USA: MIDTERM SULL’ORLO DEL BARATRO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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USA: MIDTERM SULL’ORLO DEL BARATRO da IL MANIFESTO

Usa, se il Congresso diventa un bivacco di manipoli

MIDTERM. I m i trumpisti rischiano di diventare la maggioranza del partito repubblicano e in parlamento. La «Qanonista» Taylor-Greene è in aria di vice presidenza in caso di un Trump bis

Luca Celada, LOS ANGELES  06/11/2022

Gli Stati uniti si avvicinano all’appuntamento chiave del midterm come un paese che stenta a risolvere le domande fondamentali sulla democrazia sollevate da Trump e dal suo movimento che controlla il partito Repubblicano. Ed è quella corrente “post democratica” che si appresta secondo i sondaggi a riprendere il controllo di almeno una camera del Congresso.
Per riprendersi il Senato basta appena un senatore in più; per controllare la Camera il Gop deve riconquistare 5 seggi. È consolidata tradizione che nelle consultazioni di metà mandato il partito del presidente subisca la rimonta del partito d’opposizione. Tanto più plausibile quest’anno in cui le elezioni cadono nel mezzo della peggiore crisi inflazionistica in 40 anni che non ha certo migliorato la disposizione degli elettori rispetto ai governanti in carica.

LO SCALPORE attorno all’abolizione del diritto all’aborto ha in parte risollevato le prospettive democratiche ma i pronostici più accreditati prevedono che almeno alla Camera prevarrà il Gop, instaurando una nuova maggioranza che rappresenterebbe la destra più radicale della storia nazionale. (Come in Italia anche qui la legge elettorale ha l’effetto di ingigantire il peso parlamentare della destra rispetto ai consensi effettivi, ma questo meriterebbe un discorso a parte).
Cosa comporterebbe anche solo una camera repubblicana? Quando nel 2014 il Gop tornò a controllare il Congresso, la strategia dichiarata fu, come disse allora il leader della maggioranza Mitch McConnell, di «far fallire» la presidenza Obama. Fra gli altri obbiettivi vi fu quello di impedire ad Obama di nominare un togato alla Corte Suprema, premessa per la successiva conquista conservatrice del tribunale costituzionale.

ALLORA IL PARTITO subiva forti pressioni da destra da parte del Freedom Caucus, il gruppo parlamentare del Tea Party che aggregava i primi vagiti di nativismo, integralismo e malcelato suprematismo nel movimento precursore di Trump. Ma un Congresso targato Maga promette di esprimere livelli di fanatismo e intransigenza non sperimentati nemmeno nel regime dell’ex presidente. Più della metà dei candidati repubblicani ad esempio continuano a diffondere la mistificazione sulle “elezioni rubate” che portò al tentato golpe del 6 gennaio.
Rappresentati da esponenti come Marjorie Taylor Greene, Matt Gaetz, Lauren Boebert e Josh Hawley, gli eredi “spirituali” di Trump hanno normalizzato l’agenda estremista: famiglia tradizionale, idolatria delle armi da fuoco, integralismo religioso. E hanno adottato lo stile sfrontatamente impenitente e provocatorio che caratterizza le nuove destre. Approdati in parlamento come delegazione minoritaria ma rumorosa, in un nuovo Congresso potrebbero rappresentare la corrente maggioritaria decisa ad ostruire Biden con ogni mezzo.

TAYLOR GREENE, eletta in un collegio bianco della Georgia fu inizialmente fonte di imbarazzo per il partito e rimossa dagli incarichi ufficiali a causa delle minacce di violenza sui propri canali social e l’adesione ai complottismi di Qanon oltre che per il suo stalking in diretta della collega Alxandria Ocasio-Cortez. Oggi è addirittura considerata papabile per la vicepresidenza di un eventuale Trump bis. Il suo caso è paradigmatico della deriva fanatica sdoganata dal partito.

