GAZA, TRA CRIMINI E MACERIE: “LA VITTORIA SENZA FUTURO” da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GAZA, TRA CRIMINI E MACERIE: “LA VITTORIA SENZA FUTURO” da IL MANIFESTO e IL FATTO

Israele, tra i crimini e le macerie della Striscia la vittoria senza futuro

GUERRA. Il gabinetto di guerra israeliano poggia la sua incerta credibilità dopo l’eccidio di Hamas sulla misura dei danni inflitti ai palestinesi individuati tutti come nemici. L’artificio del governo con i militari: Netanyahu prima dichiara che anche lui risponderà del 7 ottobre «ma dopo la guerra». E ieri sera annuncia che questa «sarà lunga»

Tommaso Di Francesco  29/10/2023

È dalle prime parole ambigue del premier israeliano Netanyahu che si comprende che cosa dobbiamo aspettarci ora. «È stato un giorno nero. – ha detto parlando alla nazione dell’attacco di Hamas del 7 ottobre – Chiariremo tutto quello che è successo. Tutti dovranno dare spiegazioni per quell’attacco, a cominciare da me. Ma solo dopo la guerra. Il mio compito ora è quello di guidare il Paese fino alla vittoria» e ancora «Ogni militante di Hamas è un uomo morto», dimenticando che cosa vuol dire questo per gli ostaggi israeliani nelle mani del movimento islamista.

Ma il governo di guerra israeliano vuole davvero liberare gli ostaggi o pensa di farla finita, nel mucchio, com’è accaduto a Monaco?

Certo, magari i militanti di Hamas, responsabili del sanguinario eccidio del 7 ottobre, li eliminerà tutti, ma quei bambini terrorizzati e sporchi di polvere e sangue tra le macerie di Gaza non è facile immaginarli come “dialoganti” senza memoria e rabbia tra dieci anni.

Dopo l’annuncio dei giorni scorsi dell’esercito israeliano che l’invasione «è stata rinviata», sembra confermarsi, anche con il primo assalto – «comincia la vendetta» – di queste ore, che non vedremo 300mila soldati israeliani invadere con duemila carri armati la Striscia e combattere tutti casa per casa in una guerra urbana incerta per ogni esercito.

E questo perché “l’invasione” c’è già stata e continua ogni giorno: è la guerra di bombardamenti aerei che uccide e terrorizza la popolazione civile di più di due milioni di persone, spostate a piacimento verso aree che si dice non saranno colpite ma poi inesorabilmente vengono bersagliate, mentre le città vengono rase al suolo – Beit Hanoun non esiste più – e Gaza City è ora un campo di battaglia e un cumulo di rovine dove si aggirano centinaia di migliaia di famiglie disperate alla ricerca di cibo, acqua, medicine – ora senza comunicazioni sono interrotti pure i pochi, inesistenti aiuti al contagocce da Rafah.

Chi ha detto «Cibo e acqua come arma di guerra è un crimine»? È stato il presidente Mattarella che forse ancora non rischia di fare la fine di Guterres. La strage dell’attesa «invasione» è già davanti agli occhi del mondo: siamo a 7.703 vittime civili, di cui 3.595 bambini.

È questa la «misura proporzionata e adeguata» per rispondere alla strage di Hamas oppure com’è credibile andiamo verso i diecimila morti civili nel silenzio passivo e nel balbettio generale.

Siamo invece alle azioni terrestri mirate di forze speciali, il grosso della «vendetta per la vittoria» lo fanno già i bombardamenti con tante «perdite collaterali», commenta l’almirantiana Meloni che annuncia ai microfoni, udite udite, di avere portato al Consiglio europeo di giovedì nientemeno che l’idea «di due popoli e due Stati» e che ora bisogna «dare sostegno all’Anp».

