 all’anno nel triennio. Si tratta di una cifra enorme se la si confronta con il totale delle importazioni di gas e petrolio dagli Usa, che nel 2024 sono state pari a 84 miliardi. Ma soprattutto questa scelta butta per aria tutti gli impegni in materia di privilegiamento per le fonti rinnovabili in materia di produzione energetica ed i solenni impegni assunti in varie sedi internazionali. Al di là delle cifre, il disegno mi pare fin troppo trasparente. Dagli Usa arriverà in modo particolare gas naturale liquefatto e questo dovrebbe sostituire le restanti importazioni di metano russo, malgrado che la differenza di prezzo sia tutta a favore del gas “via tubo”. Ecco un’altra dimostrazione di come le scelte economiche si intrecciano con la guerra, anzi diventano esse stesse armi della medesima, ben di più delle sanzioni che hanno mostrato fin qui ben scarsa efficacia. Gli acquisti europei non dovrebbero fermarsi all’energia, ma ovviamente estendersi al materiale bellico, anche se per ora qui le cifre sono ancora più approssimate, ma già tali da fare capire quanto fosse esatto ciò che le forze pacifiste avevano da subito denunciato e cioè che il riarmo dell’Europa lo si fa arricchendo l’industria bellica di oltreoceano. Non contento di ciò Trump si è anche gloriato del fatto di avere strappato la promessa di investimenti europei negli Usa per 600 miliardi di dollari che si aggiungerebbero ai 500 già promessi dal Giappone.

In questo quadro l’Italia appare come il paese più esposto tra quelli della Ue, dopo l’Irlanda, alle conseguenze delle decisioni assunte sul campo di golf. Il celebre think tank Bruegel, tempio del pensiero finanzcapitalista, ha già stimato che l’impatto dell’innalzamento delle tariffe e degli effetti del cosiddetto minidollaro creerà seri danni a una economia già malata come quella italiana, soprattutto per quanto riguarda i riflessi sull’occupazione. Confindustria non perde l’occasione per reclamare aiuti dal governo visto che calcola come effetto complessivo (dazi più indebolimento del biglietto verde) una perdita per l’export tricolore pari a 22,6 miliardi, considerando i macchinari, la farmaceutica, gli alimentari e gli autoveicoli i settori più colpiti. Come se non bastasse, rivolgendosi alla stampa, un trionfante Trump ha fatto subito sapere che non è impossibile in un prossimo futuro, anche ravvicinato, che i dazi sui farmaceutici possano aumentare, come pure per quanto riguarda l’elettronica di consumo e i microprocessori, in questo caso puntando lo sguardo soprattutto verso l’Estremo Oriente.

Come si vede le ambizioni di condurre controguerre commerciali si sono sciolte come neve al sole. Ed era chiaro fin dall’inizio che quella non poteva essere una strada credibile, dal momento che l’Europa è immersa profondamente in quel sistema di guerra costruito dagli States con la connivenza attiva dei principali paesi europei. O si esce da quel sistema oppure si è condannati a pagarne tutti i prezzi, salvo qualche sporadico addolcimento. La strada da imboccare avrebbe dovuto essere un’altra: sottrarsi a un mortificante iperatlantismo e volgere lo sguardo verso quell’altra parte del mondo che persino Il Sole 24 Ore ha considerato oramai come un serio tentativo di costruire una alternativa al predominio americano. Tanto più che quest’ultimo appare immerso in un profondo e irreversibile declino, pur dando colpi di coda all’impazzata, come la tigre ferita nella famosa metafora cinese d’antan.

Gli stessi obiettivi di fondo che stanno alla base del piano di Miran e quindi della trumponomics, si basano in realtà su analisi sbagliate. Non è infatti la supervalutazione del dollaro su scala internazionale la causa del declino, quanto la sovraccumulazione di capitali rispetto ai profitti attesi. Ciò non deriva da un’interpretazione deterministica della caduta generale del saggio di profitto di cui ci ha parlato Marx, ma dallo sviluppo della lotta di classe su scala internazionale, dai processi di decolonizzazione in atto da decenni, seppure in modo tutt’altro che lineare, dall’aumento di salari e condizioni di vita in quelle parti del globo che fino a pochi decenni fa erano considerate come la fabbrica del mondo e che invece oggi sono all’avanguardia sul terreno delle tecnologie più avanzate. D’altro canto la scelta della svalutazione del dollaro, mette in discussione il suo ruolo di valuta di riserva. Come pure appare fallace l’idea di riportare in patria le imprese fuoriuscite alla ricerca del minore costo del lavoro, dal momento che, per quanto povera per amplissimi strati della popolazione, gli Usa registrano una quasi piena occupazione, ovvero, direbbero gli economisti, una “disoccupazione frizionale”. Come rendere coerente la selvaggia cacciata degli immigrati in atto per dimostrare appieno l’aggressività disumana dell’amministrazione Trump, con l’esigenza di nuovo impiego ad ogni livello che un processo di reindustrializzazione richiederebbe?

