SI RICOMINCIA, CON L’ALTERNANZA SCUOLA-CASERMA da IL MANIFESTO
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SI RICOMINCIA, CON L’ALTERNANZA SCUOLA-CASERMA da IL MANIFESTO

Si ricomincia, con l’alternanza scuola-caserma


INCHIESTA. Come la scuola diventa laboratorio sperimentale dei processi di militarizzazione

Antonio Mazzeo  16/09/2023

Crescita dei giovani cittadini, del cluster marittimo, della cultura del mare, dello sport, della sicurezza marittima, della tutela dell’ambiente, della biodiversità e della salvaguardia del patrimonio marino. Sono gli obiettivi di «carattere educativo e formativo» del protocollo d’intesa firmato il 7 agosto dal Ministero dell’Istruzione e del merito e dallo Stato Maggiore della Marina Militare.

«La Marina si impegna ad offrire agli studenti opportunità formative di alto e qualificato profilo, per l’acquisizione di competenze trasversali e titoli di studio spendibili nel mercato del lavoro in continua evoluzione», riporta il protocollo. «La Marina si impegna inoltre a promuovere la formazione del personale docente e amministrativo, favorendo forme di partenariato con enti pubblici e imprese, anche con l’apporto di esperti esterni per l’acquisizione di competenze specialistiche».

La Scuola diventa laboratorio sperimentale dei dirompenti e dilaganti processi di militarizzazione, privatizzazione e precarizzazione della società, dell’economia e della ricerca. La cultura della guerra globale e permanente che pervade le coscienze individuali e collettive, le inter-relazioni didattiche, la pedagogia, gli istituti scolastici di ogni ordine e grado.

In Italia accade da tanto tempo, ma pochi ne hanno colto le dimensioni e la pericolosità: la progressiva trasformazione delle scuole in caserme per formare lo studente-soldato votato all’obbedienza e alla difesa del modello imperante di iniqua distribuzione delle risorse e della ricchezza.

Dal Sud Tirolo alla Sicilia non c’è giorno che gli studenti non vengano chiamati ad assistere a cerimonie e parate militari, alzabandiera, conferimenti di onorificenze a presunti eroi di guerra. Si moltiplicano le visite guidate agli aeroporti e ai porti militari, alle installazioni radar, alle industrie belliche e alle basi Usa e Nato «ospitate» in barba alla Costituzione.

Generali e ammiragli salgono in cattedra per molteplici attività didattico-culturali, dalla lettura e interpretazione della Storia e della Costituzione, all’educazione ambientale e alla salute, alla lotta alla droga e alla prevenzione dei comportamenti classificati come «devianti». Proliferano gli stage e i progetti di alternanza scuola-lavoro a fianco dei reparti d’élite delle forze armate o nelle aziende produttrici di armi.

Contemporaneamente si assiste alla conversione delle stesse strutture scolastiche a fini securitari con l’installazione di videocamere e dispositivi elettronici identificativi e di controllo sociale. In un vero e proprio clima di caccia alle streghe, questori e prefetti ordinano le incursioni delle forze di polizia all’interno delle aule con perquisizioni a tappeto e cani antidroga; si impongono i divieti di riunione e delle attività autogestite degli studenti e i locali scolastici vengono dichiarati off-limits in orario pomeridiano, mentre viene minacciata l’azione penale e civile contro ogni forma di occupazione. Leggi e decreti hanno conferito poteri illimitati ai presidi, hanno istituzionalizzato gerarchizzazioni e discriminazioni tra gli insegnanti ed esautorato progressivamente gli organi collegiali.

Al processo di militarizzazione della sfera educativa-scolastica hanno concorso tutti i governi alternatisi alla guida del paese negli ultimi vent’anni.

Innumerevoli sono state le intese tra il Ministero dell’Istruzione e la Difesa, come ad esempio l’Accordo quadro del settembre 2014 per favorire l’approfondimento della Costituzione italiana, o quello del dicembre 2017 per la promozione dei Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (la nuova denominazione dell’alternanza scuola-industria-caserma).

