ONU: “QUALE FUTURO?” da WIRED e IL MANIFESTO
Paolo Mossetti 25/06/2025
Onu, la storia degli 80 anni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite
Si tratta del compleanno più difficile per le Nazioni Unite, tra successi, molti limiti e proposte di riforma
Nel 2025 l’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) celebra l’ottantesimo anniversario, ma il compleanno cade in un momento in cui c’è davvero poco da festeggiare. L’organizzazione, fondata nel 1945 per – si legge nello Statuto, firmato il 26 giugno – “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”, si trova oggi ad affrontare una delle peggiori crisi finanziarie della sua storia, unite a crescenti difficoltà politiche e organizzative. Il segretario generale Antonio Guterres ha annunciato l’avvio di una nuova iniziativa di riforma, denominata UN80, per rendere l’Onu più efficiente e sostenibile. Ma il contesto è complesso, e il successo tutt’altro che garantito.
Le origini dell’Onu
L’Onu fu istituita con la firma della Carta a San Francisco da parte di 51 Paesi, sulle ceneri della fallimentare Società delle Nazioni nata dopo la Grande Guerra. Oggi conta 193 Stati membri, praticamente tutti i paesi del mondo. La sede principale è a New York, ma le Nazioni Unite operano in tutto il globo attraverso agenzie specializzate, missioni di pace, uffici regionali e rappresentanze permanenti.
Sei gli organi principali sui quali si basa l’architettura dell’Onu: l’Assemblea Generale (in cui siedono tutti gli Stati membri), il Consiglio di Sicurezza (responsabile del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale), il Consiglio Economico e Sociale, la Corte Internazionale di Giustizia, il Segretariato e il Consiglio di Amministrazione Fiduciaria (oggi inattivo).
È il Consiglio di Sicurezza forse l’organo più controverso. Composto da 15 membri, di cui 5 permanenti (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia) con diritto di veto, e 10 eletti ogni due anni dall’Assemblea Generale, ha il compito di prendere decisioni vincolanti in materia di pace e sicurezza. Tuttavia, proprio il potere di veto ha spesso bloccato l’efficacia dell’Onu nelle crisi internazionali più gravi, dalla Siria all’Ucraina, fino al conflitto israelo-palestinese.
Le grandi missioni e i successi
Nel corso della sua storia, l’Onu ha giocato un ruolo chiave in numerose aree. In ambito di peacekeeping, ha condotto oltre 70 missioni per stabilizzare regioni in conflitto, facilitare transizioni politiche e proteggere civili. Alcuni esempi emblematici includono le missioni in Cambogia, Namibia, Mozambico e Timor Est.
Sul piano dei diritti umani, l’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nel 1948 ha posto le basi per un sistema internazionale di tutela delle libertà fondamentali. L’Onu ha promosso inoltre importanti trattati, come la Convenzione sul genocidio (1948), la Convenzione sui diritti dell’infanzia (1989) e la Convenzione contro la tortura, che godono ancora di grande prestigio.
In campo sanitario, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), agenzia dell’Onu, ha guidato campagne come l’eradicazione del vaiolo, la lotta contro l’Hiv/Aids e la malaria e, con molte più controversie, quella per contenere il Covid-19.
I limiti dell’Onu e il debito dei paesi membri
Le critiche si concentrano soprattutto sull’inefficienza decisionale, la burocrazia, la lentezza nelle risposte e le disuguaglianze di potere tra Stati membri. La guerra in Siria ha visto più di una decina di veti russi e cinesi a risoluzioni proposte da Stati occidentali. Allo stesso modo, il conflitto israelo-palestinese ha spesso visto gli Stati Uniti bloccare qualunque risoluzione critica verso Israele.
Inoltre, alcuni accusano l’Onu di essere troppo dipendente dai finanziamenti degli Stati più ricchi, che possono esercitare pressioni sulle sue agenzie. Il bilancio ordinario delle Nazioni Unite, che per il 2025 ammonta a 3,72 miliardi di dollari, è coperto per circa il 22% dagli Stati Uniti, seguiti da Cina, Giappone e Germania.
Da almeno sette anni, le Nazioni Unite vivono una crisi di liquidità dovuta al mancato versamento puntuale delle quote da parte di numerosi Stati membri. Al 7 marzo 2025, solo 75 dei 193 Paesi avevano pagato integralmente la loro quota al bilancio ordinario dell’Onu. Due dei maggiori contributori, Stati Uniti e Cina, sono tra i principali responsabili della crisi: Washington è in ritardo con un debito di 1,5 miliardi di dollari, mentre Pechino ha ritardato il versamento fino a fine anno, contrariamente alle consuetudini precedenti.