Ci mancava solo l’annuncio di un “piano Mattei” per Gaza. Perché se non si dice che la prospettiva «due popoli, due Stati» di Oslo, già ambigua nella formulazione degli accordi, è stata via via azzerata e resa impossibile, dopo l’uccisione di Rabin da parte di un estremista ebreo (non di Hamas) e dalle scelte identitarie dei governi israeliani, in primo luogo da Netanyahu con il sostegno degli Stati uniti, che hanno avviato una politica di isolamento e boicottaggio a tutti i livelli della Striscia dopo la sua vittoria elettorale del 2006 sia a Gaza che in Cisgiordania, insieme a centinaia di insediamenti coloniali in Cisgiordania tanti e tali che non esiste più la possibilità di una continuità territoriale di uno Stato, siamo alla beffa di una giaculatoria senza senso.

Come senza senso è «dare sostegno all’Anp», se non si vede come sia stata devastata nella sua autorità e credibilità tra i palestinesi per la sua immobilità, subalternità e infine corruzione.

Ma soprattutto più continua il massacro a Gaza, meno sarà possibile trovare interlocutori palestinesi moderati.

Il disastro di Oslo interroga anche noi: è sempre più evidente ormai che anche lì, tra pogrom e massacri, vendette e macerie il problema non è più quello di una rivendicazione di sicurezza statuale, né per Israele che come Stato esiste già, potenza militare e atomica tra le più rilevanti al mondo, né per i palestinesi senza Stato e nazione; lo spiraglio di luce che emerge dalla valutazione concreta che senza i lavoratori palestinesi (e stranieri) l’economia di Israele va in tilt, ci dice ch si apre una prospettiva di lotta di classe, di una lotta sociale per l’eguaglianza e i diritti verso una democrazia sostanziale che si avvera solo nei larghi spazi, oltre vecchi e nuovi confini e muri, anche quelli del Medio Oriente. Senza dimenticare che il movimento per la democrazia in Israele è destinato a radicalizzarsi.

Intanto però è su questo scellerato principio della «vendetta per la vittoria» che paradossalmente si tiene in piedi il governo israeliano diventato gabinetto di guerra, di fronte ad una opinione pubblica israeliana che già denuncia le responsabilità di Netanyahu e dei militari.

Chi ne fa parte sa che prima o poi dovrà rendere conto, ma «alla fine della guerra»: c’è da credere dunque che la guerra durerà a lungo.

In Israele è chiaro che Netanyahu sia considerato responsabile del ruolo assegnato ad Hamas e che l’esercito deve rispondere della sua negligenza e acquiescenza al premier che ha voluto spostare uomini e mezzi oltre all’intelligence nella Cisgiordania occupata per sostenere le volontà della destra estrema che protegge le colonie illegali.

E questa evidente ambiguità, sostenuta da un’ opinione pubblica e da un sentimento nazionale ferito dall’attacco criminale di Hamas, poggia la sua credibilità sulla misura dei danni che è capace di infliggere al nemico. Vale a dire sulla distruzione di Gaza «male assoluto», nemmeno Hamas, e sull’assedio dei palestinesi presi per fame e sete e ormai da “rimuovere”, ma dove visto che Egitto e Giordania rifiutano ogni accoglienza ed è sicuro che non torneranno a casa, le loro case non esistono più.

Un orrore. L’Assemblea generale dell’Onu, su una mozione preparata dalla moderata Giordania finora punto di riferimento del “Patto d’Abramo” invita a maggioranza almeno ad una tregua continuata. Usa e Israele appaiono «isolate» e votano contro, l’Europa si divide, Francia Spagna e Portogallo votano a favore, Germania e Italia si astengono; l’ambasciatore di Tel Aviv infuriato tuona “giornata nera”.

Il baratro della punizione collettiva continua, è un crimine di guerra. Ma fino alla «vittoria».

