RENDERE IMPOSSIBILE LE GUERRE ATTRAVERSO UN DISARMO GLOBALE E TOTALE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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RENDERE IMPOSSIBILE LE GUERRE ATTRAVERSO UN DISARMO GLOBALE E TOTALE da IL MANIFESTO

Rendere impossibili le guerre attraverso un disarmo globale e totale

APPELLO. I più importanti governanti europei hanno promosso una corsa dissennata a ulteriori riarmi e hanno parlato irresponsabilmente di un possibile conflitto tra l’Europa e la Russia che rischierebbe di deflagrare in un conflitto nucleare

Costituente Terra  18/06/2024

Sono in atto due guerre che hanno provocato centina di migliaia di morti. I più importanti governanti europei hanno promosso una corsa dissennata a ulteriori riarmi e hanno parlato irresponsabilmente di un possibile conflitto tra l’Europa e la Russia che rischierebbe di deflagrare in una guerra nucleare.

Un freno a questa follia potrà forse provenire dalle recenti elezioni europee, dalle quali quei governanti sono usciti duramente sconfitti. Sul nostro pianeta esistono, d’altro canto, 13.133 testate atomiche, 50 delle quali sarebbero sufficienti a distruggere l’umanità. Un risveglio della ragione dovrebbe finalmente indurre l’Onu e l’Ue, nate entrambe sul valore della pace, ad assumere iniziative dirette a ottenere la cessazione immediata di tutti i conflitti e, insieme, un accordo per il totale disarmo nucleare. È questo l’Appello delle Città – promosso in tutto il mondo dalla ICAN e approvato da grandi città come Amsterdam, Barcellona, Berlino, Bologna, Ginevra, Helsinki, Hiroshima, Los Angeles, New York, Parigi, Roma, Torino, Toronto, Sydney e Washington – che chiede l’adesione al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, votato il 7 luglio 2017 da 122 membri dell’Onu, di tutti gli altri Stati, a partire dall’Italia.

Ma sono la produzione e il commercio di tutte le armi da fuoco che devono essere severamente proibite. Costituente Terra invita a condividere una tesi tanto elementare quanto fondamentale: il solo modo di garantire la pace, a parole da tutti auspicata, è la messa al bando globale e totale di tutte le armi tramite un patto che, come stabilisce l’art. 53 del nostro progetto di Costituzione della Terra, preveda e punisca come crimini la loro produzione, il loro commercio e la loro detenzione.

Solo la severa proibizione di tutte le armi può rendere impossibili le guerre, disarmare le formazioni terroristiche e le organizzazioni criminali e ridurre i 460.000 omicidi commessi ogni anno nel mondo per la maggior parte con armi da fuoco. Occorre a tal fine far crescere nel senso comune il riconoscimento della corresponsabilità morale, in ogni guerra e in ogni assassinio, dei produttori e dei venditori di armi. Giacché è da questi produttori di morte che sono armati eserciti, associazioni criminali, bande terroristiche e assassini.

Non si tratta di una proposta utopistica. Si tratta della sola, effettiva garanzia della pace e della sicurezza, sia collettiva che individuale, e dell’unica alternativa realistica a un futuro di catastrofi e di morte. I soli ostacoli sono quelli opposti dai giganteschi interessi delle industrie e del commercio delle armi e dai miserabili poteri politici ad essi asserviti o che di essi si servono a fini di potenza. L’abolizione delle armi produrrebbe il passaggio della società internazionale dallo stato di natura allo stato di diritto, una generale civilizzazione del costume e delle relazioni sociali e la crescita della maturità intellettuale e morale dell’intera umanità.

Il clima di pace che ne seguirebbe favorirebbe lo sviluppo di un processo di rifondazione costituzionale dell’Onu, in grado di far fronte a tutte le altre sfide globali – il riscaldamento climatico e le crescenti disuguaglianze – dalla risposta alle quali dipende il futuro del genere umano.

Boom nucleare: si spendono 173mila dollari al minuto

I DATI ICAN. I nove stati dotati di armi atomiche hanno fatto crescere i propri arsenali di oltre il 13% nel 2023. La crescita maggiore è degli Stati uniti (+18%), più degli altri otto messi insieme

Francesco Vignarca  18/06/2024

Una delle conseguenze principali dell’invasione russa dell’Ucraina e del conflitto conseguente è stato l’aumento dell’uso retorico della minaccia nucleare, insieme al recupero dell’elemento della distruzione di massa, e connessa deterrenza, come perno delle politiche di difesa.

