UE E UCRAINA: “UNA POLITICA DEMENZIALE” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UE E UCRAINA: “UNA POLITICA DEMENZIALE” da IL FATTO

“Con questa Ue traditrice il conflitto non può finire”

SPINELLI, BASILE, MINI E ORSINI SULLE RESPONSABILITÀ OCCIDENTALI – Sul campo una vittoria di Kiev è impossibile, ma Nato e Ue ascoltano soltanto gli Usa

STEFANO CITATI  10 SETTEMBRE 2023

Sul palco si fanno nomi, cognomi, ruoli e responsabilità della leadership occidentale per cui la pace non è all’orizzonte né lo potrà essere nei mesi prossimi. Dal segretario della Nato Stoltenberg che, come ricorda Salvatore Cannavò, ha ammesso di recente come nel dicembre del 2021 l’Alleanza atlantica rispose picche alle proposte russe per evitare “l’operazione speciale” poi lanciata quello stesso inverno. Alla presidente della Commissione europea che il professor Alessandro Orsini reputa totalmente asservita ai voleri americani. Questo perché sono cariche non elette dal basso, e per le quali serve il consenso dell’“amico americano”. È perciò sempre più evidente, fa notare Barbara Spinelli, la distanza della società civile dai vertici che prendono le decisioni politiche e strategiche sul conflitto. Qui la politologa, figlia di Altiero Spinelli, compie una curiosa digressione sul fenomeno nostrano dei tanti opinionisti che sostenendo le tesi maggioritarie dei governi pro-ucraini usano sempre toni sorpresi come se si dovessero difendere da una nutrita maggioranza pro-putiniana che li minaccia.

Spinelli disquisisce della “vecchia Europa”, concetto tanto caro all’ex segretario della Difesa Usa Rumsfeld che nel 2003, al tempo della creazione del consenso per la guerra in Iraq, in contrapposizione alla “Nuova Europa” ovvero i Paesi dell’ex blocco comunista entusiasti aderenti della visione americana pur di recidere ogni legame col passato sovietico. In quegli anni la Nato si era già espansa, ricorda l’ambasciatrice Elena Basile, spiegando i livelli successi della strategia politica statunitense per mantenere nel tempo il controllo degli alleati atlantici: ora siamo al quinto e ultimo di tali passi che prevede disarticolare la relazione speciale tra Germania e Russia (basata sugli scambi energetici: vedi i gasdotti NordStream 1 e 2), per poi indebolire la Russia come segnale anche per la Cina.

Una politica “demenziale” a detta degli interlocutori sul palco della festa del Fatto, e anche miope, visto che l’Europa sta vistosamente perdendo terreno in Africa, continente sempre più ad appannaggio di Cina e Russia e che noi vediamo quasi solo come fonte del problema islamista e migratorio. I ripetuti colpi subiti dalla Francia nelle ex colonie si lega, a parere della Spinelli, con il conflitto libico che nel 2011 portò all’uccisione di Gheddafi, che era comunque il leader capace di controllare i territorio desertici anche attorno al suo Stato, per esempio con gli accordi con i vari gruppi tuareg, storici controllori tra il Niger e il Ciad.

Una “costellazione di guai” come sintetizzato da Orsini, che parte dal terreno: il generale Fabio Mini ha escluso che l’attuale strategia ucraina possa portare a mutamenti significativi, e anzi il logoramento al quale è sottoposto l’esercito di Kiev, anche su insistenza di Usa&C. e gli errori marchiani compiuti allargando il fronte per oltre 800 km, non promettono niente di buono. E i giorni di guerra sono già 564…

La Farnesina (e non solo) ci attacca per silenziarci

ELENA BASILE  10 SETTEMBRE 2023

Il 29 agosto in un articolo sulla Stampa veniva riportato per intero il messaggio rivolto dal segretario generale della Farnesina agli ambasciatori, probabilmente su input del ministro Tajani e del governo. Con un linguaggio in grado di richiamare un passato che speravamo sepolto, nella comunicazione si rimettevano in riga gli ambasciatori chiedendo loro un allineamento alle posizioni governative nell’interesse del Paese. L’articolo, pur notando un relativo disappunto della diplomazia per l’insolita iniziativa (apparentemente di origine politica e non diplomatica), cita la sottoscritta come punta di un iceberg: sarei in cima alla piramide dei diplomatici indisciplinati inclini a criticare la politica governativa.

