RIFORME, ILLUSIONI E COLPE: IL LUNGO DECLINO DELLA SCUOLA PUBBLICA da PROFESSIONE DOCENTE
RIFORME, ILLUSIONI E COLPE:
IL LUNGO DECLINO DELLA SCUOLA PUBBLICA
Nelle varie riforme la professione docente è stata ignorata e spesso mortificata, come se le carenze della scuola fossero da attribuire ai docenti.
Renza Bertuzzi 01/11/2021
Si parla (e scrive) poco di scuola? Il dubbio è ricorrente si scrive e spesso prevale l’idea che di scuola si parli e si scriva poco. Dalla e per la Riforma Berlinguer datano i primi libri fortemente polemici, cominciarono con Giulio Ferroni, La scuola sospesa del 1997 e con Lucio Russo (sempre rimpianto) nel 1998 con Segmenti e bastoncini. Sono te-sti critici contro la semplificazione riduttiva dei programmi della Riforma Berlinguer. Rappresentarono un allarme che risvegliò insegnanti e opinione pubblica fino ad allora appagati e distratti nella consuetudine dell’insegnamento quotidiano. C’era stata anche Lettera a una professoressa, quella sì una bomba che, piombando nella scuola, pose con forza il tema di una scuola di classe.
Da allora, i libri sulla scuola si sono molti-plicati: da quelli dei cosiddetti specialisti che vorrebbero insegnare ai docenti il loro mestiere, a quelli che scrivono delle esperienze degli autori, sullo sfondo della scuola per-missiva del diritto al “successo formativo”, del disagio dell’insegnare, dell’intemperanza degli studenti, dell’invadenza dei genitori. Vi sono anche coloro che scrivono delle proprie capacità di successo e di essere un leader (modello L’attimo fuggente). Ovviamente sono fuori da questo elenco i ragguardevoli libri dei docenti che hanno privilegiato un’analisi politica di alto livello.
La risposta al quesito iniziale è no, non si parla poco di scuola, al contrario forse se ne parla troppo e spesso a sproposito.
Ma, in questa abbondanza confusa e confusionaria, vi sono testi che sono necessari, che non approfittano del disordine per scriverci sopra, ma cercano di districarlo di rimettere le cose a posto, di indicare un filo conduttore nel cammino che parte da lontano e che ha determinato il tradimento verso la scuola.
È il caso di Mario Pomini (collaboratore di pregio della nostra rivista) che con il suo te-sto “La scuola tradita”, Mimesis Eterotopie 2025 ha trovato il punto di appoggio per rimettere le cose in ordine e per condurre i docenti e gli altri lettori in questo accidentato percorso.
L’introduzione del testo è chiara: la tesi principale del libro “è che il fallimento riformista sia dovuto alla direzione in cui si sono mos-se la varie ipotesi di cambiamento […], le ri-forme da Berlinguer in poi si sono radicate in una concezione liberista, soprattutto neoliberista [ …] che è risultata letale. Nella visione neo liberista l’istruzione cessa di essere un bene pubblico, civile e sociale e diviene semplicemente un bene privato come tanti altri che deve rispondere alle semplici leggi della competizione e del mercato e della domanda e dell’offerta”. Introduzione, pag.9. Da qui, Mario Pomini parte. Prima di tutto presentando le tabelle precise, quei dati rigorosi, necessari per un discorso corretto sulla situazione dell’istruzione. Spesso, mol-to spesso, per questo discorso e per altri, nella società in cui non importa conoscere per parlare, i giudizi sono approssimati, di tipo valutativo e non probatorio. Le tabelle dunque parlano e soprattutto forniscono paragoni tra l’Italia e i Paesi europei ed extraeuropei e tracciano un ritratto quanto più aderente alla verità.
Poi arriva la parte per noi più interessante perché essenziale: l’analisi del neoliberismo.