Secondo i critici più duri, il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale hanno tradito lo spirito e i principi contenuti nella Carta istitutiva, come dimostrano i numerosi scandali, dal genocidio in Ruanda del 1994 alla corruzione gigantesca legata al programma umanitario Oil for Food scoperta nel 2004.
Le proposte di riforma
In risposta a questa situazione, Guterres ha annunciato la creazione di una task force interna per rivedere in modo strutturale il funzionamento dell’organizzazione.
Tra le priorità indicate dall’UN80 ci sono la razionalizzazione dei mandati del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale, la semplificazione delle strutture operative; la digitalizzazione dei processi burocratici; il potenziamento della trasparenza e della rendicontazione verso i cittadini e i contribuenti dei Paesi membri.
Il segretario generale ha però preso le distanze da paragoni con l’iniziativa statunitense per l’efficienza governativa promossa da Donald Trump e Elon Musk, che ha portato a drastici tagli alla pubblica amministrazione federale. “Stiamo parlando di processi, metodologie e obiettivi completamente diversi”, ha precisato Guterres. “Questa è una continuazione e un’intensificazione del lavoro che abbiamo sempre fatto”.
Da tempo, al centro del dibattito, vi è la riforma del Consiglio di Sicurezza: molti paesi chiedono di ampliarlo per riflettere il mondo multipolare attuale. Tra i candidati all’ingresso permanente ci sono Germania, Giappone, India, Brasile e Stati africani. Altre proposte riguardano la limitazione o abolizione del diritto di veto, o almeno la sua sospensione nei casi di crimini contro l’umanità. Tutti vorrebbero cambiare l’Onu, ma a causa dei contrastanti interessi nazionali nessuno ci riesce.
Il ritorno di Trump
Il ritorno alla presidenza di Donald Trump ha aggiunto una dose di urgenza al processo di riforma. Il capo della Casa Bianca ha espresso giudizi ambivalenti sull’Onu: da un lato ne riconosce il potenziale, dall’altro la accusa di “non essere all’altezza delle sue responsabilità”.
Nel frattempo, Washington ha smantellato l’agenzia Usaid, responsabile degli aiuti umanitari, e ha tagliato l’83% dei programmi di cooperazione internazionale, mentre anche il Regno Unito ha ridotto significativamente i propri aiuti allo sviluppo. Questo ha aggravato le difficoltà delle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, che si trovano costrette a tagliare razioni alimentari a rifugiati come i Rohingya in Bangladesh, o a congelare assunzioni per contenere i costi.
Secondo i segmenti politici più nazionalisti anti-occidentali, da un lato, e atlantisti più rigidi dall’altro, l’Onu è un ente dannoso: superato il vecchio bipolarismo della Guerra fredda e mandato in crisi l’unipolarismo, oggi le crisi locali richiederebbero analisi e interventi che, negli ultimi anni, solo la forza delle grande potenze è stata in grado di attuare.
Di sicuro, se il vecchio multilateralismo è inadatto a gestire queste crisi, per ora l’alternativa al sistema attuale che si prospetta sembra un mondo più disordinato, diseguale e pericoloso.
La diplomazia dell’inganno come arma di guerra
Senza regole Millenni di storia stracciati: la diplomazia non è più l’alternativa al conflitto militare, ma un suo strumento. È successo in Libano, prima con l’assassinio di Nasrallah e poi con la “tregua”, è successo di nuovo con l’Iran. Se questo uso non è del tutto nuovo, soprattutto nei rapporti tra nord e sud del mondo, ciò che inquieta è la sua sistematicità
Marina Calculli, Gjovalin Macaj 26/06/2025
L’aggressione israeliana-americana contro l’Iran potrebbe essersi placata, mentre la popolazione iraniana piange quasi mille morti e la distruzione massiva di infrastrutture civili. Ma l’attacco militare a sorpresa nel pieno di negoziazioni in corso per costringere l’Iran a inginocchiarsi (in modo peraltro fallimentare) potrebbe avere ripercussioni molto più ampie su una società internazionale già moribonda. Potrebbe rendere obsoleta la diplomazia stessa, un’istituzione che, per quanto abbia subito diverse evoluzioni, ha una storia millenaria e non può funzionare senza un minimo fondamento di fiducia tra le parti.
