“SALVA MILANO”, MODELLO MOSTRO DA ESPORTAZIONE da IL MANIFESTO e IL FATTO
“Salva Milano”, modello mostro da esportazione
Città Il provvedimento che il centro destra insieme al Pd ha approvato pochi giorni fa alla Camera, è un colpo mortale alle nostre città, ma anche ai princìpi della nostra Costituzione
Maurizio Acerbo, Paolo Berdini 05/12/2024
Il cosiddetto “Salva Milano”, che una maggioranza trasversale – centro destra insieme al PD – ha approvato pochi giorni fa alla Camera, è un colpo mortale per le nostre città, ma anche per i principi della nostra Costituzione. Vediamo le tre questioni rilevanti. Da alcuni mesi la Magistratura milanese ha aperto inchieste su numerosi cantieri che, sulla base di un’interpretazione fantasiosa e disinvolta delle leggi, erano stati autorizzati.
La Camera dei Deputati entra a gamba tesa in questa vicenda prendendo le parti dei proprietari fondiari e dei costruttori con un condono che riguarda scandali inauditi (palazzi di otto piani al posto di capannoni alti quattro metri, per fare un esempio) con una “interpretazione autentica” della legge urbanistica e del testo unico dell’edilizia. Il legislatore interviene esplicitamente per rendere vano il controllo di legalità in corso.
Una mostruosità che un tempo avrebbe indignato tutta l’Italia democratica e progressista passa con il voto del principale partito di opposizione perché va in soccorso di una giunta di centrosinistra che – in continuità con le amministrazioni di destra – ha svenduto la città all’immobiliarismo. Vanno ringraziati per la loro opposizione i comitati, gli urbanisti come Sergio Brenna, anche Rifondazione e la lista “Milano in Comune” che si sono presentate in alternativa proprio denunciando questa deriva. La vandea contro la Magistratura milanese è stata scatenata sulla base di argomentazioni che capovolgono la verità dei fatti. Tutti i quotidiani di destra (Libero, Il Giornale e La Verità) hanno costruito una campagna sostenendo che, a causa delle indagini, i valori immobiliari di Milano rischiavano di precipitare e si stavano perdendo 40 miliardi di investimenti privati.
La prima tesi è completamente falsa. Le analisi sui valori immobiliari uscite in questi giorni confermano che Milano ha raggiunto livelli vertiginosi, i più alti d’Italia.
Le giunte di centrosinistra che guidano da più di un decennio la città un risultato lo hanno ottenuto: hanno premiato la rendita immobiliare e nello stesso tempo espulso verso l’hinterland la parte più povera della città. La seconda tesi non dice che dietro ai 40 miliardi “scomparsi”, c’è il dato che i costruttori milanesi non hanno versato alla collettività milanese come minimo 1 miliardo di euro. E mentre i 40 miliardi torneranno sicuramente ad essere investiti, per recuperare gli oneri di urbanizzazione non versati dovremo aspettare sentenze che potrebbero non arrivare se il condono sarà approvato anche al Senato.
Quegli oneri servono per costruire servizi sociali, scuole e parchi. L’urbanistica da bere milanese ignora gli articoli 3 e 41 della Costituzione. Sala ha agito da Robin Hood alla rovescia, la Camera dei Deputati ha sancito per legge questo furto ai danni della comunità. La legge “Salva Milano” infine cancella la certezza del diritto. Si permette infatti di demolire e ricostruire nuovi edifici anche alterando i confini e le altezze esistenti. È una modalità di intervento molto delicata perché nelle città sono stratificati i diritti dei proprietari confinanti ad avere luce, panorama, e affacci. Ne sanno qualcosa gli incolpevoli cittadini milanesi che hanno visto nascere mostri di cemento di otto piani che precludono loro la vista e l’aria.
La legislazione vigente in materia, di chiaro impianto liberale, assoggettava questa modalità di intervento alla redazione di un piano urbanistico di dettaglio. Si voleva in questo modo salvaguardare quei diritti che citavamo, perché la procedura è pubblica. Vengono a conoscenza del piano consiglieri, comitati e singoli cittadini che possono, proprio in forza della legge, presentare osservazioni o eventualmente ricorrere alla giustizia amministrativa.
