NETANYAHU VUOLE GAZA TRA AMBIGUITÀ E VERITÀ NEGATE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NETANYAHU VUOLE GAZA TRA AMBIGUITÀ E VERITÀ NEGATE da IL MANIFESTO

Netanyahu vuole Gaza tra ambiguità e verità negate

Piena occupazione Riunione fiume, fino a tarda notte, del gabinetto di sicurezza per l’approvazione del piano di controllo totale della Striscia

Michele Giorgio  08/08/2025

Quando il gabinetto di sicurezza si è riunito alle 18 per approvare, con qualche modifica, il piano di occupazione totale di Gaza deciso dal premier Benyamin Netanyahu, il clima era infuocato non solo nella sede del governo, dove i ministri ieri sera continuavano a dibattere animatamente.

Migliaia di israeliani si sono riversati in strada con lo slogan: «Non hanno alcun mandato per estendere la guerra e sacrificare i rapiti e i soldati». La protesta principale si è tenuta a Tel Aviv, davanti alla sede del partito di maggioranza relativa, il Likud.

Al mattino, invece, venti famiglie di ostaggi, a bordo di imbarcazioni a vela, avevano raggiunto da Ashkelon il limite delle acque di Gaza per invocare il rilascio dei prigionieri. Un privilegio marittimo che a fine luglio non era stato accordato ai passeggeri della Handala, l’ultima delle navi della Freedom Flotilla, assaltata dalla Marina israeliana in acque internazionali mentre navigava verso Gaza con aiuti umanitari.

Quanto raduni e proteste abbiano avuto un impatto sulla riunione del gabinetto di sicurezza non si può quantificare. Di certo, hanno contribuito ad accendere il dibattito.

Anche per un governo di estrema destra, fortemente ideologico, come quello guidato da Netanyahu, non è semplice dare il via libera a un’operazione militare che prevede l’impiego di ingenti forze, quindi di altre migliaia di soldati e riservisti. Hanno pesato sulla riunione anche le nuove dichiarazioni del capo delle forze armate, Eyal Zamir che nei giorni scorsi e ieri sera, durante la riunione dell’esecutivo, ha ribadito la sua contrarietà all’occupazione totale della Striscia, dichiarandosi allo stesso tempo pronto ad approvare le decisioni del primo ministro. «Una cultura del disaccordo è una componente essenziale delle Forze di difesa israeliane, sia internamente che esternamente», ha affermato Zamir, a nome di una buona parte dei vertici militari.

Due fonti dell’esercito hanno confidato al New York Times che i soldati israeliani «sono esausti» e che l’occupazione di Gaza rischia di sovraccaricare truppe stanche dopo due anni di offensiva. «L’esercito diventerà responsabile di milioni di palestinesi», hanno ammonito, avvertendo che l’offensiva «finale» di Netanyahu avrà costi umani e militari altissimi.

Nonostante questi dubbi, ieri sera mentre chiudevamo questo numero del nostro giornale, in Israele tutto indicava l’approvazione da parte del gabinetto di sicurezza di un piano che prevede l’avvio di manovre militari per circondare Gaza City (il via libera è stato comunicato poi alle 4 di notte dopo una riunione fiume, ndr).

Successivamente sarà ordinata l’evacuazione della popolazione verso Mawasi, nel sud. Poi verrà lanciato un ultimatum ad Hamas affinché si arrenda. Se il movimento islamista non accetterà, Israele entrerà con le sue forze in tutto il capoluogo della Striscia.

Netanyahu avrebbe spiegato che l’operazione non è irreversibile. «Possiamo fermare i combattimenti se Hamas accetterà le condizioni di Israele», ha affermato, secondo i media locali. I ministri più estremisti, Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, si sono ribellati, chiedendo che l’operazione vada avanti senza esitazioni, fino alla fine.

In parziale contrasto si è posto il ministro degli esteri, Gideon Saar, favorevole a una strategia di logoramento, accerchiamento e trattativa. Aryeh Deri, presidente dello Shas (senza diritto di voto), si è invece proclamato disposto a sostenere un’operazione a tappe che escluda l’occupazione di Gaza.

Netanyahu, prima della riunione, aveva mantenuto una linea ambigua.

Israele «non annetterà Gaza», ha dichiarato a un gruppo di giornalisti indiani, affermando poi che il controllo del territorio, dopo la «sconfitta di Hamas», sarà affidato a un non meglio precisato «organo di governo transitorio» arabo. Poche ore dopo, in un’intervista concessa a Fox News, ha ribaltato il messaggio: «Intendiamo prendere il controllo dell’intero territorio della Striscia di Gaza». Parole addolcite da presunte intenzioni da liberatore: «Vogliamo liberare noi stessi e il popolo di Gaza da Hamas», ha detto, provando a tracciare una distinzione tra la popolazione palestinese e i militanti di Hamas.

Troppo tardi e troppo ipocrita di fronte ad almeno 60mila abitanti di Gaza, in gran parte civili, uccisi da bombe e cannonate israeliane, e alla fame e alle sofferenze inflitte a oltre due milioni di persone, inclusi i bambini.

L’ambiguità di Netanyahu, non solo nei confronti dei palestinesi, emerge anche dalle rivelazioni choc della tv israeliana Canale 13 sulle trascrizioni delle riunioni interne del governo.

Secondo questi documenti, il primo ministro avrebbe ignorato le ripetute richieste dei vertici della sicurezza – compresi il Mossad, lo Shin Bet e il ministro della difesa Israel Katz – per avviare, lo scorso marzo, la seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco. Al contrario, ha bloccato gli aiuti diretti a Gaza, sabotando consapevolmente i negoziati in corso con Hamas.

