PROJET 2025, IL PIANO REAZIONARIO SOSTENUTO DA GRUPPI “LIBERAL” da IL MANIFESTO-THE NATION
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PROJET 2025, IL PIANO REAZIONARIO SOSTENUTO DA GRUPPI “LIBERAL” da IL MANIFESTO-THE NATION

Project 2025, il piano reazionario sostenuto da gruppi «liberal»

AMERICA OGGI. Un articolo di «The Nation» sulla strategia per i repubblicani alla Casa bianca: contro sindacati, comunità Lgbtq, dissidenti

Jeet Heer  30/12/2023

Di seguito  un articolo di The Nation, che inaugura la nostra collaborazione con la testata Usa

Se Donald Trump tornerà a conquistare la presidenza nel 2024, il suo secondo mandato sarà molto più autoritario. Eppure alcuni donatori estremamente ricchi, che si autoproclamano progressisti, stanno contribuendo a finanziare dei piani trumpisti per ridisegnare il governo in chiave autocratica.
Quando Trump è stato eletto per la prima volta, ha dovuto affrontare la sfida di trovare del personale, un problema che ora è stato risolto. Nel 2016, i think tank conservatori esistenti – che forniscono sia un’agenda politica pronta all’uso che le liste di impiegati per riempire gli organici delle amministrazioni Gop in entrata – erano ancora organizzati intorno al partito repubblicano pre-trumpiano. Per questo durante il suo primo mandato Trump ha avuto difficoltà a trovare il personale che avrebbe attuato le sue politiche, con l’eccezione di fanatici anti immigrazione come Stephen Miller (portato all’attenzione di Trump dal suo stratega di estrema destra Steve Bannon).

Ma nel corso degli ultimi sette anni, le istituzioni di destra sono state progressivamente trumpizzate, di modo che la visione Maga (lo slogan dell’ex presidente: Make America Great Again, ndr) di Trump alla guida di una trasformazione radicale di estrema destra della politica americana ha preso forma sia in termini di policy che di personale. Per avere una road map del futuro, basta leggere le 920 pagine di Mandate for Leadership, creato da un gruppo chiamato Project 2025 Presidential Transition Project, un consorzio di organizzazioni di destra che include la Heritage Foundation, l’American Legislative Exchange Council e il Family Research Council.

Come osserva Roger Sollenberger del Daily Beast, Project 2025 «è stato criticato per la sua agenda autoritaria e di estrema destra – di cui fa parte la retorica deumanizzante contro la comunità Lgbtq, la ripresa del tentativo di Trump di includere una domanda sulla cittadinanza nel censimento, l’intenzione di impiegare il potere del dipartimento di Giustizia per perseguitare le voci critiche, e un piano potenzialmente incostituzionale per dispiegare le truppe contro i manifestanti».

Ma i pericoli del Project 2025 come modello per un’agenda ultra Maga vanno oltre le immediate prospettive elettorali di Donald Trump. Dopotutto, in passato il lavoro di questi think tank serviva tradizionalmente come prova generale delle amministrazioni repubblicane. Il Mandate for Leadership originale – reso pubblico dalla Heritage Foundation nel 1981- era un best-seller che ha dato forma sia all’organico dell’amministrazione Reagan che a politiche come l’aumento di personale militare o lo sventramento del welfare.
L’attivismo in favore di una politica estera neoconservatrice del American Enterprise Institute ha dato i suoi frutti disastrosi sotto George W. Bush. Anche se Trump dovesse perdere nel 2024, un altro presidente repubblicano occuperà prima o poi la Casa bianca. E quasi certamente attuerà la visione autocratica del Project 2025, con l’aiuto dei think tanker radicalizzati che ora riempiono le istituzioni Gop.

Il piano del Project 2025 per minare il servizio civile sta già venendo evocato da altri candidati alle primarie repubblicane come l’ex governatrice del South Carolina Nikki Haley.
Considerato l’estremismo del Project 2025, ci si potrebbe aspettare che chiunque si definisca progressista se ne tenga alla larga. Eppure, come ha reso evidente il lavoro giornalistico di Roger Sollenberger, American Compass – un think tank che ha contribuito corposamente alla sezione del Project 2025 dedicata alle politiche sindacali – riceve finanziamenti da donatori progressisti estremamente benestanti. Due dei cinque principali fondatori di American Compass, nota Sollenberger, «si distinguono per il loro contributo a cause liberal: la William and Flora Hewlett Foundation e la Omidyar Network Foundation». La Hewlett Foundation, la quale sostiene che la propria missione sia «rafforzare la nostra economia, democrazia e clima» ha donato a American Compass quasi due milioni di dollari.