Nell’articolo apparso su questo giornale, il giorno in cui ho rivelato di essere Ipazia (lo pseudonimo con cui avevo firmato diversi interventi di politica internazionale, dopo aver consegnato le dimissioni al direttore generale del personale della Farnesina) avevo sostenuto che, proprio per rispettare il senso più profondo della nostra Costituzione, i cittadini e in particolare i diplomatici dovrebbero essere liberi di partecipare al dibattito pubblico, qualora non gestiscano il dossier con l’istanza politica e non rivelino notizie o fonti riservate. In un momento così grave per la vita del Paese e dell’Europa, ora che il conflitto russo-ucraino potrebbe allargarsi e precipitare in una guerra nucleare, i Commis d’État hanno il dovere di mettere la loro competenza e le loro conoscenze al servizio del Paese.

A giugno sono stata diffamata sulla stampa, persino sul Corriere, quale ambasciatrice filo-putiniana, addirittura collusa con i servizi segreti russi. Nella dichiarazione redatta a mio sostegno che raccolse 50 firme di ambasciatori, intellettuali, giornalisti e artisti, veniva ribadita la libertà e il dovere del diplomatico di servire la Costituzione e non il governo.

Citerei per intero l’ambasciatore Bradanini, diplomatico influente che ha servito come ultima sede a Pechino ed è una gran bella personalità della nostra diplomazia. Così si esprime riguardo al citato articolo.

“Il pensiero libero fa paura, perché per confutarlo occorrono argomenti non sempre disponibili. In un simulacro di democrazia come il nostro, il pilota automatico, incaricato di allineare il Paese alle scelleratezze americane e eurounioniste, può continuare a funzionare indisturbato, a dispetto di qualche mal di pancia che si leva dal popolo sofferente, solo se la classe funzionale – politici, burocrati e media, con qualche immancabile eccezione che non fa la differenza – è tenuta al guinzaglio.

La repressione del dissenso si perde nella notte dei tempi. Qui da noi, non mancava nemmeno nei governi diversamente colorati (Pd-5S). Oggi però il parossismo anti-libertario – ora incarnato dal duo Meloni-Tajani – è ben maggiore. Esso è figlio dei tempi, sul piano esterno la vicenda ucraina e la de-occidentalizzazione, e su quello interno l’imbarazzo e la confusione. Tralasciando la sfera esterna, sul piano domestico il governo tenta di occultare lo iato plateale tra promesse elettorali e attuazioni (per non essere depoltronizzato, ha dovuto convertire il sovranismo in sottovanismo). La confusione invece è di natura culturale, si fa per dire: il documento di origine politica non diplomatica, afferma infatti che “nell’azione dei diplomatici deve prevalere l’interesse del Paese e del governo”, nell’ingenuo corollario che esso sia il medesimo. Ma quando mai? Gli interessi del Paese – che in verità non coincidono talvolta nemmeno con quelli del popolo e di certo non con quelli del governo – vanno comunque difesi, in primis da coloro che rappresentano lo Stato. Costoro devono operare avendo come stella polare innanzitutto la Legge, e solo alcuni e in alcune circostanze, anche le istruzioni del governo. Temi complessi, dunque, che la circolare (almeno nella versione riportata dalla stampa) semplifica con disinvoltura.