Le registrazioni della riunione del gabinetto di guerra del prima marzo raccontano un Netanyahu determinato a «distruggere» Hamas, nonostante i tentativi diplomatici per arrivare a una tregua. Ronen Bar, dello Shin Bet, avrebbe sostenuto l’opzione di una pausa: «Si può riprendere la guerra più avanti». Anche Katz si era espresso a favore di un accordo parziale, giudicando positivo il rilascio anche solo di una parte degli ostaggi. Le rivelazioni hanno fatto infuriare le famiglie dei prigionieri.

Vergogna e genocidio. Considerazioni di un contestatore

Un grido a Tajani Una posizione etica, espressa dai concetti di vergogna e di complicità

 Marco Rovelli  08/08/2025

Mercoledì Antonio Tajani teneva un incontro pubblico a Marina di Pietrasanta, e davanti alla Versiliana era stato convocato un presidio di attivisti per la Palestina. Mi è accaduto di averlo davanti, circondato dai cronisti, e non ho potuto fare a meno di dirgli queste parole: «Siete complici del genocidio. Vergognatevi». Giusto queste poche parole, poi sono stato allontanato dalla polizia. L’ho fatto da attivista, e l’ho fatto come avrebbe potuto farlo chiunque. Una cosa semplice, ma che è bastata a far sì che il video diffuso avesse migliaia di visualizzazioni, e centinaia di commenti di persone che mi ringraziavano dicendo «l’hai detto anche per me». Un segno del senso di impotenza in cui ci sentiamo catturati di fronte al genocidio in corso: di fronte ad esso, la necessità vitale della presa di parola, di mettere chi è al governo di fronte alle proprie reali responsabilità – che sono responsabilità etiche.

Di fronte alla mie poche parole, il ministro Tajani è stato chiamato a rispondere sulla questione del genocidio da un giornalista. Ha detto che no, giuridicamente non è un genocidio. Sì, ci sono cose inaccettabili, ma per mettere fine alla «guerra» (come ci fossero due eserciti a confrontarsi) Hamas deve rilasciare gli ostaggi. Insomma siamo alle solite. Ora, lasciamo da parte la questione del genocidio, per quanto tale esso sia stando alla definizione di Lemkin, ovvero un «piano coordinato di differenti azioni mirante alla distruzione dei fondamenti essenziali della vita di gruppi nazionali, con l’intento di annientarli», cosa che evidentemente sta accadendo nelle terre palestinesi da molto tempo, come riconosciuto ormai da studiosi del genocidio, uno per tutti Omer Bartov.

Ma in quelle poche parole che io ho detto a Tajani non c’era solo il concetto di genocidio. Prima di questo, c’era una posizione etica, espressa dai concetti di vergogna e di complicità. La mia non era la chiamata a una presa di posizione giuridica, pure evidentemente decisiva. Prima di questa, c’è una chiamata etica – quella chiamata che investe, sempre, ciascuno di noi. Ed a questo il ministro degli esteri non ha risposto, non poteva rispondere.

La complicità, anzitutto. Sei complice di un evento – anche se non lo vuoi chiamare genocidio -, per quello che hai fatto e detto, e per quello che non fai e non dici. Essere complice, ovvero, etimologicamente, essere intrecciato nella medesima trama, dove il disegno «complessivo» è tale proprio perché tu ne sei parte. Nella fattispecie, ne fai parte perché da sempre sostieni incondizionatamente Israele nella sua politica nei territori occupati, ciò che è il retroterra storico-politico che ha reso possibile quello che sta accadendo, e ciò senza di cui non lo si può comprendere. Quel sostegno è parte integrante del crimine che adesso pure loro non riescono a negare. Ma lo negano, negando la propria complicità, rifiutandosi di vedere il disegno complessivo

Non si può affrontare con serietà etica quel che accade senza andare alla radice storico-politica della questione, ovvero mettendo in questione l’occupazione dei territori, intensificata con un progetto di sottomissione e cancellazione dei palestinesi con la politica delle colonie di Netanyahu, nel contesto della fondazione dell’Eretz Israel. E forse è proprio questo il punto: non si vuole parlare di genocidio perché non si ha il coraggio di andare alla radice della questione, e affrontare la propria complicità.

E poi, la vergogna, che è un concetto multiforme. C’è una vergogna moralista, disciplinare, quella di chi vorrebbe ripristinare il pudore di una società ordinata ed edipica; c’è una vergogna ipermoderna, quella che incombe su chi si struttura nella presente società performativa e narcisistica, la vergogna prestazionale per non essere abbastanza di fronte allo sguardo dell’altro che ti misura e ti valuta; e poi c’è una vergogna etica. Quella che chiama alla responsabilità del legame con l’altro, che ci impone di rispondere alla chiamata, all’appello che viene dal volto dell’altro. Quella «vergogna del mondo», come ha scritto Frédéric Gros citando Premi Levi, che accade «quando ci si vergogna per l’altro, che si tratti di un umiliato – in questo caso è in lui che sentiamo la terribile sofferenza – oppure dell’umiliatore sfacciato che ci costringe a vergognarci in sua vece, poiché lui non prova nessuna vergogna».

Ecco, è questa vergogna che manca, è questa vergogna ciò di cui abbiamo bisogno. Di essa «non c’è modo di liberarsene, checché ne dicano i manager dell’anima: la si può soltanto trasformare, dandole la forma della rabbia».

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