STOLTENBERG: “NEL 2021 LA RUSSIA VOLEVA TRATTARE, LA NATO NO!” da IL FATTO, ADNKRONOS e ANALISI DIFESA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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STOLTENBERG: “NEL 2021 LA RUSSIA VOLEVA TRATTARE, LA NATO NO!” da IL FATTO, ADNKRONOS e ANALISI DIFESA

Ucraina, Stoltenberg: “La Russia nel ’21 voleva trattare, la Nato no”

IL SEGRETARIO GENERALE – All’Europarlamento Jens Stoltenberg rivendica il rifiuto di 2 anni fa a Putin: “Proposte irricevibili”

 SALVATORE CANNAVÒ  8 SETTEMBRE 2023

“Nell’autunno del 2021, il presidente russo Vladimir Putin ci inviò una bozza di trattato: voleva che la Nato firmasse l’impegno a non allargarsi più. Naturalmente non lo abbiamo firmato”. Nel giorno in cui il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, viene audito dalla commissione Affari Esteri del Parlamento europeo, e sottolinea i successi dell’esercito ucraino – “Avanza di cento metri al giorno” – e i fallimenti russi – “Era il secondo esercito al mondo, oggi è il secondo esercito in Ucraina” – l’affermazione che colpisce maggiormente è quella che ammette la rigidità della Nato rispetto alle proposte di trattativa da parte russa.

Abbaiare a Mosca.
Stoltenberg conferma, agilmente, l’immodificabilità del progetto espansivo della Nato, quello che induceva così il pontefice a denunciarne “l’abbaiare alle porte della Russia”.

Il segretario Nato sottolinea le condizioni proibitive chieste da Mosca: “Voleva che rimuovessimo le infrastrutture militari in tutti i Paesi entrati dal 1997, il che voleva dire che avremmo dovuto rimuovere la Nato dall’Europa Centrale e Orientale, introducendo una membership di seconda classe. Lo abbiamo rifiutato e lui è andato alla guerra, per evitare di avere confini più vicini alla Nato”. Le richieste russe, come vedremo fra poco, sembravano un po’ diverse e meno dirompenti, ma in questa affermazione c’è la conferma di una postura aggressiva della Nato che, dopo il crollo dell’ex Urss nel 1991, ha voluto affermarsi come gendarme del mondo. Questo non elimina le responsabilità russe o la sua aggressività imperiale, ma la complessità delle cause va comunque tenuta in conto.

Il piano dello zar.
La Russia aveva presentato le sue “proposte concrete” il 15 dicembre 2021. Il documento fu accolto in Occidente come un diktat anche se gli uomini di Putin lo consideravano comunque una bozza su cui avviare la trattativa. I nove articoli muovevano da un “preambolo” che citava vari trattati, da quello di Helsinki del 1975 sino alla Carta per la sicurezza europea del 1999 per poi sostenere l’impegno delle parti “a non partecipare o sostenere attività che incidano sulla sicurezza dell’altra parte”, a non usare “il territorio di altri Stati per preparare o effettuare un attacco armato” o ad azioni che ledano “la sicurezza essenziale” reciproca facendo in modo che le alleanze militari o le coalizioni di cui fanno parte rispettino “i principi contenuti nella Carta delle Nazioni Unite”.

Decisivo l’articolo 4: “Gli Stati Uniti s’impegnano a escludere qualsiasi ulteriore espansione verso Est della Nato e a rifiutare l’ammissione all’Alleanza degli Stati che facevano parte dell’Unione Sovietica; gli Usa non stabiliranno basi militari sul territorio degli Stati già membri dell’Urss che non sono della Nato né useranno le loro infrastrutture per qualsiasi attività militare né svilupperanno con essi una cooperazione militare bilaterale”. Richiesta forte, ma che non metteva in discussione tutto l’Est europeo quanto i soli Paesi baltici, Estonia, Lettonia e Lituania, gli unici Paesi ex Urss a essere entrati nell’Alleanza, nel 2004. La Russia chiedeva di “non schierare missili terrestri a raggio corto e intermedio” sia fuori dal territorio nazionale che in patria, se questi minacciano l’altra parte, e di “evitare il dispiegamento di armi nucleari al di fuori del territorio nazionale”, nonché “il rientro nei confini” di quanto già dislocato all’estero.