Certe formule molto ripetute rischiano di diventare maniera, vengono usate senza più il legame semantico con la “cosa”, e neo-liberismo è una di queste. A cosa si riferisca questa formula, quali caratteristiche concrete vi siano nella realtà e quali siano le forme che essa assume nell’istruzione è stato for-se dimenticato o mai conosciuto. Da qui una vera e propria lezione, chiara e preziosa, sulla storia del liberismo e della sua trasformazione in neoliberismo e degli economisti americani più rappresentativi di questa dot-trina. Di questi, soprattutto, vengono riporta-te le teorie sull’istruzione; alcune delle quali ebbero anche una applicazione concreta in alcuni Stati americani e anche nel nostro Pa-ese. Quelle proposte sono né più né meno le stesse presentate nel dibattito pubblico italiano. Qui, il discorso si fa rigorosissimo (Pomini è economista) nel coniugare sempre le teorie economiche del neoliberismo all’istruzione; d’altronde già Adam Smith, considerato il padre del liberismo, nel suo te-sto “La ricchezza delle nazioni” (1776, Libro V) si è occupato ampiamente dell’istruzione. Economia e istruzione, dunque, unite in maniera inscindibile. Il corso di questa dottrina (andiamo per gradi molto sommari, per non togliere al lettore il piacere della scoperta di tutto il percorso) ha attraversato molte fasi per concludersi nella forma della fase attua-le: il liberismo con una visione progressista orientata verso una società giusta mutava registro: la nuova classe di economisti scelse di stare dalla parte dell’individuo contro lo stato e così tutta la dottrina subordinò l’intero mondo dell’istruzione alla razionalità del mercato, intaccandone le radici di fondo e minacciando la sua identità di bene sociale e pubblico al servizio della comunità.
Allora, è stata, quella visione politica, applicata anche in Italia nelle varie riforme degli ultimi anni?
Ovviamente sì, il neoliberismo si è propaga-to nel mondo occidentale in ogni settore della vita umana dove l’io è predominante sul noi, e lentamente a piccoli passi si è insinua-to anche nella prassi scolastica, apparentemente in maniera neutrale, per esempio, attraverso il linguaggio con i debiti e i crediti, poi con le innovazioni del buono scuola, tan-to per fare due esempi.
La completa analisi di Pomini di tutte le riforme scolastiche è sostanzialmente neutra-le e descrittiva, come deve essere il taglio scientifico, anche se, ovviamente, si percepisce l’orientamento politico dell’autore, che comunque, non prende mai parte per l’una o l’altra riforma, mostrando al lettore solo le caratteristiche di ognuna di esse. Peccato che, nel parlare della riforma Berlinguer, non sia stato sottolineato come elemento da quella riforma la modifica sostanziale della struttura culturale della scuola: alleggerimento e semplificazione degli argomenti, l’insegnante che non insegna ma riordina i contenuti che gli studenti ricavano da altre fonti e diventa un mediatore culturale. Tutto questo noi lo abbiamo verificato nella veste di componente della commissione della modifica dei programmi.
Di tutto questo parla il libro che si conclude, in maniera molto opportuna, con delle pro-poste che lasciamo alla scoperta del lettore. Come abbiamo già scritto un testo completo, diremmo necessario per conservare nella memoria la storia pregressa che, a poco a poco, ha portato al tradimento della scuola. Forse anche perché, come scrive l’autore, nelle varie riforme la professione docente sia stata (ndr) ignorata e spesso mortificata, come se le carenze della scuola fossero da attribuire ai docenti.
Chi pensa è Pericoloso!
*Il ministro della P.I. BACCELLI nel 1894 nel fare il programma sulla nuova “Riforma della Scuola così si esprimeva nel suo preambolo:… bisogna insegnare solo leggere e scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre tutte le scienze sotto una………unica materia di “nozioni varie”, senza nessuna precisa indicazione programmatica o di testi, lasciando spazio all’iniziativa del maestro e rivalutando il più nobile e antico insegnamento, quello dell’educazione domestica; e mettere da parte infine l’antidogmatismo, l’educazione al dubbio e alla critica, insomma far solo leggere e scrivere. Non devono pensare, altrimenti sono guai!”
No Comments