UE E USA, KIEV SEMPRE PIÙ SOLA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UE E USA, KIEV SEMPRE PIÙ SOLA da IL MANIFESTO

Ue e Usa, Kiev sempre più sola

CRISI UCRAINA. Il Congresso a maggioranza repubblicana rifiuta di rifinanziare l’Ucraina, l’Ungheria di Orbán si oppone all’ingresso nell’Unione

Sabato Angieri  07/12/2023

A volte pesa più una parola non detta che mille discorsi. Forse è a questa massima che si è ispirato il presidente ucraino Zelensky quando all’ultimo momento ha deciso di non partecipare alla riunione con il Congresso statunitense prevista per ieri. Anche se solo in via telematica, il capo di stato si sarebbe trovato di fronte a una platea molto diversa da quella che un anno fa gli aveva tributato una standing ovation interminabile.

L’annuncio palese dei deputati repubblicani di voler bloccare la votazione per il rinnovo degli aiuti economici all’Ucraina ha scatenato un caso che stavolta non è solo mediatico. «Se gli aiuti attualmente in discussione al Congresso verranno ritardati, non dico respinti, è impossibile continuare la liberazione dei territori occupati e questo creerà un grande rischio di perdere la guerra» ha detto ieri Andriy Yermak, il capo di gabinetto del presidente ucraino. Non da Kiev, non in collegamento video, ma da Washington, dove una delegazione ucraina composta dallo stesso Yermak, dal ministro della Difesa Umerov e il presidente del parlamento Stefanchuk si trova attualmente. Una missione delicatissima, coincisa con la decisione della compagine repubblicana al Congresso Usa di aprire la crisi politica sull’Ucraina.

«È UNA FOLLIA» ha replicato il presidente Biden, «il mancato sostegno all’Ucraina è contro gli interessi degli Stati uniti». Secondo gli analisti politici alla fine i repubblicani voteranno favorevolmente alla manovra, ma esigeranno un netto ridimensionamento della politica migratoria americana alla frontiera messicana e una modifica alla legge sui visti. Concessioni che il democratico Biden non può permettersi, pena la messa alla gogna da parte della corrente più progressista del partito. Insomma, la campagna elettorale Usa è iniziata. I 106 miliardi chiesti da Biden sono figli proprio di queste necessità. 61 miliardi all’Ucraina, 14 a Israele e il resto per il Pacifico e il confine con il Messico. Lo speaker della Camera Mike Johnson dice di sostenere l’Ucraina ma che le «politiche fallimentari di Biden» non stanno portando ad alcun risultato. Il governo prova a ribadire che il sostegno a Zelensky è fondamentale per arginare Putin, e che quindi si tratta proprio di difendere gli interessi strategici del Congresso, ma finora con scarsi risultati.

«SE PUTIN prende il controllo dell’Ucraina, otterrà la Moldavia, la Georgia, e poi forse i Paesi baltici» ha dichiarato alla testata The Messenger il presidente Gop della Commissione affari esteri della Camera Michael McCaul. Tesi che i membri del partito di Biden hanno iniziato a ripetere in ogni sede istituzionale citando anche le parole del Segretario alla Difesa Lloyd Austin, il quale ha avvertito il Congresso che se gli aiuti all’Ucraina non saranno approvati, «molto probabilmente» si verificheranno una serie di reazioni a catena negative che porteranno «le truppe Usa a combattere una guerra in Europa».

AL G7 VIRTUALE di ieri, ospitato formalmente dal Giappone, il presidente Biden ha insistito: «Non possiamo permettere che vinca Putin». Non solo il leader del Cremlino «sta commettendo crimini contro l’umanità» ma, «se conquista l’Ucraina non si fermerà lì». La tesi dello Studio ovale è che Mosca prima o poi finirà per attaccare un alleato della Nato e a quel punto, ha tuonato Biden, «avremo qualcosa che non vogliamo: truppe americane che dovranno combattere contro quelle russe». Contemporaneamente l’ufficio stampa della Casa bianca ha annunciato l’approvazione di un pacchetto di aiuti militari da 175 milioni di dollari che sarà fornito attraverso «l’autorità presidenziale di prelievo» (Pda), che permette al presidente di prelevare direttamente le armi dalle scorte statunitensi esistenti e inviarle in fretta sui fronti bellici di interesse. Ma 175 milioni rispetto a 61 miliardi sono ben poca cosa e Zelensky lo sa bene. Senza gli aiuti economici degli Usa chi pagherà gli stipendi ai soldati al fronte? Chi le indennità alle famiglie delle vittime? Per non parlare dei dipendenti pubblici, delle riparazioni delle centrali energetiche e delle infrastrutture che permettono al cibo e ai generi di prima necessità di arrivare regolarmente in Ucraina. In uno scenario del genere la svalutazione della moneta è inevitabile. Per questo il presidente ucraino ha preferito non esacerbare gli animi presentandosi al Congresso Usa: sa che l’equilibrio è talmente fragile che basta un soffio per far crollare tutto. Il debito contratto con il Fmi incombe come una mannaia sul bilancio ucraino e senza la copertura Occidentale il rischio di default è quasi certo. Inoltre, lo stallo militare non permette a Zelensky di promettere vittorie credibili, almeno nel futuro immediato. E il tempo torna così ad essere il nuovo nemico silenzioso tra le trincee gelate e le faide interne ai vertici che inevitabilmente mieteranno nuove vittime.

DISCORSO DIVERSO per il G7, dove Zelensky ha parlato con la consueta vis retorica affermando che «la Russia spera solo una cosa: che l’unità del mondo libero crolli l’anno prossimo. La Russia crede che l’America e l’Europa mostreranno debolezza e non manterranno il loro sostegno all’Ucraina al livello appropriato». Già, la Russia. La stessa che si trova rappresentata in queste ore dal presidente Putin in Arabia Saudita e che martedì era negli Emirati. Foto di banchetti degni delle Mille e una notte, ori, sete damascate e grandi sorrisi. Nulla a che vedere con le occhiaie di Zelensky accentuate dalla solita maglia verde militare. Con la sua voce rauca e appesantita. L’Occidente si è dunque stancato di quello che fino a ieri era osannato come «l’ultimo baluardo della libertà contro la barbarie di Putin»? Non ancora, ma qualcosa si è inceppato nel meccanismo che ha portato avanti la guerra dal 24 febbraio del 2022. Persino la fedelissima Unione europea, fedele alla Nato e alle forze armate ucraine, è stata attraversata dal terremoto generato dal veto ungherese all’ingresso dell’Ucraina nella Ue. Orban non la vuole, neanche in agenda, e le sue parole hanno aperto una nuova faglia in un’assemblea già provata dalle spinte sovraniste e dalle diatribe tra stati membri. Anche in questo caso, si ritiene che il premier ungherese voglia solo che l’Ue sblocchi i fondi destinati a Budapest e che la russa Gazprom non interrompa le forniture di gas a prezzi scontati.

INTERESSE, dall’Atlantico agli Urali, passando per il deserto arabo c’è solo un motore che muove il mondo. E Zelensky deve ora farci i conti. Il vecchio palco è deserto e i pochi che sono rimasti si annoiano o fischiano. Il presidente ucraino ha bisogno di un nuovo numero che convinca gli spettatori paganti. Il prima possibile o per il suo Paese c’è il rischio di finire come tanti in passato: dimenticati.

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