Nel documento riservato alla Nato, le parti si sarebbero impegnate a “non creare condizioni o situazioni che costituiscano o possano essere percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale di altre parti”, con una certa “moderazione” nell’organizzazione delle esercitazioni. Per la risoluzione delle controversie si rimandava ai rapporti bilaterali e al consiglio Nato-Russia, con la richiesta di creare hotline di emergenza

Infine la richiesta esiziale per gli sviluppi futuri della Nato: “Tutti gli Stati membri della Nato s’impegnano ad astenersi da qualsiasi ulteriore allargamento dell’Alleanza, compresa l’adesione dell’Ucraina e di altri Stati; le parti che sono membri della Nato non condurranno alcuna attività militare sul territorio dell’Ucraina e di altri Stati dell’Europa orientale, del Caucaso meridionale e dell’Asia centrale”. Da notare che all’epoca Putin chiese all’Italia di giocare un ruolo speciale nella “normalizzazione delle relazioni tra Russia e Ue”.

La risposta Nato arrivò a strettissimo giro: “La Russia cambi il suo comportamento provocatorio. Noi non scenderemo mai a compromessi sul rispetto della sovranità territoriale dell’Ucraina”, rispose il 16 dicembre Jens Stoltenberg nel corso di una conferenza stampa con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Per quanto la mossa russa potesse essere un bluff per andare a vedere il gioco Nato, questa rivelò interamente le proprie intenzioni, già ampiamente decise e prefissate.

Espandersi o perire.
La sintesi della risposta occidentale fu la dichiarazione fatta qualche giorno prima dalla Casa Bianca e poi ripetuta dallo stesso Stoltenberg: “È la Nato che decide chi aderisce all’Alleanza, non la Russia”. E questo fu il punto chiave dell’incontro tra Biden e Putin svoltosi qualche giorno prima, il 7 dicembre, sia pure a distanza. Putin chiese di non addossare alla Russia la responsabilità della crisi nei rapporti con l’Occidente “poiché è la Nato che sta facendo pericolosi tentativi di conquistare il territorio ucraino e sta aumentando il suo potenziale militare ai nostri confini”. La risposta di Biden fece capire che le decisioni erano state già prese, la Nato non aveva alcuna intenzione di modificare la propria strategia e la mossa russa era comunque giudicata tardiva o poco plausibile. In quei giorni la prestigiosa rivista Usa, Foreign Affairs, suggeriva l’ingresso degli Usa nel “formato Normandia” (Francia, Germania, Russia e Ucraina) incaricato di monitorare gli accordi di Minsk II del 2015. Una mossa che avrebbe potuto aiutare Kiev a sentirsi meno minacciata da Mosca e contestualmente garantire al Cremlino un dialogo diretto con la Casa Bianca e una sua maggiore attenzione sullo scacchiere europeo. Ma nulla fu preso in considerazione, in particolare nessun ruolo decisero in quel momento di giocare i Paesi europei, puri spettatori di un conflitto che rinverdiva i nefasti riti della Guerra fredda.