ALL’ATTO PRATICO un ordine del giorno Gop forzerà probabilmente una serie di votazioni “dimostrative” su leggi e misure destinate a provocare il veto di Biden, ma anche a mantenere alto il livello di motivazione nella base e della conflittualità di cui si nutre la campagna elettorale permanente che è marchio di fabbrica della neo destra. Fra le probabili proposte vi saranno limiti federali all’aborto, norme contro gli atleti transgender e diritti Lgbtq.
Un’altra probabile tattica sarà di imporre tagli alla spesa pubblica con il ricatto dello shutdown, il default provocato dalla mancata approvazione del bilancio. Una Camera repubblicana avrebbe inoltre piena facoltà di convocare commissioni di inchiesta. Esponenti Maga come McCarthy (probabile prossimo speaker) e Taylor Greene hanno già promesso inchieste parlamentari, non solo su Biden «e la sua famiglia», ma su Fbi, ministeri dell’educazione, giustizia, energia, sanità e tutti i democratici per «abuso di potere». Da gennaio sarebbero assicurate “spedizioni punitive” quali indagini sugli attuali membri della Commissione del 6 gennaio e possibilmente procedure di impeachment contro lo stesso Biden.

UNA INCOGNITA importante riguarda la guerra ed il suo finanziamento. Kevin McCarthy ha di recente preannunciato «la fine dell’assegno in bianco» per l’Ucraina. In una situazione speculare a quella italiana, questa è la pratica più divisiva per la destra americana, spaccata fra antico riflesso antirusso da falchi di guerra fredda e fisiologica affinità per le crociate “culturali” (ed il razzismo) di Putin. L’affermazione di McCarthy indicherebbe che, pur prevalendo per ora la corrente interventista, il neo isolazionismo promette di avere quantomeno maggiore voce in capitolo, e possibilmente ipotecare l’alleanza atlantica.
Se torneranno padroni del Congresso, i «semi fascisti» per citare Biden, avranno in mano un asse che comprende la Corte suprema e gli stati “ribelli”, come Florida e Texas, già trasformati in laboratori avanzati di post democrazia. L’obiettivo principale sarà preparare il terreno al “secondo avvento” di Trump, con tutto ciò che ne consegue – in America e nel mondo.

Midterm sull’orlo del baratro

STATI UNITI AL VOTO. La nuova destra americana, virata sull’intolleranza, esprime un compiacimento nella ferocia e nell’ignoranza, rifiuta il progetto multietnico di Lincoln e Martin Luther King e persegue un programma di controriforma “culturale”, per ribaltare 50 anni di progressi su diritti e uguaglianza

Luca Celada, LOS ANGELES  06/11/2022

Tradizione vuole che le elezioni parlamentari di metà mandato siano un referendum sul presidente in carica. In questo caso Joe Biden giunge al giro di boa con record storici negativi di gradimento e la pesante zavorra di una crisi economica precipitata anche dalla guerra, adottata e vigorosamente promossa dal Commander in Chief e dal complesso bellico che guida.

La campagna repubblicana per riprendersi la maggioranza nel Congresso verte su un collaudato repertorio di destra: tasse, sicurezza, stato minimo. Ma l’apparenza di normalità non deve ingannare. Il dato saliente dei midterms (come hanno sottolineato in chiusura di campagna sia Biden che Obama) è pur sempre il precipizio su cui vacilla ancora la “democrazia fondante” dell’occidente, due anni dopo il tentativo di golpe del 6 gennaio 2021.

La contesa fra i Democratici di Biden e il Gop mutato in partito nazional populista dall’ultracorpo trumpista, ricalca quella in atto fra destre identitarie e liberismi “moderati” in molte democrazie occidentali. Nella variante americana però uno dei partiti componenti lo storico sistema bipartitico è ora apertamente antidemocratico.

