TRUMP. NON È L’UOMO DELLA PACE, MA QUELLO CHE GESTISCE LA SCONFITTA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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TRUMP. NON È L’UOMO DELLA PACE, MA QUELLO CHE GESTISCE LA SCONFITTA da IL FATTO

Trump. Non è l’uomo della pace, ma quello che gestisce la sconfitta

Alessandro Orsini  12 Agosto 2025

L’incontro in Alaska non porrà fine alla guerra per tre ragioni principali.

Prima di elencarle, è necessaria un’informazione preliminare. L’eventuale cessione di territori ucraini alla Russia serve soltanto per dare luce verde al dialogo. Potrebbe anche accadere che la Russia, una volta ottenuti i territori, prosegua la guerra perché l’Ucraina non vuole demilitarizzarsi o perché vuole entrare nella Nato. Chiarita la portata del disastro, ecco le tre ragioni per cui l’incontro in Alaska non terminerà la guerra.

La prima è che l’Europa e Zelensky si oppongono a ogni cessione territoriale.

La seconda ragione è che Zelensky e l’Europa sono contrari alla demilitarizzazione dell’Ucraina. L’Europa vuole trasformare l’Ucraina in uno degli Stati più armati del mondo. La Germania, per citare un solo caso, ha firmato accordi per produrre missili sofisticatissimi direttamente in territorio ucraino.

La terza ragione è che Zelensky preferisce perdere i territori combattendo piuttosto che cederli senza combattere. Questo accade perché la razionalità politica è diversa dalla razionalità umanitaria. Mentre la razionalità umanitaria persegue il fine di salvare vite umane, la razionalità politica è finalizzata, in ultima istanza, alla conquista e alla conservazione del potere. Prima di decidere che cosa concedere a Putin, Zelensky si domanda se la decisione che sta per prendere aumenterà o diminuirà le sue possibilità di rimanere al potere. Attenzione: la razionalità politica, pur essendo applicata correttamente sotto il profilo teorico, può condurre a esiti praticamente disastrosi. Ad esempio, è politicamente razionale che Zelensky non voglia consegnare a Putin le roccaforti in Donbass. Tuttavia, la prosecuzione dei combattimenti in Donbass potrebbe condurre al collasso di tutta l’Ucraina giacché i russi accompagnano i combattimenti in Donbass al bombardamento delle infrastrutture vitali dell’Ucraina. Siccome conosce la razionalità politica, Putin bombarda tutta l’Ucraina per modificare il calcolo costi/benefici di Zelensky. Putin bersaglia Kiev per far capire a Zelensky che la difesa del Donbass causerà distruzioni in tutta l’Ucraina. Il messaggio di Putin a Zelensky è una proposizione bivariata: “Caro Zelensky, quanto maggiore sarà la tua resistenza in Donbass, tanto più grande sarà la distruzione di Kiev”. È per via di questa proposizione bivariata che Merz compra i Patriot americani da piazzare a Kiev. Ed è sempre per la stessa proposizione bivariata che Trump sta cercando di ottenere da Putin un cessate il fuoco aereo. L’idea che il cessate il fuoco aereo sia nell’interesse della Russia è pura propaganda della Nato: una falsità contraria a ogni logica strategica. Nelle circostanze presenti, il vantaggio che la Russia ricaverebbe dal cessate il fuoco aereo sarebbe così piccolo da assomigliare a uno svantaggio. Il vantaggio dell’Ucraina, invece, sarebbe smisurato. Trump sta aiutando Putin a uscire da una condizione disperata? Anche questa è propaganda della Nato. Trump non è l’uomo della pace; è l’uomo che gestisce la sconfitta strategica della Nato in Ucraina per mano della Russia. Trump ha colpito Brasile, Cina e India con i dazi per punire il loro acquisto di petrolio russo e, così facendo, si è infilato un cappio al collo. Per proteggere Zelensky, Trump ha posto gli Stati Uniti contro tre Paesi importantissimi. I dazi di Trump potrebbero compattare Cina e India come la guerra in Ucraina ha compattato Russia e Cina. Se accadesse, Trump avrà bisogno della tregua più di Putin e Zelensky messi insieme, per sbrogliare la situazione con l’India.