Sembrano davvero lontane le dichiarazioni di gennaio 2022 dei cinque paesi «formalmente» nucleari in cui si affermava come «una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta». Ma anche quanto affermava – sempre nel 2022 – il G20 (con una posizione poi riecheggiata successivamente in forme più blande): «L’uso, o la minaccia di uso, di armi nucleari è inammissibile».

QUANDO sottoscrivono tali dichiarazioni gli Stati pensano in prima istanza solo alle «minacce nucleari» degli altri, ma nel concreto ogni potenza nucleare sta da tempo rafforzando i propri arsenali sia in termini di dispiegamento che – soprattutto – di modernizzazione. Lo dimostrano i crudi numeri.

Secondo un rapporto dell’Ican, International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (campagna globale premio Nobel per la Pace 2017) nel 2023 i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso 10,8 miliardi di dollari (cioè il 13,4%) in più per i propri arsenali rispetto al 2022. Raggiungendo un totale di 91,4 miliardi (oltre 173mila dollari al minuto o 2.900 al secondo).

Gli Stati Uniti hanno registrato l’aumento maggiore (pari al 18%) con una spesa complessiva di 51,5 miliardi di dollari superiore a quella della somma degli altri paesi nucleari. Seguono la Cina (11,9 miliardi) e la Russia (8,3). Ican pubblica l’analisi ormai da cinque anni, periodo nel quale la spesa globale per le armi nucleari è aumentata di un rimarchevole 34%. Evidenziando come il ruolo sempre più pericolosamente centrale di tali armi di distruzione di massa nel deteriorato scacchiere delle relazioni internazionali costituisca una tendenza non episodica.

Tutti i paesi nucleari hanno aumentato la propria spesa, alcuni a un ritmo più elevato: gli Stati uniti sono responsabili del maggiore incremento finanziario (16,1 miliardi di dollari) dal 2019 al 2023; nello stesso periodo il Regno unito ha registrato un aumento di 2,4 miliardi, seguito dalla Cina con 1,4 miliardi. In termini percentuali il balzo maggiore è del Pakistan: il 60% in più in cinque anni.

Questo enorme flusso di denaro, seppur limitato rispetto al totale della spesa militare mondiale di cui costituisce meno del 4%, ha avuto un effetto anche sulla configurazione degli arsenali. Secondo i dati della Federation of American Scientists (Fas) rilanciati nell’annuario del Sipri di Stoccolma, a gennaio 2024 il numero globale delle testate nucleari è poco oltre le 12.100, in leggera flessione.

Ma con circa 9.500 testate pronte a un uso potenziale (quindi non ritirate o in magazzino) e ben 3.900 dispiegate su missili e aerei: oltre 60 in più rispetto a gennaio 2023. Il che evidenzia la stessa tendenza preoccupante già vista per le spese, così come il fatto che circa 2.100 delle testate schierate siano state mantenute in stato di massima allerta operativa su missili balistici.

UNA SITUAZIONE per la prima volta non limitata solo agli arsenali di Russia e Stati uniti, come avviene da decenni, ma anche a quello cinese. Il futuro appare ancora più scuro con India, Pakistan e Corea del Nord che stanno cercando di ottenere la capacità di schierare testate multiple su missili balistici, cosa che Russia, Francia, Regno unito, Stati uniti e, più recentemente, Cina hanno già fatto.

Ciò porterebbe al rapido aumento delle testate effettivamente schierate, portando a una capacità distruttiva di un numero significativamente maggiore di obiettivi. Intanto continua a diminuire la trasparenza (reciproca) sugli aggiornamenti e l’operatività degli arsenali nucleari, inquinando qualsiasi possibilità di percorsi di disarmo o non proliferazione. Minati anche delle accresciute ipotesi di «condivisione nucleare» tra Russia e Bielorussia in risposta al nuclear sharing della Nato da decenni attivo nei territori di Italia, Germania, Belgio e Paesi bassi.

Quale lezione trarre da questa fotografia? L’aspetto più allarmante è lo slittamento da una minaccia meramente «retorica» o di posizionamento politico a una più concreta, basata su scelte che stanno rafforzando gli arsenali e una possibile escalation. Scelte che non sono solo colpa di un «irresponsabile» Putin, come testimoniano le gravi dichiarazioni recenti di Stoltenberg su una Nato che discute internamente nuove forme di dispiegamento delle proprie armi nucleari. Senza che ciò sia messo sul tavolo del dibattito democratico: una situazione ormai inaccettabile, visto il pericolo di distruzione globale che abbiamo di fronte.

*Coordinatore Campagne Rete Italiana Pace Disarmo

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