Ucraina, Russia-Usa: tensione per munizioni all’uranio impoverito

Redazione Adnkronos  08 settembre 2023

Mosca: “E’ un atto criminale”. Washington: “Nessuna prova che causino il cancro”

La fornitura di munizioni all’uranio impoverito all’Ucraina è “un atto criminale”. La Russia attacca gli Stati Uniti dopo l’annuncio dei nuovi aiuti di Washington a Kiev in una fase cruciale della guerra. Washington ha stanziato un nuovo pacchetto destinato all’Ucraina: gli aiuti militari, in particolare, comprendono le munizioni all’uranio impoverito e in particolare proiettili da 120 mm che verranno utilizzati dagli Abrams, i tank a stelle e strisce che Kiev sta per ricevere. Le caratteristiche delle munizioni all’uranio impoverito garantiscono un vantaggio a chi le utilizza: i proiettili sono in grado di creare danni maggiori rispetto alle munizioni ordinarie. Queste ‘doti’ vengono ritenute fondamentali in una fase complessa della guerra. La controffensiva di Kiev avanza verso Sud, dove campi minati e linee di difesa russe rallentano i progressi ucraini.Leggi anche

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Non è solo un passo di una escalation. E’ un segnale dell’oltraggioso disprezzo di Washington per le conseguenze ambientali provocate dall’uso di questo tipo di munizioni in una zona di guerra”, ha detto il vice ministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov in una conferenza stampa secondo l’agenzia Ria.

Le preoccupazioni di Mosca vengono disinnescate a stretto giro da Washington: l’uso di munizioni all’uranio impoverito non rappresentano un pericolo per la salute, come messo in guardia dalla Russia, ribatte il Pentagono.

“I Cdc, Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, hanno affermato che non vi è alcuna prova che i proiettili all’uranio impoverito causino il cancro – ha detto la portavoce del Pentagono Sabrina Singh – L’Organizzazione Mondiale della Sanità riferisce che non vi è stato alcun aumento della leucemia o di altri tumori accertati in seguito a qualsiasi esposizione a uranio, o uranio impoverito, e anche l’Aiea ha affermato inequivocabilmente che non esiste alcun legame provato tra l’esposizione all’uranio impoverito e l’aumento dei tumori o impatti significativi sulla salute o sull’ambiente”.

COSA SONO LE MUNIZIONI ALL’URANIO IMPOVERITO

L’uranio impoverito è ciò che rimane quando la maggior parte degli isotopi altamente radioattivi dell’uranio sono stati estratti dal metallo per essere utilizzati nella produzione combustibile nucleare o nelle armi nucleari.

L’uranio impoverito è molto meno radioattivo dell’uranio arricchito e non è in grado di produrre una reazione nucleare. La densità lo rende efficace se impiegato per la produzione di munizioni: la densità è quasi doppia rispetto a quella che caratterizza il piombo, il metallo per eccellenza nelle munizioni. “Una comune opinione errata è che le radiazioni siano il rischio principale legato all’uso dell’uranio impoverito”, secondo un rapporto della RAND Corporation citato dalla Cmm. “Questo non è il caso nella maggior parte degli scenari di esposizione sul campo di battaglia”.

 Gianandrea Gaiani  25 Marzo 2023

Il dibattito sulla fornitura di proiettili all’uranio impoverito (DU) Charm 1 e forse Charm 3 in dotazione al British Army che Londra intende cedere agli ucraini per l’impiego nei cannoni da 120 mm dei carri armati Challenger 2, rappresenta l’ennesimo esempio di come la manipolazione propagandistica di guerra possa scivolare nel grottesco.

Molti in Occidente e in Italia si sono affrettati correttamente a precisare che non si tratta né di armi nucleari né radiologiche ma solo di proiettili “induriti” dall’impiego dell’uranio impoverito per aumentarne la capacità di penetrazione delle corazze dei carri armati russi.

Una tecnologia del resto non nuova poiché riscontri circa l’impiego di questi proiettili sono stati registrati nell’intervento USA/NATO nella ex Jugoslavia (Bosnia 1995 e Kosovo 1999), nell’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003 e in misura minore in Somalia e Afghanistan.

