“VENGHINO, SIORI, VENGHINO”!!! da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“VENGHINO, SIORI, VENGHINO”!!! da IL FATTO

“Venghino, siori, venghino”. L’Ucraina va all’asta (online)

PRIVATIZZAZIONI – Si riapre la (s)vendita pure dei beni pubblici più importanti: fabbriche, palazzi, tralicci su un sito modello “eBay”

ALESSANDRO BONETTI  14 AGOSTO 2023

Come insegna l’esperienza degli Stati Uniti fra 1941 e 1945, in guerra anche i governi liberali “militarizzano” l’economia. La ragione è semplice: tutte le risorse devono essere mobilitate verso lo sforzo bellico in modo coordinato. Stupisce, dunque, ciò che accade in Ucraina, dove il governo, nonostante la guerra, ha continuato indefesso le sue politiche pro-mercato. Fra queste c’è un nuovo piano di privatizzazioni, con l’obiettivo di “attrarre e rassicurare gli investitori internazionali”. Una preoccupazione un po’ prematura, dato che il Paese è martoriato da un conflitto di cui non si scorge la fine.

Con le privatizzazioni il governo spera anche di racimolare fondi per sostenere le spese militari. Dall’inizio dell’anno ha ricavato circa 50 milioni di dollari e prevede di arrivare a 162: a confronto col deficit previsto dal governo si tratta di un misero 0,43% del totale (38 miliardi) e l’incasso pesa ancor meno paragonato alle spese belliche (0,36%, 45 miliardi). Anche se gli obiettivi saranno raggiunti, è un contributo minimo alle casse dello Stato.

Un po’ di storia ci può aiutare a capire meglio il contesto. Come spiega al Fatto David Dalton, economista e autore del libro L’oligarchia ucraina dopo Euromaidan, “dopo l’indipendenza nel 1991, l’Ucraina è stata dominata da reti politico-criminali”. Per Dalton, “ciò ha condotto a meno concorrenza e meno sviluppo (contrariamente alla propaganda dei privatizzatori). Ci sono state diverse fasi, ma gli schemi usuali per estrarre le rendite non sono cambiati”. Anche se l’orientamento politico è diventato più anti-russo, il funzionamento di fondo del sistema è rimasto pressoché identico: “Neppure la rivolta di Euromaidan del 2013-14 (pro-Ue e anti-Russia ndr) ha cambiato l’economia politica dell’Ucraina” dice Dalton, “c’è una continuità tra le pratiche e le reti di relazioni pre e post-Maidan, dato che il sistema non coincide coi singoli oligarchi, ma piuttosto con un insieme di valori e meccanismi che si autoriproducono”.

Le privatizzazioni avevano avuto una spinta nel 2018, quando il Parlamento ha aggiornato e riordinato le norme. Un dettaglio da non sottovalutare è che la riforma era necessaria per continuare a ricevere assistenza dal Fmi. Con la nuova legge è stato predisposto un sito apposito (privatization.gov.ua), disponibile anche in inglese e gestito dal Fondo del demanio. Da allora, sul sito si possono esplorare le proprietà in vendita, come se si fosse su Amazon o Ebay: c’è un prezzo di listino, una descrizione e specifiche tecniche. I siti privatizzabili si dividono in “piccoli” (sotto i 7 milioni di dollari circa) e “grandi”, acquistabili solo con l’ausilio di un consulente. Si passa dagli edifici della cava del villaggio di Sakhkamin (a 350mila dollari, in sconto del 50%) alla Ukragroleasing, una società che dà in leasing macchinari agricoli e ha sede nel centro di Kiev. Per chi vuole un investimento più rischioso, a Dnipro, non distante dal fronte, c’è il Centro di standardizzazione e metrologia: costa solo 3mila dollari. Ma sul sito ci si imbatte anche in asset molto importanti: la mega-fabbrica di ammoniaca del porto di Odessa (gravata però da debiti scaduti e penali per 387 milioni di dollari), la Krasnolymanska (società carbonifera vicino Donetsk che a regime contava quasi 4mila addetti), la Sumykhimprom (che realizza prodotti chimici nell’oblast di Sumy) e la Zaporizhzhiaoblenergo (che fornisce elettricità a 800mila utenti nella regione di Zaporizhia). Questi impianti si trovano molto vicino alla linea del fronte, ma ce ne sono altri che sono addirittura nelle zone occupate. Le proprietà sono vendute con un meccanismo d’asta e, in linea teorica, possono partecipare tutti (anche i non ucraini) dopo aver mandato apposita richiesta di iscrizione. È la privatizzazione ai tempi di internet, la digitalizzazione del saccheggio della proprietà pubblica. Fra 2018 e 2019 i ricavi dalle vendite sono rimasti magri, attorno a 22 milioni di dollari, ma nel 2020 sono balzati vicino ai 70 milioni fino a raggiungere l’anno dopo i 138 milioni, livello mai toccato prima.

