REVELLI: “NON CREDO IN UNA ALLEANZA, MA IN UNA INTESA CORDIALE” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
16799
post-template-default,single,single-post,postid-16799,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.10,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-7.6,vc_responsive

REVELLI: “NON CREDO IN UNA ALLEANZA, MA IN UNA INTESA CORDIALE” da IL FATTO

Foto di Bologna, Marco Revelli: “l’Union Sacrée ora è il male minore contro l’onda nera”

IMPORTAZIONE D’OLTRALPE – “Non credo in un’alleanza, ma in una ‘intesa cordiale’: di fronte ci sono i neofascisti”

TOMMASO RODANO   3 LUGLIO 2024

Marco Revelli, cos’è nato lunedì a Bologna, col battesimo dell’Anpi: un fronte popolare, un ramo d’Ulivo, un nuovo centrosinistra?

Per ora è una bella fotografia, probabilmente d’importazione d’Oltralpe: riflette lo spirito che sta agitando la Francia per il pericolo Le Pen. Ma è un palco che purtroppo arriva in ritardo, una foto che avrei voluto vedere due anni fa: se un fronte unito di quel genere si fosse fatto prima delle Politiche del 2022, forse ci saremmo risparmiati quest’onda nera meloniana.

Il Pd fallì sia l’alleanza con i Cinque Stelle sia con i centristi.

Nella fotografia di lunedì mancano due faccine, per fortuna: Renzi e Calenda sono incompatibili con qualsiasi barrage. Ma a parte loro, l’alleanza era un’operazione obbligatoria. Sul fallimento c’è una firma chiara, quella di Enrico Letta. Ha rivelato un’insipienza che ha pochi precedenti nella storia politica italiana. È riuscito allo stesso tempo a non correggere l’orrenda legge elettorale con cui si è votato – e ne avrebbe avuto i numeri – e a non fare un’alleanza, unica speranza di evitare la sconfitta. È andato al massacro nemmeno col petto in fuori, ma col capo chino. Abbiamo perso due anni, solo ora forse s’intravvede una possibile risposta.

Si attacca la Meloni per i rigurgiti fascisti, ma non per la sostanziale continuità politica col governo Draghi. Non è uno sbaglio?

Credo sarebbe un grave errore culturale e politico separare la biografia politica di Meloni dalle sue politiche attuali: sono strettamente legate. Non c’è separazione tra le radici di questa destra, piantate nella parte più infetta della storia nazionale, e le azioni che porta avanti. A cominciare dall’Europa, dove è riuscita a fare un capolavoro negativo: ha fatto finire nell’angolo l’Italia, Paese fondatore. Di fronte ale immagini di Fanpage Meloni e i suoi ricordano Totò e Peppino quando vanno in Nord Italia e dicono “non facciamoci riconoscere”. La premier forse è un po’ più attenta a non mostrare le sue radici, ma sempre quelle sono. E orientano i suoi comportamenti, a cominciare dalle rotture che è riuscita a consumare con i nostri vicini di casa, da Macron a Scholz.

E le politiche “draghiane”?

Non è una novità che l’estrema destra si trovi a proprio agio con le politiche ultraliberiste. Si riguardi la cerimonia del campanello, quando Draghi ha ceduto la guida del Consiglio dei ministri: guardava dall’alto Meloni con un sorriso paterno e non era solo questione di altezza, ma il segno di una forma di continuità di progetto. Non ho mai creduto all’anima sociale di questa componente del vecchio Msi di Almirante: sono sempre stati la guardia bianca dei padroni, facevano demagogia solo per prendersi i voti del sottoproletariato. Questa destra radicale è perfettamente a suo agio con le ingiustizie sociali prodotte dall’iperliberismo.

Il liberismo abbonda anche nei protagonisti della foto di Bologna. Guerra, Israele, giustizia, lavoro: come si tiene insieme una coalizione che va dai Radicali ai comunisti su questi temi?

Intendiamoci, in politica non esiste l’en plein: ci sono priorità e si sceglie il male minore. Solo nei fondamentalismi si fanno ragionamenti diversi. Credo che la Francia insegni, c’è un pericolo imminente – Shakespeare direbbe: Fortebraccio alle porte – e il primo imperativo è fermarlo. Non è detto che ci si riesca: l’accordo di desistenza tra il Front Populaire e il centro è un triplo salto mortale, visto che Macron ha fatto tutta la campagna elettorale contro la sinistra. È difficile, ma bisogna tentare. Poi non c’è dubbio: il resto sarà tutto da costruire, ma questa destra ci ha mostrato che quando mette il dente nella torta del potere, poi tende a non fare prigionieri. Bisogna arrestarla.

Che tipo di convergenza immagina tra i partiti antimeloniani?

Io continuo a pensare che Pd e M5S siano più efficaci quando marciano divisi e alla fine colpiscono uniti, come si vede nei ballottaggi. Credo che un’alleanza organica non sia possibile, sarebbe contro la natura di entrambi i partiti. Tuttavia sono obbligati per destino a non confliggere, visto che di fronte hanno un’alternativa così pericolosa come quella rappresentata da questa accozzaglia di destre a traino neofascista. Non vedo un’alleanza organica, ma un’intesa. Un’entente cordiale.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.