ROVELLI: “FERMARE LA CARNEFICINA, NON È UN RICHIESTA STRANA” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ROVELLI: “FERMARE LA CARNEFICINA, NON È UN RICHIESTA STRANA” da IL MANIFESTO

Carlo Rovelli: «Fermare la carneficina, non è una richiesta strana»

INTERVISTA. Il fisico italiano firma un appello di scienziati per la pace e sgombra il campo dalle polemiche: «Basta soffiare sul fuoco»

Andrea Capocci  05/11/2023

La Breakthrough Science Society, un’organizzazione indiana che promuove la cultura scientifica, ha scritto un appello per la pace a Gaza firmato da un migliaio di scienziati di tutto il mondo. Tra i primi c’è il fisico italiano Carlo Rovelli, che con la scienza e la filosofia indiana vanta una lunga frequentazione. In questi giorni Rovelli è negli Usa, dove è stato appena pubblicato il suo ultimo saggio Buchi bianchi e dove lo ha raggiunto il manifesto.Nei giorni scorsi il Foglio lo aveva accusato di aver giustificato Hamas. L’appello di oggi sgombra ogni dubbio: «condanniamo senza mezzi termini l’attacco sui civili israeliani e la cattura di ostaggi» si legge nel testo. Ma il fisico preferisce smarcarsi dalle polemiche. «Il problema non è condannare questo o quello» spiega. «Le condanne lasciano il tempo che trovano».

Professor Rovelli, qual è il problema allora?

Il problema è fermare i massacri e il dolore infinito che generano da ogni parte. Fermare le carneficine, sedersi a un tavolo, cercare soluzioni ascoltando gli altri. Non è una richiesta strana: lo hanno chiesto la grandissima maggioranza dei paesi del mondo nell’assemblea generale delle Nazioni Unite. Lo chiedono milioni di persone nelle piazze. Lo chiede il Papa e i leader di altre religioni. Lo chiedono tutti gli intellettuali ragionevoli. C’è solo una sparuta minoranza del mondo che invece vuole «risolvere» tutto a cannonate e portaerei. Purtroppo questa minoranza ha il potere delle armi e il potere della propaganda: i media italiani sono in gran parte asserviti a questo potere, nella pia illusione che sia quello che ci garantisce.

Però desta polemiche il fatto che dagli atenei di tutto il mondo arrivino più appelli per il cessate-il-fuoco su Gaza che di sostegno a Israele.

Ma è ovvio. La gente protesta perché chiede che le armi tacciano, non perché le armi sparino di più, come fanno ora quelle israeliane. In questo momento chi sta compiendo massacri è più di ogni altro l’esercito israeliano. Certo, non è l’unico: c’è un’ininterrotta scia di sangue, di guerre, massacri e carneficine che porta fin qui. Ma se ciascuno continua a guardare quelle del passato e a usarle per giustificare la vendetta, o a cercare di prevalere ammazzando tutti gli altri, il risultato è guerra infinita. L’unica cosa ragionevole è fermarsi ora come chiedono tutti, eccetto Israele e Stati Uniti.

Sbaglia chi vede un antisemitismo strisciante in queste prese di posizione?

È una baggianata colossale. Milioni di persone nelle strade a chiedere un cessate il fuoco, tra cui innumerevoli ebrei, sempre messi in risalto e applauditi nelle manifestazioni non solo non sono antisemitismo, ma il contrario: sono la prova che la maggior parte della gente vuole vivere in pace, senza odio né oppressione. Tutti vedono le ragioni di Israele: gli israeliani vogliono vivere in sicurezza, senza bombe o aggressioni e nessuno lo mette in dubbio. Il punto è che massacrare migliaia di palestinesi al ritmo di un bambino palestinese ucciso ogni dieci minuti nelle ultime due settimane non mi sembra un buon auspicio per la convivenza pacifica. È proprio chi sconsideratamente suggerisce che i milioni che chiedono pace siano antisemiti a soffiare sul fuoco della guerra e del razzismo. Ci sono fanatici da entrambi i lati di questo conflitto. Sono minoranze estreme che fanno i danni peggiori: ricordiamo che gli accordi di Oslo sono saltati anche perché un estremista israeliano ha ammazzato Rabin che lavorava per la pace e aveva stretto la mano ad Arafat.

Il vostro appello invita l’Onu a intervenire per un cessate-il-fuoco. Ma gli organismi internazionali appaiono impotenti.

Invece di ripetere che sono impotenti diciamo perché lo sono: sono impotenti perché una minoranza super-armata fa ciò che vuole e ignora le domande dei più. L’ironia più amara è che questa minoranza armata lo fa in nome della “democrazia”. Cioè, in nome della “democrazia” si agisce contro la maggioranza e si massacra. Qualcuno si è mai chiesto quanto sia ragionevole la pretesa di Israele di essere una democrazia? Una democrazia è un sistema di governo in cui chi è soggetto al potere di uno stato ha diritto di votare per il governo. I territori occupati da Israele, a Gaza e in Cisgiordania, sono soggetti al potere di Israele ma chi abita lì non vota. L’unico caso simile che conosco è il Sudafrica dell’apartheid: una democrazia sì, ma dove votavano solo alcuni e non i neri. Anche lì c’erano “territori con autonomia”: per i neri.

In assenza dell’Onu, cosa possono fare i governi o la società civile per avvicinare una tregua?