Nuove leggi e trasparenza: sembrerebbe un passo avanti rispetto alle modalità banditesche degli anni Novanta. In realtà, però, restano molte ombre, espresse plasticamente dalle vicende di Dmytro Sennychenko, ex presidente del Fondo del demanio. In carica dal 2019, secondo il Kyiv Post era “considerato un vero riformatore, con un forte messaggio anti-corruzione”. Dopo l’invasione russa Sennychenko è fuggito in Europa occidentale, lasciando il ruolo vacante, e a marzo 2023 la maschera è caduta definitivamente: le autorità ucraine anti-corruzione lo hanno accusato in contumacia di associazione a delinquere. Durante il suo mandato, Sennychenko avrebbe capeggiato un’organizzazione criminale (fatta di funzionari pubblici e imprenditori) che avrebbe sottratto 13 milioni di dollari dalle casse pubbliche. Per gli inquirenti l’atteggiamento “legalitario” dell’ex capo del Fondo del demanio era solo una copertura per le sue attività illegali. Ovviamente, non è più tornato in patria.

Nel frattempo era scoppiata la guerra e le privatizzazioni erano state messe in pausa. Ma nonostante il conflitto (e le indagini sui vecchi vertici del Fondo del demanio), la sospensione è durata poco. Già a settembre 2022 le vendite dei beni pubblici minori venivano sbloccate e a capo del Fondo si insediava il deputato Rustem Umerov, alleato del presidente Volodymyr Zelensky. Il 21 giugno, poi, Zelensky ha autorizzato la ripresa delle privatizzazioni su larga scala: il piatto pregiato saranno in futuro i grandi conglomerati pubblici e i monopoli naturali.

Le motivazioni di questo rapido ritorno alle privatizzazioni sono le solite dell’agenda neoliberale: “combattere la corruzione”; “attirare investimenti (…) sia dall’Ucraina che da altri Paesi”; “creare i presupposti per la ricostruzione e la ripresa economica dello Stato”, e via liberalizzando. In un comunicato del 25 marzo il primo ministro di Kiev Denis Shmyal è stato ancora più esplicito: “La nostra strategia consiste nel ridurre al minimo la quota dello Stato nell’economia, pur mantenendo il controllo statale in settori strategici e importanti per la sicurezza dell’Ucraina”. Tradotto: privatizziamo quasi tutto. Il 30 giugno ha rimarcato il punto: “Continueranno le privatizzazioni, sarà completata la riforma della corporate governance, sarà attuata una radicale deregolamentazione”. Certo, molte aziende erano già decotte prima della guerra e serviva che lo Stato se ne liberasse. Ma la strategia di Kiev, per la sua aggressività, pare una “shock therapy” 2.0, una riedizione delle politiche che hanno devastato i Paesi post-sovietici negli anni Novanta.

Gli Stati Uniti sono un partner esplicito in questo programma, in primis con l’Agenzia per lo sviluppo internazionale (Usaid), il cui logo figura sia sul sito delle privatizzazioni, sia su quello del piano Advantage Ukraine per gli investimenti esteri. Usaid è la stessa organizzazione che promosse le privatizzazioni di massa nella Russia degli anni Novanta in accordo col governo di Mosca e in particolare con Anatoly Chubais, beniamino di Boris Eltsin. Oggi il braccio “geoeconomico” di Washington interviene in Ucraina con un budget di 22,9 miliardi (18 già sborsati), oltre che con assistenza su governance e riforme.

Anche il Fondo monetario internazionale ha preparato un pacchetto di supporto (115 miliardi totali) in cambio delle solite riforme strutturali: flessibilità, concorrenza, consolidamento fiscale, il tutto “mentre la guerra è ancora in corso”. Questi programmi, però, non vanno a toccare le questioni di fondo dell’economia ucraina. Come spiega ancora Dalton, “la radice dei problemi risiede più in profondità, in questioni istituzionali, legate non solo alle élite nazionali, ma anche alle idee economiche tradizionali delle élite dell’Occidente. Queste vorrebbero riformare l’economia di Kiev, ma rischiano di applicare ricette occidentali non adatte alle istituzioni ucraine”.