L’Omidyar Network, creato dal fondatore di Ebay Pierre Omidyar, ha contribuito con altri 500.000 dollari. In precedenza, Omidyar aveva fatto donazioni a molte cause progressiste, fra cui l’investimento iniziale per l’eccellente magazine investigativo The Intercept. Un terzo gruppo di inclinazione liberal, Action Now Initiative, ha donato a American Compass 250.000 dollari.
Formato nel 2020 da Oren Cass, ex consigliere di Mitt Romney, American Compass è un tentativo di dare forma, con delle politiche vere e proprie, alla vaga retorica di populismo economico di Donald Trump. Il think tank spesso declama la necessità di tenere a bada il potere delle corporation e sostenere i lavoratori. Retorica che fornisce una copertura ideologica ai sostenitori liberal che presentano questo gruppo come uno strumento utile a rendere il partito repubblicano più filo lavoratori.

Matt Stoller, un democratico noto per il suo attivismo anti monopolista, ha smentito l’exposè del Daily Beast dichiarando che «American Compass lotta contro le finte dichiarazioni dei redditi delle compagnie di private equity, le politiche antisindacali, i profitti monopolistici delle carte di credito e la deregulation delle ferrovie. Autoritario? No». (Stoller è un consigliere di American Compass e dirige il suo think tank, l’American Economic Liberties Project). In un comunicato online, la Hewlett Foundation sostiene che American Compass «orienta il focus politico dalla crescita fine a se stessa a uno sviluppo economico ampiamente condiviso che sostenga istituzioni sociali fondamentali». Un portavoce della Omidyar Network Foundation ha consigliato al Daily Beast di «rivolgersi direttamente ad American Compass per un commento sugli elementi pro lavoratori che sono stati in grado di inserire nel Project 2025».

La teoria è che American Compass sia un’esca utile a rendere il partito repubblicano più filo lavoratori e più progressista in tema di politiche economiche. Un ragionamento che potrebbe essere convincente se non fosse che, sulla base del Project 2025, American Compass risulta evidentemente anti lavoratori e filo plutocrazia tanto quanto qualunque altro think tank di destra.
Il giornalista sindacale Hamilton Nolan, che ha scritto un’esauriente spiegazione delle sezioni del Project 2025 dedicate al sindacato, ha concluso che i suoi autori «intendono servirsi di ogni meccanismo di regolamentazione possibile per indebolire le union. Intendono rendere più difficile l’organizzazione dei lavoratori, e la costruzione di un potere da opporre alle corporation. Vogliono semplificare, per i datori di lavoro, la violazione delle leggi sulla sicurezza e molte altre normative pro lavoratori».

L’analisi di Nolan fornisce molti dettagli specifici. Tra le altre cose, nota, «vogliono riportare le norme relative ai ‘contractor indipendenti’ a standard precedenti, che rendano impossibile ai lavoratori organizzarsi e accumulare potere; vogliono ripristinare la norma del joint employer, che consentirebbe alle corporation in possesso di franchise di sottrarsi alle responsabilità in caso di cattive pratiche di lavoro; vogliono annullare il limite – recentemente migliorato – agli straordinari, che toglierebbe a milioni di lavoratori il diritto al pagamento degli straordinari». Nolan dà molti altri dettagli di questo tipo.

Dal momento in cui American Compass ha chiaramente fallito nella sua presunta missione di rendere il Gop più attento ai bisogni dei lavoratori, sulla base delle prove non è difficile concludere che questa missione non sia altro che una foglia di fico retorica, pensata per celare la solita agenda antisindacale che il Gop insegue da decenni. Questo gioco ideologico delle tre carte serve gli interessi non solo dei repubblicani ma di quei plutocrati con tendenze liberal che non sono essi stessi troppo simpatizzanti dei sindacati.

Lo stesso gioco delle tre carte viene fatto sulla questione israelo palestinese – con i finanziatori liberal che donano soldi alla potente lobby filo israeliana, l’American Israel Public Affairs Committee (Aipac). L’Intercept ha recentemente realizzato un reportage su un ramo di Aipac chiamato American Israel Education Fund (Aief) che aiuta a finanziare viaggi di deputati in Israele.
Scrive Intercept: «La Charles and Lynn Schusterman Family Foundation, che ha donato 1.5 milioni di dollari all’Aief nel 2019, si dipinge come dedita a cause progressiste, fra cui l’educazione, il diritto di voto, la giustizia penale e i diritti riproduttivi. Lo stesso anno, la fondazione ha anche finanziato diversi gruppi aggressivamente filo israeliani; tra cui la Fdd (Foundation for Defence of Democracies); il Middle East Media Research Institute , che monitora la stampa in lingua straniera in Medio Oriente ed è stata accusata di avere pregiudizi e fare traduzioni fuorvianti; l’Investigative Project on Terrorism, guidato dallo screditato esperto di estremismi Steve Emerson, ripetutamente invitato a parlare a dei summit dell’Aipac nonostante le accuse di islamofobia; e il Washington Institute for Near East Policy, un think tank della capitale che è anch’esso ramo dell’Aipac».