Insomma Trump segue una logica, non è solo la pallina del flipper i cui movimenti le sue scelte sembrano volere interpretare. Ha un piano, ma tutt’altro che imbattibile. Alcuni commentatori economici hanno scritto in questi giorni che i dazi di Trump sono una manna dal cielo perché costringerebbero l’Europa a rivolgere le proprie attenzioni al mercato interno. A parte che non bisogna necessariamente sfasciarsi la testa per cambiare modo di pensare e di agire, una simile soluzione non sarebbe sufficiente a reggere l’urto cui la Ue è sottoposta dall’offensiva statunitense. Tanto più che per quanto le sorti magnifiche e progressive della globalizzazione siano in crisi da tempo (almeno da vent’anni in modo più che evidente) i processi di integrazione dell’economia di per sé non sono del tutto scomparsi, anche se le catene della produzione del valore si sono allentate o addirittura spezzate, né sono facilmente né utilmente reversibili. La scelta di fondo che sta davanti all’Europa appare molto netta – e forse questo è l’unico merito di Trump -: abbandonare non solo il filoatlantismo del tutto succube, ma smetterla di pensare al mondo costruito secondo blocchi, continuamente minacciato da un nemico alle porte. E invece abbracciare con decisione la strada del multilateralismo, come stanno facendo i Brics e hanno ribadito di volere fare nel recente summit di Rio de Janeiro. Alcuni criticano la mancanza di unità politica dei Brics, la diversità delle condizioni sociali delle loro rispettive popolazioni, le profonde differenze dei sistemi istituzionali e i vuoti di democrazia che contraddistinguono alcuni di loro. E’ vero. Non siamo a una riedizione della Conferenza di Bandung e di quella successiva di Belgrado della metà degli anni ’50, ove il collante era l’antimperialismo e il terzomondismo, in contrapposizione non solo all’imperialismo americano ma anche a quello che i cinesi avrebbero chiamato il socialimperialismo sovietico. Ma ciò che sembra una debolezza è in realtà la loro forza, probabilmente l’unica possibilità di riuscita, ovvero quella di non pretendere di costruire un nuovo blocco omogeneo, ma di lavorare per il multilateralismo, facendo corrispondere a esso scelte politiche, economiche, monetarie, commerciali, proiettando il tutto in una dimensione internazionale. E’ certamente una scelta difficile, il cui esito non è affatto garantito, ma che almeno non sta in grembo agli dei bensì nell’azione di miliardi di donne e di uomini. Un percorso che non esclude affatto il potenziamento di ogni singola economia, ma al contrario la può aiutare.

Sono diversi gli economisti e gli studiosi di politica internazionale, anche tra quelli di tradizionale orientamento mainstream che in questi drammatici mesi si vanno convincendo che bisognerebbe andare in una simile direzione. Manca però una soggettività politica europea in grado di condurre un simile processo. Ma non è impossibile né vano proporsi il compito di lavorare, ognuno con le proprie modeste forze, per costruirla. Non vogliamo essere condannati a convivere con un Don Abbondio geopolitico (copyright Giuliano Noci) quale è l’attuale Unione europea.

I dazi Usa tutelano pure la lobby delle aragoste

Marco Lillo  24 Agosto 2025

Ci sono momenti in cui ci manca da morire uno show di Corrado Guzzanti. Uno di questi è la lettura del Joint statement, la dichiarazione congiunta Ue-Usa che ha chiuso la campagna dei dazi di Trump. Il testo si presta a uno sketch sullo stile di quelli ispirati dalla sinistra italiana verso Berlusconi. Chi non ricorda il celebre Guzzanti-Rutelli che gridava: “A Berluscò sei un ingrato! Ma che vuoi de più da noi? T’abbiamo detto camminaci in testa! T’abbiamo solo chiesto di non mettere i sopralzi di legno che lasciano i segni”. Ecco, se dovesse interpretare l’accordo Usa-Ue, un Guzzanti travestito da Von der Leyen potrebbe gridare al presidente americano: “A Donald Trampe ma che voi de più?”.