Il partito repubblicano ha adottato l’inibizione e la manipolazione delle elezioni come legittimo strumento politico. La disinformazione sulle “elezioni rubate” e i “massicci brogli”, amplificata da un implacabile apparato di propaganda e social, ha avuto l’esito desiderato, minando la fiducia su cui è predicato il sistema democratico.

Questa settimana il copione dei ricorsi e dei risultati respinti e contestati – forse di violenze – potrebbe essere destinato a ripetersi. La metastasi complottista pilotata dal trumpismo ha prodotto una fondamentale trasformazione che rende legittimi e inevitabili i paralleli non solo con storiche regressioni totalitarie ma con i periodi più bui della storia americana, il segregazionismo, il terrorismo razzista, l’oligarchia dei robber barons e la paranoia maccartista.

Nella mutazione genetica del conservatorismo in culto fanatico c’è l’orwelliana volontà di riscrivere la storia e la violenza fondante dei romanzi di Cormac McCarthy. Quando Biden, raccogliendo l’analisi sempre più diffusa fra studiosi, storici e intellettuali definisce la deriva estremista come “semi-fascism” è difficile dargli torto.

La post politica sovranista e identitaria esprime qualcosa che va oltre il programma “di destra”: uno stile aggressivo ed una retorica apocalittica espressa da politici/influencer che nei loro post imbracciano armi da guerra e promettono rivalsa nel nome di Dio, patria e libertà.

Gli episodi sempre più frequenti di violenza di estrema destra (l’Fbi la considera ormai principale pericolo nazionale) dimostrano come l’appello sia sempre più frequentemente raccolto. Torna inevitabilmente a mente il titolo originale del film di Paul Thomas Anderson sulla ferocia suicida del capitalismo: There will be blood.

La nuova destra americana, virata sull’intolleranza, esprime un compiacimento nella ferocia e nell’ignoranza, rifiuta il progetto multietnico di Lincoln e Martin Luther King e persegue un programma di controriforma “culturale”, per ribaltare 50 anni di progressi su diritti e uguaglianza: un “originalismo” torvo, sancito ora anche da una Corte suprema blindata dagli estremisti. È palese che dopo l’aborto toccherà a contraccezione, matrimoni gay, pari opportunità e all’istruzione pubblica.

Le crociate anti sovversive già in atto in scuole ed università degli stati trumpisti presagiscono il progetto di un prossimo Congresso repubblicano. L’agenda è stata imposta usando leggi elettorali anacronistiche che hanno amplificato la volontà di una minoranza fanaticamente ideologica. È pur vero che come altrove (vedi il Brasile) la realtà riflette una società spaccata ormai a metà, dove esautorazione e livori razziali hanno indotto fratture dogmatiche, apparentemente insanabili, esacerbate e cavalcate per profitto politico.

Il fondamentalismo religioso è stato sdoganato come forza politica mainstream. A 40 anni dal patto reaganista con le sette evangeliche le bizzarre frange avventiste, che predicavano l’imminente apocalisse su piccole emittenti a notte fonda, sono passate da fenomeno marginale a contribuenti principali della piattaforma di partito che oggi si proclama “nazionalista cristiano”. E nelle megacurch all’estasi evangelica si sovrappone la trance degli adepti Maga (Make America Great Again) che invocano la fulminazione divina di abortisti e intellettuali.

Pensare che tutto questo riguardi unicamente un problema interno, o contare su un eventuale nuovo isolazionismo americano come vantaggio, in fondo, per gli equilibri geopolitici, non tiene conto delle lezioni del trumpismo né della sua incrollabile
dedizione all’eccezionalismo americano e l’assioma del conflitto egemonico con la Cina. E non tiene conto dell’internazionale post fascista perseguita da ideologhi come Steve Bannon (con un’attenzione speciale per l’Italia.)

Queste elezioni riguardano tutti perché riguarda tutti gli ordini democratici il rischio strutturale che rappresenta l’indebolimento della democrazia americana. Una repubblica che vacilla dal 2016 e che la prossima settimana potrebbe ricevere un’ulteriore spallata.

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