In ogni caso, da tutto ciò l’icona dell’ambasciatrice Elena Basile esce rafforzata, poiché, da autentico funzionario dello Stato, ha messo la libertà d’espressione al servizio del Paese, della conoscenza e della verità, percorsi tortuosi, ma sempre intellettualmente rivoluzionari. D’ora in avanti, invece, i diplomatici, già di loro biologicamente inclini ad assecondare chi comanda, scivoleranno ancor più nell’ombra, con il rischio di precipitare nell’irrilevanza, che è poi l’obiettivo ultimo del pilota automatico sopra menzionato: uno Stato minimo di risorse e d’intelletti rende più agevole il saccheggio delle ricchezze nazionali da parte delle forze globaliste che assediano l’Italia”.

La Ue vuole eliminare le spese militari dal calcolo del deficit

L’IDEA – Non verranno scorporate, ma ritenute “fattori rilevanti”

SALVATORE CANNAVÒ  10 SETTEMBRE 2023

La notizia, diffusa dalla Reuters, non è stata registrata adeguatamente eppure nell’Unione europea si profila un accordo che potrebbe chiudere un occhio sul peso delle spese militari sui deficit nazionali.

La tendenza all’aumento è frutto delle scelte sulla guerra in Ucraina e anche della decisione immediata, subito dopo la guerra, da parte della Germania, di adeguarsi rapidamente all’obiettivo del 2% delle spese militari sul Pil indicato dall’Alleanza atlantica. Oggi quell’obiettivo è oggetto di una riflessione interna al governo di Berlino dove sembrano confrontarsi una linea più decisa per l’aumento e un’altra più prudente.

Anche per trovare un terreno favorevole nei confronti della Commissione sta allora prendendo forma l’idea, raccolta tra gli alti funzionari di Bruxelles, che “mentre la spesa per la difesa rimarrebbe comunque parte dei calcoli del deficit, la Commissione classificherebbe tali spese come ‘fattori rilevanti’ che le consentirebbero di non avviare alcuna azione disciplinare anche se il limite del 3% fosse superato”.

Il 3% è una delle “regole” del Patto di stabilità e crescita, un dogma inviolabile in realtà superato molte volte. A parte le eccezioni previste dallo stesso Patto – una sostanziale diminuzione tendenziale del deficit oppure uno sforamento eccezionale e temporaneo – si può tenere conto di altri “fattori rilevanti”: operazioni di aggiustamento; riserve accantonate; la sostenibilità del settore pensionistico; il livello dell’indebitamento del settore privato e anche eventuali altri fattori accettati dalla Commissione europea.

La questione è per ora filtrata dalla burocrazia europea, magari solo per vedere che effetto fa, oppure perché già oggetto di un accordo ad ampio spettro. Non sarà facile sistemarla perché tra le “spese militari” potrebbero essere nascoste spese molto più ampie. “Finora non ho sentito un ‘no’ da nessuno, compresi i tedeschi, su questo”, ha detto alla Reuters un secondo diplomatico dell’Ue vicino ai colloqui. “Spero che sulla difesa si possa concordare uno spazio limitato”.

Un effetto di tale scelta sarebbe l’ampio potere discrezionale offerto alla Commissione e anche al suo responsabile economico, nel caso attuale Paolo Gentiloni, il cui mandato scadrà nell’ottobre prossimo. La definizione di “fattore rilevante” sarebbe infatti oggetto di una trattativa serrata tra i governi e i funzionari Ue e potrebbe essere appetibile nell’imminenza del ripristino del Patto di Stabilità che sta facendo tornare la politica europea alle consuete difficoltà di bilancio.

La proposta, scrive ancora la Reuters, ha ottenuto il sostegno del comitato dei funzionari finanziari delle capitali dell’Ue che esaminano come riformare le regole di bilancio. I ministri delle Finanze dovrebbero avere una prima discussione sulle modifiche alle regole la prossima settimana e poi di nuovo in ottobre con l’obiettivo di raggiungere un accordo entro la fine dell’anno.

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