Ci sono molte ragioni per cui chiunque si definisca progressista dovrebbe diffidare dell’Aipac. L’organizzazione investe copiosamente nelle primarie democratiche per sconfiggere i candidati di sinistra. Come riportato di recente da Slate, l’Aipac si sta preparando a spendere 100 milioni di dollari nel 2024 per organizzare delle primarie che sfidino i membri della Squad e i democratici più di sinistra. Inoltre, l’Aipac ha dato il proprio endorsement a 106 repubblicani che hanno sostenuto il tentato golpe del 6 gennaio. Considerati questi precedenti, nessuno che sostenga di supportare la democrazia americana dovrebbe voler avere a che fare con l’Aipac. Eppure il gruppo riceve finanziamenti da donatori progressisti, e non ha problemi a trovare politici democratici disposti ad accettare le sue donazioni.

Il 22 novembre, ha riportato il New York Times, «un candidato democratico al Senato del Michigan ha detto che gli sono stati offerti 20 milioni da un uomo d’affari dello stato per abbandonare la corsa elettorale e candidarsi invece alle primarie contro Rashida Tlaib, la deputata palestinese americana censurata questo mese per le sue dichiarazioni sulla guerra fra Israele e Gaza». Il donatore era Linden Nelson, che in passato ha finanziato democratici, repubblicani e l’Aipac. Tuttavia, l’Aipac sostiene di non aver ricevuto soldi da Nelson da oltre dieci anni.
Il trascorso di donazioni di Nelson evidenzia una delle ragioni per cui i donatori presunti liberal finanziano think tank e gruppi di lobbying reazionari. I ricchi spesso danno soldi a entrambi i partiti principali come forma di assicurazione, per accertarsi di avere voce in capitolo a prescindere da chi vincerà le elezioni.

Marshall Steinbaum, economista dell’Università dello Utah, mi ha detto che questo genere di finanziamenti progressisti a istituzioni di destra non desta sorpresa. I donatori, osserva, «vogliono sempre far apparire che ‘entrambi gli schieramenti’ siano in dialogo, così li finanziano tutti e due affinché sostengano le stessa cose. C’è un’abbondanza di gruppi conservatori fondati da progressisti, che in questo modo possono dire di stare dialogando con conservatori ragionevoli. Il fatto che American Compass sia anche colluso con Trump evidenzia come l’idea che Hewlett e compagnia stiano sponsorizzando una vasta coalizione anti Trump sia una menzogna».

Questo tentativo di fare il doppio gioco rafforza la destra in molti modi. In primo luogo, conferisce una patina bipartisan e di rispettabilità a istituzioni come American Compass e Aipac. Su un piano più sottile, creando un falso consenso attorno alla ricchezza danneggia la fiducia nella democrazia. Gli elettori concluderanno correttamente che se gli stessi ricchi danno soldi sia ai democratici che ai repubblicani, a think tank sia di destra che di sinistra, allora la politica non è altro che una grossa truffa, con un ristretto spettro ideologico dettato dagli ultra ricchi. Anche se questi finanziatori progressisti sostengono di odiare Trump, stanno giustificando proprio quel cinismo che fa prosperare le rabbiose politiche anti-establisment della destra.

Usa, la via giudiziaria al golpe. Una corte federale ignora il Voting Rights Act

STATI UNITI. I distretti elettorali dell’Arkansas diluiscono il voto afroamericano. Ma il tribunale rigetta l’appello contro il gerrymandering nello stato conservatore

Luca Celada, LOS ANGELES  30/11/2023

La scorsa settimana un tribunale federale ha giudicato inammissibile una causa per discriminazione elettorale su base razziale. Il ricorso in questione denunciava una nuova mappa elettorale promulgata dal governo repubblicano dell’Arkansas che nel 2020 aveva ridisegnato i contorni dei collegi uninominali dello stato in modo da “diluire” la popolazione afro americana. I neri (15,6% del totale) sono un segmento compattamente democratico e la nuova mappa dei distretti elettorali assicurava che difficilmente avrebbero potuto ottenere in uno di essi la maggioranza necessaria per eleggere un proprio rappresentante.