Il governo italiano può fare pressione sugli alleati americani. Sono loro che decidono e che hanno i cordoni della borsa di Israele a cui danno le armi e davanti alle cui coste mettono le portaerei per garantire l’impunità dei massacri a Gaza. Biden e Netanyahu giocano al poliziotto buono e al poliziotto cattivo: l’uno chiede all’altro di non esagerare, e l’altro gli risponde che farà il possibile. L’attuale primo ministro italiano si è fatto eleggere promettendo più autonomia in politica estera e ora è schiacciato sulle posizioni statunitensi. La risoluzione Onu che chiedeva un cessate il fuoco è stata votata da Francia, Spagna e Inghilterra: perché non da noi? La società civile può poco, dato il completo asservimento dei media mainstream al potere americano. Ma qualcosa può, in fondo alla fine la nostra è una democrazia. Ci ricorderemo, spero, per chi votare: per chi si impegna davvero per la pace nel mondo.

Migliaia al corteo di Pap e Usb: «Bibi all’Aia»

PALESTINA. La manifestazione marcia tranquilla tra Piazza Vittorio e Porta San Paolo. Poche le bandiere palestinesi, tante quelle delle organizzazioni. Ne spunta una russa

Lidia Ginestra Giuffrida, ROMA  05/11/2023

Alcune migliaia di persone ieri alla manifestazione di Roma organizzata da Potere al popolo, Rete dei comunisti, Usb e Movimento studenti palestinesi. «Bisogna portare Netanyahu davanti alla Corte penale internazionale e chiedere che cessi il regime di apartheid e vengano smantellate le colonie», dichiara Maya del movimento studenti palestinesi.

In piazza poche bandiere della Palestina rispetto ai precedenti cortei organizzati direttamente dalla comunità palestinese. Più numerose quelle di Pap e Usb, qualcuna di Cuba, una del Kurdistan e in mezzo anche una bandiera della Russia nello spezzone della Fgci insieme a cori contro Zelensky e Netanyahu.

«Ai governi occidentali chiedo di definire democrazia un governo che uccide i bambini, che occupa le case, che bombarda ospedali. Che significato ha per voi la democrazia? Ogni complice sionista ha le mani sporche di sangue. Siete complici della disumanità», è intervenuta Giulia del centro Handala di Napoli.

Tra i diversi interventi anche quello di Patria socialista, che si è distinto dagli altri per i toni particolarmente violenti. Terminato il corteo, che ha sfilato tranquillamente da Piazza Vittorio a Porta San Paolo, alcuni ragazzi hanno stracciato e provato a bruciare la bandiera israeliana, tanti altri si sono messi in mezzo chiedendo di non farlo.

Washington, decine di migliaia chiedono il cessate il fuoco

TORNATE UMANI. La più grande manifestazione statunitense per il popolo palestinese

Marina Catucci, NEW YORK  05/11/2023

Decine di migliaia di persone sono arrivate a Washington Dc per chiedere un cessate il fuoco nella guerra tra Israele e Hamas. La protesta si è tenuta a Freedom Plaza, a pochi passi dalla Casa bianca, e non solo è la più recente di un’ondata di manifestazioni per chiedere la fine del bombardamento israeliano della Striscia di Gaza, giunto al suo 29° giorno, è anche la più grande manifestazione mai tenutasi negli Usa in supporto al popolo palestinese.

La piazza americana chiede qualcosa che i leader politici Usa non sembrano voler domandare, preferendo ripiegare sulla più moderata richiesta di una «pausa», mentre le persone che hanno risposto all’appello di Answer Coalition, che ha organizzato la protesta, con l’apporto di una lista infinita di organizzazioni varie, dai socialisti ai gruppi pacifisti come Code Pink, e pro palestinesi, come Students for Justice in Palestine, vogliono che la guerra si fermi. «L’obiettivo principale di tutti in questo momento è un cessate il fuoco – ha detto a Usa Today Ibrahim Hooper, portavoce del Council on American-Islamic Relations – Senza non si può fare nulla: niente azioni umanitarie, aiuti, non si possono curare i feriti, nemmeno rimuovere i corpi».

PER PARTECIPARE alla protesta sono arrivate persone da tutti gli Stati uniti, molti su autobus partiti la sera di venerdì. 40 mezzi che trasportavano i manifestanti arrivati da altre città non sono riusciti a raggiungere la piazza dopo la chiusura delle strade per «motivi di sicurezza», ma le persone si sono avvicinate a piedi al raduno dove si è tenuto il comizio, dando vita a un primo corteo composto da un’umanità variegata che includeva persone su sedia a rotelle, bambini piccoli, anziani di tutte le nazionalità. Molti indossavano la kefiah, molti avevano cartelli che chiedevano la fine della guerra a Gaza. Molti hanno collegato la causa palestinese ad altri eventi mondiali, un cartello diceva: «Dalla Palestina al Messico, questi muri di confine devono essere rimossi». Fra i manifestanti anche rappresentanti della comunità ebraica con i cartelli «Basta fuoco su Gaza».

Dopo il comizio c’è stato un corteo organizzato per passare davanti alla Casa bianca: «Qua fuori lo sappiamo, c’è bisogno che questo messaggio arrivi lì dentro» ha detto Desy, 23enne arrivata in macchina a Washington dal Connecticut.

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