L’umiliazione europea è totale. A partire dal primo punto. Se un marziano atterrasse oggi sulla terra e leggesse i giornali sulla chiusura solenne dell’accordo Trump-Von der Leyen resterebbe sorpreso già dall’incipit della “tregua-resa”: “L’Ue intende eliminare i dazi su tutti i beni industriali statunitensi e fornire un accesso preferenziale al mercato per una vasta gamma di prodotti ittici e agricoli Usa, tra cui noci, prodotti lattiero-caseari, frutta e verdura fresca e trasformata, alimenti trasformati, semina, olio di soia e carne di maiale e bisonte”. Non solo, al punto uno si legge: “L’Ue adotterà immediatamente le misure necessarie per prorogare la dichiarazione congiunta su un accordo tariffario annunciato il 21.08.20 per quanto riguarda l’aragosta (dichiarazione scaduta il 31.07.25), insieme a un campo di applicazione ampliato per includere l’aragosta trasformata”. Proprio così. Il primo punto dell’accordo non è l’impegno a fare pace con noi ma l’impegno europeo a fare quel che Trump vuole per accontentare le lobby che lo sostengono: i coltivatori di noci californiane, gli allevatori di bisonti e i pescatori di aragoste del Maine.

Premessa necessaria: l’aragosta a stelle e strisce vanta un combattivo gruppo di sostenitori al Congresso Usa ed era già stata duramente colpita dalla prima guerra commerciale scatenata da Trump nel 2020 contro la Cina. Allora il presidente stanziò 50 milioni di dollari per compensare i suoi tradizionali sostenitori che avevano visto crollare le esportazioni per il capodanno cinese. Ora arriva l’ennesimo segnale di attenzione. Addirittura in testa allo storico Joint statement. Un testo che fotografa bene il cambiamento del mondo. Il presidente americano non è più Reagan o Clinton, Bush o Obama: il leader del mondo occidentale che almeno fingeva di fare gli interessi di tutti e dei suoi alleati perseguendo in primis quelli del suo Paese. No. Trump è il grande lobbysta del suo popolo. Il presidente Maga va in tv con il cappello rosso “Trump aveva ragione su tutto” e umilia gli europei facendo felici i portatori di interessi che lo hanno mandato alla Casa Bianca. Solo così si spiega un accordo che mette al primo punto la resa Ue sulle aragoste, la carne di bisonte e le noci. E solo dopo, all’articolo 2, viene l’impegno Usa a togliere il dazio punitivo per accontentarsi del 15% su automobili e farmaci Ue.

I punti successivi seguono questo schema spudorato: prima si enuncia il principio alto (punto 5: “Usa e Ue si impegnano a cooperare per garantire un approvvigionamento energetico sicuro, affidabile e diversificato…”. Bene, bravo, bis! Peccato che segua l’umiliazione europea: “Come parte di questo sforzo, l’Ue intende procurarsi prodotti liquefatti di gas naturale, petrolio ed energia nucleare statunitensi per un prelievo previsto di 750 miliardi di dollari fino al 2028. Inoltre, l’Ue intende acquistare almeno 40 miliardi di dollari di chip di intelligenza artificiale statunitensi per i suoi centri informatici”. Sono cifre enormi rispetto alla spesa attuale. Come hanno scritto sul Corriere della Sera Fausta Chiesa e Rita Verzè, “l’Europa nel 2024 ha importato oil & gas per 375 miliardi di euro di cui solo 76 miliardi dagli Stati Uniti… per mantenere l’impegno dovrebbe quasi triplicare le importazioni e giungere a 216 miliardi di euro”. Il gas è il miglior indicatore dell’era del vassallaggio che attende l’Europa. L’obiettivo è sostituire totalmente il gas russo con il Gnl americano, più caro. Sul sito del Consiglio d’Europa si legge: “La percentuale russa di gas importato dall’Ue è scesa da oltre il 40% nel 2021 all’11% circa nel 2024”. Non si sa chi abbia voluto l’esplosione del gasdotto Nord Stream nel 2022 per cui la procura tedesca ha appena fatto arrestato un ucraino in Italia. Di certo Biden il 7.02 di quell’anno aveva detto che il Nord Stream 2 sarebbe terminato se la Russia avesse invaso l’Ucraina e il Nord Stream oggi non c’è più. Risultato: “Nel 2024 l’Ue ha importato oltre 100 miliardi di metri cubi di Gnl. Con quasi il 45% delle importazioni totali di Gnl, gli Stati Uniti sono stati il principale fornitore dell’Ue. Nel 2024 le importazioni dagli Usa sono più che raddoppiate rispetto al 2021”. Prima della guerra, l’Europa era un alleato quasi paritetico degli Usa e poteva permettersi rapporti commerciali fruttuosi con l’ingombrante vicino russo. In un mondo dominato dalla logica militare e bipolare siamo destinati al ruolo di vassallo degli Usa contrapposti al polo Cina-Russia.

Il punto 7 dell’accordo infine (“L’Ue prevede di aumentare sostanzialmente l’approvvigionamento di attrezzature militari e di difesa dagli Stati Uniti”) lega indissolubilmente l’aumento della spesa militare europea all’aumento della dipendenza dagli Usa di Trump. Si tratta di una scelta suicida. E il Joint statement delle aragoste è solo il primo di tanti accordi umilianti che potremmo firmare.

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