La notizia della fornitura di questi proiettili alle truppe di Kiev che impiegheranno i Challenger 2 britannici ha determinato due diverse reazioni da parte di Mosca. Quella di tipo militare, tesa a dimostrare che le munizioni Charm1 e Charm 3 britanniche, in grado di penetrare 600 e 720 mm di corazza, risulteranno molto efficaci se colpiranno l’area frontale dei carri armati russi T-72B/B3M e T-80BV mentre lo saranno molto meno nei confronti di tank più moderni e protetti come i T-80BVM, i T-90A e T-90M..

Sul piano mediatico Mosca ha invece speculato sul termine “uranio” evocando rischi di contaminazione radiologica puntando il dito sulle minacce per l’ambiente e la salute della popolazione ucraina derivati dall’impiego di tali munizioni al cui impatto liberano polveri considerate tossiche da molti osservatori anche se su questo tema non vi sono certezze.

Il ministero della Difesa britannico ha accusato Mosca di “disinformare deliberatamente” poiché l’esercito britannico ha utilizzato l’uranio impoverito nei suoi proiettili “per decenni”.  Si tratta di “un componente standard e non ha nulla a che fare con armi o capacità nucleari” recita la nota. “La Russia lo sa, ma sta deliberatamente cercando di disinformare”. I proiettili sono “altamente efficaci” per sconfiggere i moderni carri armati e veicoli blindati, ha aggiunto il ministero, affermando che la ricerca scientifica mostra che qualsiasi impatto sulla salute personale e sull’ambiente derivante dall’uso di munizioni all’uranio impoverito è “probabilmente basso”.

Il problema però sta tutto in quel “probabilmente”.  Le munizioni perforanti contenenti uranio impoverito – utilizzate dai carri armati ma anche dai cannoni da 30 mm degli aerei statunitensi A-10 – sono in dotazione a diversi eserciti malgrado le polemiche sui danni provocati dal loro utilizzo in ex Jugoslavia e in Iraq da parte delle forze statunitensi e britanniche.

Oltre a Stati Uniti e Gran Bretagna anche Francia, Pakistan e Russia dispongono di tali munizioni che sarebbero però state utilizzate solo dagli anglo-americani anche se fonti ucraine valutano che i russi le abbiano già impiegate nel conflitto in corso.

Proprio nel Regno Unito i rischi per la salute sono stati evidenziati da un recente rapporto pubblicato sul sito dell’International Coalition to Ban Uranium Weapons (ICBUW), un’organizzazione non governativa che si batte per il loro divieto e per la rinuncia britannica all’impiego delle munizioni Charm 1 e Charm 3 sviluppate rispettivamente all’inizio e alla fine degli anni ’90.

Del resto l’anno scorso l’ennesima Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (la numero 77/49 del 7 dicembre scorso) ha stabilito la necessità della massima cooperazione internazionale per comprendere il reale impatto di queste munizioni e delle polveri di uranio che sprigionano sull’ambiente e sulla salute.

Centinaia di articoli e reportage televisivi ci hanno raccontato negli ultimi 25 anni di un impatto devastante causato dall’impiego delle munizioni a uranio impoverito sulla salute delle popolazioni del Kosovo e dell’Iraq ma anche sui militari dei paesi aderenti alla NATO schierati in aree dove tali munizioni erano state impiegate.

Tumori e leucemie che hanno colpito militari alleati, anche italiani, sono state attribuite all’uranio impoverito anche se non sono mai emerse prove scientifiche che lo dimostrassero al di là di ogni dubbio. Non a caso i militari che operavano intorno alle carcasse dei carri armati colpiti da proiettili all’uranio impoverito indossavano speciali tute protettive.

Il dibattito sull’esposizione dei nostri militari in Kosovo e i danni subiti da alcuni di loro (7.500 militari italiani, di cui più di 372 sono deceduti secondo i dati citati da Il Giornale dell’Ambiente”) non si è mai sopito.