Con il governo Meloni-Crosetto-Valditara si punta ad approvare la legge che istituisce la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate per il 4 novembre (la data della «vittoria» delle truppe italiane nella Prima guerra mondiale).

«Per celebrare la Giornata, gli organi competenti possono promuovere e organizzare cerimonie, eventi, incontri, conferenze storiche e mostre fotografiche, nonché testimonianze sull’importanza dell’Unità nazionale, delle identità culturali e storiche, della tradizione e dei valori etici di solidarietà e di partecipazione civile incarnati dalle Forze armate», recita l’art. 2 della proposta di legge.

E saranno proprio gli istituti scolastici di ogni ordine e grado ad essere chiamati a promuovere le iniziative chiave della rinata festa nazionale, «in considerazione dell’alto valore educativo, sociale e culturale della Giornata» (art. 3). Una macabra riproposizione della cultura bellico-nazionalista e dei disvalori dell’istruzione del Ventennio fascista (Patria, bandiera, eroismo, sacrificio, ecc.) e l’imposizione alle nuove generazioni dell’omaggio al tricolore e della difesa dell’identità nazionale dopo aver negato lo ius soli e i diritti di cittadinanza a decine di migliaia di studenti in Italia.

L’economia di guerra necessita di giovani votati alla precarietà e alla rinuncia ai diritti individuali e sociali, imprenditori-competitori in lotta l’uno contro l’altro per la mera sopravvivenza. Ma l’educazione militare è anche essenziale per poter creare e alimentare la carne da cannone delle offensive e controffensive nei prossimi conflitti mondiali.

Anche per questo si è fatto sempre più asfissiante il pressing dell’apparato militare sul mondo scolastico e accademico: forze armate moderne, ipertecnologizzate e informatizzate, necessitano di quadri istruiti, cinici e rapidissimi nell’assumere decisioni vitali, meglio ancora se esenti da dubbi e ripensamenti morali. C’è sempre più bisogno di giovani e forti per i reparti di pronto intervento o deputati al controllo dei sistemi di guerra automatizzati, digitalizzati e disumanizzati.

Fortunatamente sta crescendo tra gli insegnanti la consapevolezza sull’occupazione armata dell’istruzione e dell’educazione. Grazie all’iniziativa di Cesp, Cobas scuola e Mosaico di Pace è stato lanciato un appello per la costituzione dell’Osservatorio nazionale contro la militarizzazione delle scuole e delle università.

Obiettivo centrale dell’Osservatorio è la smilitarizzazione del sistema scolastico, delle metodologie, delle narrazioni interpretative e dei modelli comunicativi utilizzati nelle attività didattiche. «Smilitarizzare le scuole e l’educazione vuol dire rendere gli spazi scolastici veri luoghi di pace e di accoglienza, opporsi al razzismo e al sessismo di cui sono portatori i linguaggi e le pratiche belliche, allontanare dai processi educativi le derive nazionaliste, i modelli di forza e di violenza, l’irrazionale paura di un nemico (interno ed esterno ai confini nazionali) creato ad hoc come capro espiatorio», spiega l’Osservatorio.

Flashmob, sit-in e volantinaggi sono stati organizzati in occasione di meeting scuole-forze armate mentre a inizio anno scolastico è già stato diffuso un vademecum che raccoglie proposte di mozioni di boicottaggio del processo di militarizzazione, diffide ai dirigenti contro l’alternanza nelle basi militari e nelle industrie belliche, ecc.

Studenti, genitori e insegnanti sono chiamati a scegliere da che parte stare e per chi operare: a fianco dei signori della guerra e dei mercanti di morte, come chiedono con sempre più forza generali e ministri; ripudiando la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, nel rispetto dell’art. 11 della Costituzione, rivendicando le libertà di espressione e insegnamento (artt. 21 e 33), a difesa della scuola pubblica e dei valori fondamentali di uguaglianza formale e sostanziale e di giustizia sociale.

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