Se il vertice in Alaska va bene, ecco gli sconfitti

 Savino Balzano  12 Agosto 2025

Da ore continuo a rosicchiarmi febbrilmente le unghie, sudo freddo, vivo momenti costantemente sull’orlo di una crisi di panico. Per forza: ormai – scossoni a parte – pare certo l’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin per avviare un confronto concreto che porti al cessate il fuoco in Ucraina. Le richieste dei russi, ovviamente, comprendono il controllo dei territori occupati.

Insomma, non serve un esperto per immaginare che, dopo aver sacrificato centinaia di migliaia di uomini, il Cremlino voglia salvaguardare alcuni punti nevralgici: avere un territorio cuscinetto che contenga la nostra (sic!) avanzata a Oriente e – soprattutto – ottenere una sorta di neutralità di Kiev, che ad esempio si impegni a non aderire alla Nato.

Quindi l’incontro pare che si terrà; la presenza di Volodymyr Zelensky è assolutamente opzionale, come quella delle tartine al caviale, e le richieste di Putin – qualora accettate – sarebbero in netto contrasto con la propaganda che per anni ha avvelenato il nostro dibattito pubblico. Quello italiano e quello europeo. Per la verità, anche quello statunitense, fintanto che a guidare quel Paese era l’obnubilato democratico poi soppiantato.

E non ci dormo la notte perché mi tremano letteralmente i polsi al pensiero di come potranno prenderla alcuni personaggi. Penso alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, per esempio, che per anni ha dipinto se stessa come una sorta di Giovanna d’Arco, un po’ più cotonata, promettendo il collasso di Mosca. La mia mente va a Kaja Kallas e alle sue affermazioni invasate: la ricordo mentre ci prometteva Putin in catene, con la palla al piede, trascinato tra le vie delle capitali europee, con la gente a lanciargli ortaggi addosso.

Penso a Emmanuel Macron che, tra le botte prese in famiglia, prometteva di inviare l’esercito in Ucraina a difendere la democrazia e la libertà: le vedeva solo lui. A Friedrich Merz (e, per la verità, anche al suo predecessore Olaf Sholz), che desidera l’esercito più grande del Vecchio Continente per una nuova operazione Barbarossa o qualcosa del genere. Vogliamo parlare di Mark Rutte? Con la sua fierezza – la stessa di chi l’ha preceduto – prometteva mari e monti e ci preparava alla guerra contro Mosca e i suoi alleati. Fierezza venuta meno di recente, quando si è azzerbinato sotto le caviglie gonfie di The Donald.

Penso però anche agli italiani illustri: di ieri e di oggi. Incessantemente a chi ci chiedeva di spegnere l’aria condizionata per la pace. Il migliore dei migliori, quello che nemmeno si può nominare senza inchino: Mario Draghi. Anche la nostra premier Giorgia Meloni, tuttavia, ha speso moltissima della sua credibilità attorno a questa vicenda: con Kiev fino alla fine dei tempi, diceva. Adesso ci sarà (ancora una volta) da ridere. Per la verità, la sua credibilità l’ha espressa al massimo in una telefonata con due comici, il che è tutto dire.

E il Quirinale? Il presidente Sergio Mattarella dovrà mandar giù che si tratti col nuovo Hitler: questa volta ci tireranno fuori la solfa della conferenza di Monaco del ’38, dell’appeasement, di Neville Chamberlain che – secondo Winston Churchill – aveva scelto il disonore alla guerra e si sarebbe ritrovato la guerra comunque. Staremo a vedere.

Ciò che conta, a mio sommesso avviso, è che quanto viviamo era del tutto prevedibile: chi è davvero in guerra (direttamente o per procura) si incontra per mettere fine alle ostilità. A rimetterci saranno gli sconfitti e chi ha perso la vita. Tra gli sconfitti ci siamo noi: tagliati fuori da commerci convenienti (penso a quello energetico con la Russia) e costretti in altre rotte assai meno convenienti, come quella con gli Stati Uniti. Tra gli sconfitti, anche la credibilità del nostro dibattito pubblico: assai meno libero e democratico di quanto si voglia sostenere.

Un dibattito che insultava e provava a mettere a tacere tutti coloro che invitavano semplicemente alla ragione. Se solo esistesse davvero un dibattito pubblico serio, tutti i soggetti menzionati sarebbero indotti alla vergogna, ad assumersi la responsabilità delle loro narrazioni propagandistiche, e costretti all’oblio. Invece no: comanderanno ancora loro.

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