La collaudata strategia di pilotare la demografica dei collegi è detta gerrymandering ed assieme alla soppressione del voto avversario, è stata praticata soprattutto negli stati ex confederati, intenti, dopo la guerra civile, a mantenere l’egemonia dell’elettorato bianco. Allo stesso scopo gli stati ex schiavisti hanno storicamente praticato l’inibizione del voto afroamericano tramite l’intimidazione, gabelle, esami di alfabetismo ed altri soprusi nei confronti degli schiavi liberati e dei loro discendenti.

LA CORREZIONE costituzionale di questi meccanismi aberranti fu, non a caso, la principale rivendicazione del movimento per i diritti civili negli anni ’60, culminati nella promulgazione del Voting Righs Act firmato nel 1965 da Lyndon Johnson alla presenza di Martin Luther King. Quella legge vietava gli espedienti e gli stratagemmi volti a pilotare il voto con maggioranze pilotate ed acrobazie amministrative, ed imponeva il commissariamento degli stati del sud, i quali, per manifesta malafede, perdevano il diritto di formulare regole elettorali in autonomia come previsto dal federalismo americano.

Il gerrymandering è tuttavia continuato ad essere praticato da entrambi i partiti per sfruttare a proprio vantaggio il vigente sistema maggioritario secco. La tattica è particolarmente utile con il collegio elettorale che governa l’elezione del presidente. In soldoni funziona così: in un ipotetico stato con venti distretti elettorali, ogni distretto sceglie un grande elettore, che sempre maggioritariamente determinerà l’indirizzo politico dello stato stesso. Tracciare i confini giurisdizionali di quei collegi uninominali in modo da assicurarsi che undici di essi contengano una maggioranza favorevole al proprio partito, risulterà nell’elezione di 11 grandi elettori. A questo punto i nove distretti perdenti – se pure dovessero contenere un maggior numero complessivo di elettori – non avranno più voce in capitolo e tutti e venti i distretti conteranno per il vincitore.

IL SISTEMA rende possibile l’elezione di presidenti anche se perdono il plebiscito nazionale come è successo quattro volte nella storia, le ultime due con George Bush nel 2000 e Donald Trump nel 2016. Quell’anno Trump aveva conquistato i delegati necessari alla vittoria pur ottenendo, su scala nazionale, 3 milioni di preferenze in meno di Hillary Clinton, grazie ad ottantamila voti spalmati in distretti decisivi di tre stati minori. Ed anche il vincitore delle presidenziali del prossimo novembre verrà assai probabilmente determinato dai risultati nella solita manciata di battleground states, dove margini potenzialmente millimetrici potrebbero assegnare i delegati necessari alla Casa bianca.

Da qui l’importanza del bilanciamento delle mappe elettorali come quella che in Arkansas è stata chiamata in causa come previsto dal Voting Rights Act. La sentenza negativa, resa da un tribunale di giudici nominati da Trump, è invece l’ultima istanza di un coordinato attacco revisionista della destra alle riforme. Cosciente di non disporre dei numeri necessari per vittorie popolari, il movimento conservatore mira a smantellare l’impianto posto in essere sessant’anni fa per correggere ingiustizie secolari. La prima avvisaglia si è avuta nel 2013 quando la Corte suprema invalidò, non a caso, alcune componenti fondamentali proprio del Voting Rights Act. Sollevato il divieto di modificare regole elettorali senza vaglio federale, molti stati ex confederati ripresero immediatamente l’antico copione, imponendo ostacoli procedurali, volti ad inibire l’afflusso di votanti in distretti neri ed ispanici, tradizionalmente favorevoli ai democratici.

L’AVVENTO del trumpismo ha accelerato il processo innanzitutto con il consolidamento del controllo sulla Corte suprema. La maggioranza di togati ultraconservatori sottoscrive “l’originalismo” che promuove la lettura letterale della costituzione del 1789. La dottrina è stata addotta l’anno scorso nell’abrogazione del diritto all’aborto e negli attacchi agli altri diritti civili nel mirino dei conservatori, compreso il Voting Rights Act. Nella motivazione della sentenza in Arkansas, i giudici conservatori hanno invalidato le protezioni centrali della legge. Casi simili sono attualmente in corso in diversi stati dove potrebbero influire sull’elezione presidenziale e al composizione del prossimo congresso. Se anche negli inevitabili appelli alla Corte suprema dovesse prevalere questa linea, rappresenterebbe un potenziale cruciale assist a Trump e un’accelerazione della crisi costituzionale che il paese affronta in un anno elettorale.

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