Onu, l’Italia si astiene sulla “tregua” a Gaza Pd e 5S: “Un errore”

IL VOTO SULLA RISOLUZIONE – La contesa. Nel testo la mancata condanna di Hamas

 WANDA MARRA  29 OTTOBRE 2023

Si trasforma in scontro politico italiano, il conflitto in Medio Oriente. Non solo tra maggioranza e opposizione, ma dentro le opposizioni e, trasversalmente, tra varie sfumature di atlantismo. L’oggetto dello scontro è il voto dell’Italia sulla risoluzione dell’Onu, presentata dalla Giordania, a nome dei Paesi arabi, per una tregua umanitaria tra Israele e Palestinesi, che passa con 120 voti a favore, 14 voti contrari, 45 astenuti. Senza la condanna di Hamas.

Per questo il nostro Paese, attraverso un confronto costante tra Palazzo Chigi e Farnesina, sceglie di astenersi assieme a Germania e Gran Bretagna. Una posizione che si distingue, comunque, da quella degli Stati Uniti, che dicono no, nonostante il fatto che Giorgia Meloni si muova in maniera quasi “fotocopiata” dagli Usa e nonostante il rapporto molto forte che ha con Netanyahu. Conta la necessità di mantenere un equilibrio, affidato anche alla mediazione del ministro degli Esteri, Antonio Tajani (la premier lo ha incontrato pure giovedì a Bruxelles), che ferma il sottosegretario Edmondo Cirielli per posizioni considerate troppo filo Israele. Si punta persino sulla valutazione che potrebbe convenire ai Paesi arabi assumere una posizione autonoma rispetto a pezzi di Occidente. La lista delle astensioni è significativa: ci sono Tunisia, India, Serbia, Sudafrica. Ma anche i no sono indicativi: in prima linea Portogallo e Spagna, ma anche la Francia di Emmanuel Macron, che vieta le manifestazioni palestinesi, ma potrebbe puntare a un ruolo di mediatore. Proprio al voto di Spagna e Portogallo si lega Elly Schlein, che in mattinata si scaglia contro la scelta di astenersi: “Penso che sia stato un errore da parte dell’Italia non votare la risoluzione dell’Onu. Chiamatela tregua, cessate il fuoco, pausa ma fermiamo questa strage”. La segretaria del Pd sceglie di posizionarsi con nettezza, dopo le incertezze sull’adesione alla manifestazione per la pace di venerdì. Tanto che fa dire al responsabile Esteri, Peppe Provenzano, che è una “fake news” l’assenza alla mobilitazione dei dem. È un fatto che la segretaria non ci fosse (era a Mestre a un’iniziativa per la casa), è un fatto che si sia a lungo discusso nel partito sulle forme della partecipazione. Alla fine, i dem sono andati con una delegazione ufficiale, guidata da Marco Furfaro. Non abbastanza, per non farsi scavalcare da Conte. Insieme alla scelta di Israele di fare un salto di qualità nell’aggressione, ha pesato anche questo nella decisione di Schlein di smarcarsi. Oltre alle scelte di altri leader del Pse.

Fatto sta che Meloni ha dovuto rispondere a lei che quella dell’Italia era l’unica “posizione equilibrata”. Ed è stato il leader di M5S a inseguire, parlando di “decisione pilatesca” da parte dell’esecutivo. Schlein non si è consultata con nessuno prima di parlare, ma è riuscita a ottenere il silenzio anche della parte più atlantista del Pd. Lorenzo Guerini &c. non approvano, ma non fanno polemica. Mentre guadagna l’avallo della gentiloniana Lia Quartapelle. Al netto delle divisioni italiane e non, ieri lo stesso Guterres ha dovuto prendere atto che la pausa umanitaria non c’è, anzi siamo di fronte a un’escalation in piena regola. Palazzo Chigi ha fatto sapere di essere pronto a fornire aiuto umanitario alla popolazione, con il pattugliatore polivalente d’altura Thaon di Revel della Marina militare pronto a imbarcare materiale umanitario dalla base logistica delle Nazioni Unite di Brindisi in afflusso a Cipro. Due fregate multimissione della Marina militare sono già in zona e una nave anfibia sta raggiungendo l’area per l’eventuale evacuazione umanitaria di personale.

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