SE L’EUROPA VUOLE ESISTERE ABBANDONI L’ATLANTISMO da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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SE L’EUROPA VUOLE ESISTERE ABBANDONI L’ATLANTISMO da IL FATTO

Se l’Europa vuol esistere abbandoni l’atlantismo

ELENA BASILE  15 SETTEMBRE 2023

Negli anni 90 ne ho trascorsi quattro anni e mezzo in Nord America. Ho avuto la possibilità di viaggiare a lungo e ovunque negli Stati Uniti. Ho amato molti aspetti di una società che all’epoca sembrava lanciata verso un successo indefinito. Le avanguardie artistiche e culturali, le università, lo spirito civico e di appartenenza a una grande comunità, l’individualismo e l’assunzione di responsabilità, la libertà inscritta nei geni. Ho amato e amo questi aspetti della società americana. Eppure oggi sono una feroce critica dell’imperialismo Usa, delle strategie coerenti e demenziali con cui ben sette amministrazioni, da Reagan in poi, hanno cercato di dominare il mondo con le armi e con la finzione “liberale” di una democrazia esportabile ovunque.

liberal sono ormai una razza in estinzione, come la sinistra in Europa. Rimane il triste spettacolo di un’oligarchia rappresentata da una classe politica che non brilla per saggezza ed etica e si contrasta a colpi di inchieste giudiziarie. L’asservimento dei giudici all’esecutivo è insito nel sistema e degenera in una sottomissione alle mafie politiche come narra il grande cinema americano. I due sfidanti alle prossime elezioni si promettono incriminazioni reciproche. Lo speaker repubblicano McCarthy lancia un’indagine per l’impeachment di Biden. I Repubblicani accusano il presidente e il figlio Hunter di aver ricevuto 5 milioni di dollari ciascuno per gli affari della società ucraina Burisma nel cui cda siede Biden jr.. Hunter è del resto indagato per evasione fiscale e possesso illegale d’arma da fuoco. Su Trump inutile soffermarsi. L’America è bella, la sua politica no. Persino la fiction House of cards racconta la commistione tra crimini e partitocrazia. Si è quindi antiamericani se si denunciano i crimini del progetto neoconservatore che dalla periferia (Afghanistan, Iraq, Libia) s’è spostato al centro contro l’anello debole delle “potenze del surplus”, la Russia?

Si è antiamericani se si è provato orrore di fronte alle guerre di esportazione della democrazia con annesse extraordinary rendition, Abu Ghraib e Guantanamo? Si è antiamericani se si considera la detenzione di Assange una violazione inaccettabile dei diritti individuali protratta negli anni in Occidente? Si è antiamericani se si denunciano le discriminazioni dei neri americani, il razzismo che alberga in molte fasce della popolazione e si esprime nei comportamenti illegali di alcuni settori della polizia? Si è antiamericani se si disprezza il materialismo e la sottocultura che l’american way of life ha incentivato? Si è antiamericani se si considerano lo Stato sociale e il sistema sanitario pubblico europeo, creato nel dopoguerra e oggi gradualmente smantellato, un riuscito tentativo di riconciliare mercato e standard minimi di giustizia sociale a cui gli americani avrebbero dovuto ispirarsi?

Vorrei chiederlo ai tanti esponenti politici del centrosinistra che sono divenuti cassa di risonanza dei Democratici americani e da anni bollano di “antiamericanismo” ogni riflessione e denuncia di pratiche illecite Usa. Mi piacerebbe credere nella buona fede di tutti. Ma questo mutamento antropologico dei “riformisti” che continuano ad avere come punto di riferimento fideistico l’Amministrazione statunitense appare come il chiaro posizionamento servile nei confronti del vincente. Sei antiamericano, sei un perdente, sei uno sfigato, come si dice in linguaggio colloquiale.

Non c’è, ci raccontano, un’alternativa. La sinistra è senza progetti. Il mantenimento del potere è possibile se ci si allinea alla volontà dei veri poteri, economici e finanziari, che dettano le regole e costruiscono il “migliore dei mondi possibili”. Questa narrativa è pericolosa per le democrazie occidentali. Non vorrei ci fossero malintesi. Russia, Cina, Turchia e, mi dispiace per i cantori della democrazia di New Delhi, anche l’India, hanno forme di governo autoritarie, non paragonabili alle nostre. Eppure il rischio di una graduale degenerazione del dibattito democratico incombe anche su di noi. Bisogna ritornare a una partecipazione politica, a un progetto di società che comprenda valori come la pace e la mediazione da opporre a nazionalismo e corsa al riarmo. Bisogna ritornare all’Europa dei Paesi fondatori, alla riforma della governance economica che continua a drenare fondi dai debitori ai creditori, alla riforma di Dublino che da anni discrimina i Paesi di primo ingresso dei migranti, alla riforma istituzionale, alla difesa e all’autonomia strategica. L’Europa deve appellarsi ai propri interessi e staccarsi dall’atlantismo muscolare che ci ha portato alla guerra in Ucraina e prepara lo scontro con la Cina. Ci può essere una dialettica nella Nato, come Ankara insegna. Gli elettori possono far sentire la loro voce alle prossime elezioni europee. Un’alternativa c’è sempre. I partiti dell’opposizione potrebbero incarnarla insieme.

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