Come ricorda la pubblicazione “la NATO ha confermato che nella guerra dei Balcani sono state adoperate molte munizioni trattate con uranio impoverito. Furono sparati più di 31mila colpi di munizioni, pari a più di 13 tonnellate di materiale radioattivo, solo nella guerra in Kosovo. I siti bombardati furono 112, di cui 85 durante la guerra in Kosovo, 10 nella guerra in Serbia, 1 a Montenegro. In particolare, l’area posta sotto protezione del contingente italiano fu quella più bombardata e con la maggiore presenza di proiettili ad uranio impoverito. Sono stati 50 i siti, per un totale di 17.237 proiettili uranio impoverito. Su questa porzione di territorio è presente il 44,64% dei siti e il 56,47% dei proiettili usati in Kosovo uranio impoverito”.

Anche in Bosnia non sono mancati i problemi attribuiti all’uranio impoverito. “La NATO ha reso noto l’elenco dei siti bombardati con proiettili al DU in Bosnia Erzegovina nel 1995. In totale furono ben 6.780 i proiettili di uranio impoverito utilizzati. I bombardamenti si concentrarono nei territori di Han Pijesak, con 2.400 proiettili, cioè più di 7 quintali di DU, e di Hadžići con 3.400 proiettili, equivalenti a circa una tonnellata di DU.

Proprio a Hadžići, vicino a Sarajevo, uno dei siti bosniaci maggiormente bombardati nel 1995, ci fu un allarmante numero di morti per tumore tra i cittadini”.

L’ Archivio disarmo ha ricordato con un comunicato diffuso il 23 marzo che dopo la guerra del 2003 “un incremento dell’incidenza di cancro si è verificata in tutta la popolazione dell’Iraq. Secondo il registro dei tumori iracheni, l’incidenza è aumentata significativamente dopo la prima e la seconda Guerra del Golfo. Nel 1991, l’incidenza si attestava intorno a 31.05 casi ogni 100.000 casi. Nel 2003 questo valore ha raggiunto i 61.63 casi ogni 100.000 persone (Alaa Salah Jumaah, 2019).

Anche il Pentagono, dopo l’appello di 80.000 soldati, ha deciso nel 2002 di svolgere una propria inchiesta attraverso la Government Reform and Oversight Committee per indagare sugli effetti della Guerra del Golfo.

Il risultato dell’inchiesta è stato l’ammissione dell’esposizione all’uranio di 20.000 soldati, di cui però si afferma solo 60 furono esposti a livelli pericolosi. Inoltre, ulteriori ricerche del governo statunitense sono giunte alla conclusione che l’aumento di casi di leucemia, dovuti alla contaminazione da DU, è compreso tra il 180 e il 350%. Anche gli allevamenti iracheni sembrano risentire di questa contaminazione con migliaia di animali tra cui mucche, agnelli e polli morti a causa di gravi infezioni.”

Le preoccupazioni espresse dai russi sono senza dubbio strumentali e legate alla guerra in cui l’Occidente fornisce consistenti aiuti militari a Kiev ma sono le stesse espresse da oltre venti anni in Occidente da Ong e istituti di ricerca oltre che dalle Nazioni Unite.

Quindi i casi sono due: o da due decenni si continua a dibattere in Occidente di un problema inesistente al solo scopo di colpevolizzare strumentalmente gli anglo-americani, oppure il problema è (almeno potenzialmente) reale e dopo l’Iraq e la ex Jugoslavia emergerà con le sue drammatiche conseguenze anche in Ucraina.

A meno che, dopo aver sdoganato i reggimenti ucraini di chiara ispirazione nazista divenuti eroici freedom fighters solo perché combattono i russi, ora anche l’uranio impoverito risulti potenzialmente meno tossico e cancerogeno se sparato contro le truppe di Mosca.

A farne eventualmente le spese saranno comunque anche gli ucraini, poiché tali sono anche quelli che combattono al fianco dei russi o vivono nelle aree sotto il controllo di Mosca.

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