Questa involuzione non stupisce in un mondo in cui gli stati occidentali sostengono attivamente il genocidio di Israele contro il popolo palestinese e dove il segretario generale della Nato Rutte si spertica in lodi imbarazzanti nei confronti di Trump per il «coraggio» mostrato nel commettere un plateale crimine di aggressione.
La tendenza ad abusare della diplomazia potrebbe ripercuotersi come un boomerang anche su quegli stati (e soprattutto le loro popolazioni civili) che, ubriachi di suprematismo bianco, pensano di mantenere il loro dominio sul mondo, «prendendo per scemi» quelli che hanno un colore della pelle più scuro, per parafrasare un passo de La Race Nègre del 1927, rivista pubblicata in Francia da migranti africani e caraibici.
ANCHE A VOLER adottare una delle definizioni più ciniche, come quella di Raymond Aron che, capovolgendo Clausewitz, concettualizza la diplomazia come «continuazione della guerra con altri mezzi», il comportamento di Israele e Usa sfugge e sembra piuttosto orientato a ridefinire la diplomazia non come alternativa alla guerra, ma uno strumento della guerra stessa.
Lo schema è collaudato. A settembre 2024, Israele orchestrò l’assassinio di Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, simulando un negoziato per il cessate il fuoco con il Libano. Il ministro degli esteri libanese Bouhabib confermò alla Cnn che Nasrallah aveva dato il suo assenso all’accordo poco prima che Israele lo assassinasse. A posteriori si capì che il governo israeliano, con l’appoggio dell’amministrazione Biden, aveva negoziato in mala fede per indurlo a convocare incontri di alto livello, tracciare i suoi movimenti e colpirlo alla sprovvista.
A novembre 2024, la conclusione di una “tregua” con il Libano seguì uno schema simile: un presunto «ritiro delle truppe israeliane» in cambio di un contenimento di Hezbollah si rivelò un pretesto per permettere a Israele di occupare aree strategiche non conquistate durante i combattimenti.
Un copione simile è stato usato con l’Iran a giugno 2025: a un passo dall’atteso accordo tra Iran e Usa, Israele ha aggredito l’Iran a sorpresa. È plausibile che i “negoziati” fossero piuttosto uno schema per raccogliere intelligence, ingannare l’Iran e colpirlo militarmente nel momento meno atteso. Anche concedendo all’amministrazione americana il beneficio del dubbio, la Tributary diplomacy di Trump – che esige una «resa incondizionata» dell’interlocutore – non può essere scambiata per diplomazia. È politica a colpi di diktat arbitrari.
Se questo uso sfigurato della diplomazia non è del tutto nuovo, soprattutto nei rapporti tra nord e sud del mondo, ciò che inquieta è la sua sistematicità. L’Iran si era in buona fede seduto di nuovo al tavolo negoziale con l’America, nonostante Trump avesse unilateralmente gettato alle ortiche l’accordo su nucleare del 2015, che l’Iran osservava e gli Usa violavano. Un po’ come il re persiano Serse – stando a quanto racconta Erodoto – si era rifiutato di violare l’immunità degli araldi di Atene e Sparta, nonostante le due città avessero ucciso due delegazioni persiane, sovvertendo «le leggi di tutte le genti».
MA SE LO SFREGIO della parola data diventa norma, chi si fiderà più di nessuno? In un’epoca segnata da una corsa agli armamenti senza precedenti, è quasi paradossale dover ribadire l’importanza della comunicazione tra nemici anche durante le ostilità belliche. Questa immagine è profondamente radicata nella cultura politica.
Persino il pessimismo di Kubrick in Dr. Strangelove sembrava salvare la diplomazia. Tra i suoi messaggi, il film può essere anche letto come una celebrazione della diplomazia della Guerra Fredda, con americani e sovietici impegnati a scongiurare la distruzione dell’umanità dall’atto di un fanatico, vittime infine della fiducia riposta sia in sé stessi sia nella bomba, resa autonoma dal controllo umano, nella presunzione che non sarebbe mai stata usata.
Oggi, sembra che lo scenario si sia ribaltato: l’uso ostentato della diplomazia come inganno sta rendendo la politica ancillare alla guerra, rendendo la guerra non uno strumento di ultima istanza ma l’unico strumento possibile per gestire qualsiasi forma di conflitto.
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