Le riforme di Kiev: aiuti agli investitori, legnate ai lavoratori

LIBERISMO DI GUERRA – Tutti in fila al parco giochi della ricostruzione

 ALESSANDRO BONETTI  14 AGOSTO 2023

In Ucraina la disoccupazione è quasi al 20% e l’inflazione al 18%, dopo che l’anno scorso il Pil è crollato di quasi un terzo (-29%). Il governo di Kiev, però, sembra aver rinunciato a una vera pianificazione. Lo strano “liberismo di guerra” ucraino, infatti, non si limita alle privatizzazioni.

Le tutele dei lavoratori sono state indebolite con legge marziale e norme ad hoc: meno protezioni da licenziamenti arbitrari, meno diritti sindacali, meno contrattazione collettiva. In particolare, gli addetti delle piccole e medie imprese non sono più coperti dal codice del lavoro nazionale, ma devono riferirsi solo ai contratti negoziati individualmente con i loro capi. Le modifiche dovrebbero durare “solo” fino alla fine della guerra, ma in realtà i partiti di governo sembrano intenzionati a combattere l’“eccessiva regolamentazione” anche oltre. Secondo un recente rapporto del consorzio di ricerca PeaceRep (a cui, fra gli altri, aderiscono l’università di Edimburgo e la London School of Economics) “la politica sociale e del lavoro dell’Ucraina sembra mal calibrata per massimizzare il gettito fiscale” necessario allo sforzo bellico. Lo studio rileva che non sono state introdotte neanche “politiche di partenariato sociale”: il governo ha preferito tagliare le tutele che mobilitare i lavoratori con il consenso.

Sulla tassazione, l’aliquota sui redditi da lavoro e capitale è rimasta a un livello basso e piatto (18%), il che favorisce i ricchi. Così, il governo rinuncia a sfruttare una fonte di risorse essenziale per le spese militari, ignorando platealmente l’esempio della Seconda guerra mondiale, quando gli Alleati aumentarono aggressivamente le imposte per finanziare la guerra e tenere a bada l’inflazione.

Secondo il rapporto di PeaceRep, dunque, lo Stato dovrebbe “abbracciare il suo ruolo cruciale nel coordinare l’economia di guerra”, perché “le guerre totali tendono a congelare il normale funzionamento dei mercati”. Le politiche economiche ucraine, però, affondano le radici in un sistema arretrato e oligarchico. Secondo l’economista David Dalton, qualche timido miglioramento c’è stato: “Con la guerra lo Stato ucraino si è rafforzato in molti modi: l’esercito si è dimostrato più forte del previsto e l’amministrazione pubblica è apparsa più efficace”, dice al Fatto. “Inoltre, gli oligarchi hanno visto gran parte della loro ricchezza distrutta fisicamente o finanziariamente, a causa del crollo delle quotazioni delle aziende. La mobilitazione bellica, insieme a una maggiore autodisciplina per attirare il denaro occidentale, ha reso più facile punire la corruzione e altri crimini economici”. Ma una vera pianificazione è ostacolata da motivi strutturali: “Le persone oggi al potere si sono formate negli anni Novanta o nei primi Duemila, spesso in Occidente: sostengono privatizzazioni, flessibilità del mercato del lavoro e minore intervento dello Stato. Devono anche mostrarsi attrattivi all’Occidente per ottenere i finanziamenti necessari al Paese. Ci sono molte contraddizioni”.

Il rischio è che, dopo la guerra, la ripresa diventi il giocattolo degli oligarchi e dei capitalisti stranieri, che potranno dettare liberamente le proprie condizioni. Di fatto il governo si sta già muovendo in questa direzione: a febbraio il ministero dell’Economia ha firmato un accordo con Jp Morgan (banca Usa che aveva già guidato la ristrutturazione di 20 miliardi del debito di Kiev), affidandole il compito di stabilizzare il rating dei titoli di Stato e gestire altri aspetti finanziari del Tesoro. Insieme a BlackRock, la banca di New York sta progettando anche un fondo per investitori interessati alla ricostruzione.

E non è finita qui. Alle conferenze internazionali, i politici ucraini chiedono esplicitamente il supporto del capitale estero: “Crediamo che siano le imprese e gli imprenditori a poter rendere la nostra ripresa davvero efficace”, ha detto il 21 giugno il primo ministro Denis Shmyal alla Conferenza internazionale sulla ripresa dell’Ucraina. “Stiamo già offrendo progetti e opportunità di investimento ai capitali internazionali. Insieme alla Banca Mondiale, alla Us International Development Finance Corporation e ad altri partner, stiamo lavorando a un modello efficace di assicurazione contro i rischi di guerra per gli investimenti in Ucraina”.

Il conflitto non è ancora finito, ma già ci si preoccupa di rendere l’Ucraina un “asset” attrattivo.

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