Non sarà più possibile. Gli “energumeni” del cemento armato – ripetiamo destra più Pd – vogliono consentire questi interventi con una semplice comunicazione agli uffici comunali. In tal modo conoscono lo scempio imminente solo il proprietario e il tecnico comunale. Il modello Milano incriminato dalla Magistratura sta per diventare la nuova urbanistica da esportare in ogni città italiana. Bisogna fermare questa vergogna.
Il salva-Milano esteso a tutta Italia è il nuovo Ancien Régime
Sottosopra* 5 Dicembre 2024
Dal “modello Milano” al “Salva Milano” il passo è breve, ma gli errori molti. E ricorrenti: a fronte di segnali macroscopici che indicano la necessità di cambiamento, ancora una volta ci si tappa gli occhi per assecondare gli interessi di pochi. Facendone un metodo: si cristallizzano gli errori trasformandoli per legge in soluzioni. Replicabili. La storia è quella favoleggiante della capitale morale (si fa per dire) diventata metropoli europea grazie alla trasformazione di interi quartieri, dove nell’ultimo decennio sono stati abbattuti palazzi per fare spazio a grattacieli mirabolanti. Ignorando, però, tanto le esigenze del tessuto sociale quanto le leggi in vigore: sia per le procedure accelerate, che hanno consentito di applicare a nuove costruzioni gli stessi processi autorizzativi di ben più banali ristrutturazioni edilizie (la cosiddetta Scia), sia per la violazione delle normative esistenti (il dm 1444 del 1968, art. 8 comma 2, e legge 10 del 1977, art. 41 quinquies). Che stabiliscono tre cose: ogni nuova edificazione deve inserirsi in un piano urbanistico complessivo; a fronte della cessione di suolo pubblico vanno pagati oneri adeguati (si restituisce cioè qualcosa alla cittadinanza); e, soprattutto, ogni intervento va associato alla fornitura di servizi per chi vive nell’area, così da non peggiorarne la qualità della vita.
È un concetto facilissimo, al di là dei tecnicismi: la popolazione non deve rimetterci quando palazzinari e capitali privati si gettano in nuove avventure che li faranno ricchi. A Milano, in barba a ogni regola, questo è successo abbondantemente, e mentre succedeva gran parte dei media si sdilinquiva sulla sprovincializzazione e l’attrattiva della città: il modello “Milano”, appunto. Nel frattempo, ampie fasce di popolazione venivano sostanzialmente rimosse dal capoluogo perché non in grado di sostenerne i costi fuori controllo: occorre ricordare che in Italia mancano almeno 500 mila alloggi popolari, il patrimonio abitativo pubblico è pari ad appena il 4% del numero di abitazioni – un quarto di Francia o Gran Bretagna – e soddisfa tra il 3 e il 5% delle domande delle graduatorie, in cui sono iscritte 650 mila famiglie. Non solo: la possibilità di alloggi è stata ulteriormente ridotta dal dominio incontrastato di AirBnb e soci di affitti brevi, diventati così potenti da provare a dettare la linea sulla regolamentazione persino all’Associazione nazionale dei comuni (Anci). Eppure, quando infine la magistratura e il Comune meneghino stavano iniziando a intervenire per sanare la situazione, è passata alla Camera una legge – sulla cui costituzionalità ci sono dubbi – che elimina di fatto la differenza tra ristrutturazione edilizia e ristrutturazione urbanistica, in nome della “rigenerazione” urbana. Tradotto: quello che è stato fatto a Milano si potrà fare ovunque, diventa la norma. Peccato che rigenerazione non significhi banalmente cambiare gli edifici, ma riqualificare lo spazio pubblico a fronte delle mutate esigenze – prima di tutto climatiche ed energetiche – della cittadinanza, con una visione d’insieme tra spazio e servizi, e un processo partecipato, in cui le domande di giustizia sociale e ambientale trovano ascolto per ridurre atroci disuguaglianze. Questa legge fa l’opposto: demolisce la partecipazione pubblica in scelte che impattano la collettività, celebra il capitale privato e ignora le trasformazioni, anche demografiche, in atto. Puro Ancien régime, altro che governo dalla parte del popolo. E dire che le recenti tensioni al Corvetto segnalano che ripensare le città è prioritario: ma a bruciare sono i quartieri popolari, la rivolta offre l’ennesimo pretesto per interventi securitari e può essere che la visione del fuoco risulti persino fascinosa dall’alto di quelle mostruose concentrazioni di ricchezza che sono i grattacieli della nuova Milano.
Per il Forum Disuguaglianze e Diversità
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17 Luglio, 2025 at 21:40