SI FA PRESTO A DIRE CONGRESSO E FINIRE NEI GAZEBO da IL MANIFESTO
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SI FA PRESTO A DIRE CONGRESSO E FINIRE NEI GAZEBO da IL MANIFESTO

Si fa presto a dire congresso e a finire nei gazebo

POLITICA. Giunge così ad una stretta oramai ineludibile uno dei vizi d’origine del Pd: ossia, il fatto che il suo regime interno non è ispirato ai principi della democrazia rappresentativa. È un misto di plebiscitarismo e di feudalizzazione.

Antonio Floridia  04/10/2022

Si va verso il congresso del Pd, ma che tipo di congresso sarà? Si vuole un processo basato su documenti alternativi che si pronuncino sulle questioni del nostro tempo? O si pensa al rito delle cosiddette primarie, alla corsa ai gazebo?

Si pensa alla mobilitazione delle cordate, alla retorica schiettamente populista che solitamente ha accompagnato questo momento? Ma, per il Pd, è possibile un vero congresso, come quelli che si facevano un tempo, e che non pare siano stati sostituiti da qualcosa di meglio?

È bene ricordare che, nello Statuto del 2008, la parola stessa “congresso” era bandita: “la scelta dell’indirizzo politico”, diceva il titolo di un articolo, era definita solo “mediante” l’elezione diretta del segretario. Questo è noto, ma forse non tutti sanno che nella revisione dello Statuto del novembre 2019, avviata dalla segreteria Zingaretti e affidata ad una commissione presieduta da Maurizio Martina, quella scelta viene ora definita “mediante Congresso e elezione diretta del segretario”.

La parola fa la sua comparsa, finalmente: ma in che senso? Si prevedono due fasi: in una prima, gli iscritti discutono e votano piattaforme e documenti. Inizia poi il secondo giro: e a questo punto arrivano i candidati.

Gli iscritti tornano a votare sui candidati e poi, dopo tutta questa fatica, come se nulla fosse, spariscono dalla scena: i primi due candidati devono passare l’ordalia dei gazebo, affidati alla sentenza che emetterà il “popolo delle primarie”, elettori che magari non sanno nemmeno cosa avessero detto i documenti approvati dagli iscritti nella prima fase. È facile notare come il nuovo modello coesista in modo contraddittorio con il vecchio, non lo sostituisce.

Si potrebbero discutere molti altri aspetti procedurali, ma veniamo al punto politico. Letta ha detto che vuole un congresso “inclusivo”. Bene, ma se le parole hanno un senso, bisogna decidere come si raggiunge realmente questo obiettivo: con una qualche “Agorà” sui “nodi” politici, ma lasciando poi che tutto si decida nella corsa finale tra i candidati? Come si connettono piattaforme, voto degli iscritti, candidature e modalità di formazione degli organismi dirigenti? Giunge così ad una stretta oramai ineludibile uno dei vizi d’origine del Pd: ossia, il fatto che il suo regime interno non è ispirato ai principi della democrazia rappresentativa. È un misto di plebiscitarismo e di feudalizzazione.

E allora, se si vuole fare un congresso inclusivo e “costituente” (o, magari, solo “ricostituente”, solo per rinvigorire un organismo un po’ debilitato), e si vuole davvero che la “chiamata” di cui ha parlato Letta venga raccolta, occorrono alcune ben precise condizioni.

Bisognerebbe allargare i varchi che il nuovo Statuto fa intravvedere, e quindi sospendere alcuni aspetti dello Statuto vigente o modificarli (l’attuale Assemblea nazionale sarebbe sovrana, in questo). Andrebbe avviata la costituzione di comitati di garanzia e di gestione del percorso congressuale, composti da esponenti del partito e da persone esterne al partito.

Ci vorrebbe l’apertura di una campagna di adesione (si noti bene, non di “iscrizione”) al processo costituente che conferisca il diritto di voto su documenti e programmi. Tale campagna di adesione deve avere una durata congrua (tre mesi). E si devono poi verificare quanti sono gli iscritti, gli elenchi dei votanti alle primarie, ecc. (il Pd ha una pessima manutenzione della sua “macchina”). Un congresso, per essere inclusivo, deve garantire certezze e rigore nelle procedure. Infine una definizione di modalità e tempi per la presentazione di documenti politici e da sottoporre alla discussione e al voto degli aderenti al processo.

A questo punto, Hic Rhodus, hic salta: il Pd deve decidere che senso ha votare su “piattaforme” che non siano collegate all’elezione degli organismi (in modo proporzionale ai consensi ricevuti). E soprattutto che senso ha insistere sul modello dell’elezione diretta del segretario, aperta a chi non ha discusso né votato le piattaforme programmatiche. Si arriverà a capire che è molto meglio fare eleggere il segretario da un’assemblea rappresentativa, sulla base di una maggioranza, ma scegliendo anche una personalità che possa e sappia tenere insieme il partito?

Deciderà il Pd se e come uscire da questa strettoia. Ma sento già echeggiare le obiezioni di sapore populista: “Non possiamo stare 4-5 mesi a discutere mentre il paese sprofonda!”. Sciocchezze, mi permetto di dire, espressione di una retorica dell’anti-politica che alberga da tempo anche dentro il Pd.

Un processo serio e innovativo di discussione e di confronto, e poi di decisione collettiva, potrebbe essere al contrario un elemento che parla al paese, che torna a mobilitare tanta gente di sinistra oggi dispersa e disillusa. Naturalmente, alla fine, si potrebbe anche serenamente prendere atto che, tra le piattaforme che si confrontano, vi sono visioni incompatibili, culture politiche divaricate. Non sarebbe un dramma, sarebbe una separazione consensuale.

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