PRIVATIZZAZIONI: “UN GRAVE ERRORE” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PRIVATIZZAZIONI: “UN GRAVE ERRORE” da IL FATTO

Disfatta di Tim: così Meloni completa l’opera di D’Alema

PROBLEMA – Nel ’99 Telecom fu uccisa dalla scalata di Colaninno. Venticinque anni dopo il governo consegna la rete al fondo Usa Kkr. Il conto rischiamo di pagarlo noi

CARLO DI FOGGIA   16 OTTOBRE 2023

Il 28 aprile 1999 l’allora Ad di Telecom, Franco Bernabè rivolse agli oltre 100mila dipendenti un messaggio che prefigurava un futuro cupo: “Quella che si apre – disse – sarà un’ulteriore fase di un processo che comporterà la vendita di Telecom a pezzi”. Due settimane prima, l’ex manager Eni aveva perso la sua battaglia contro la scalata ostile lanciata da Roberto Colaninno attraverso la Olivetti. Decisivo fu Massimo D’Alema, che da Palazzo Chigi benedisse la “coraggiosa razza padana”, anche se di coraggioso non c’era niente. Colaninno&C. spesero 30 miliardi, trasformati in debito di Tim condannandola a morte. Era il famoso leveraged buyout che in America aveva dato il peggio di sé una decina di anni prima e che Bernabè sintetizzò così: “Usano i soldi di Telecom per comprarsela, sottraendoli agli investimenti per farla crescere”. Il manager si giustificò anche di non aver voluto considerare una fusione difensiva con qualche colosso Usa. “Chiunque ha lavorato con gli americani – disse – sa qual è la situazione: non ci sono alternative, sono più forti. Se arrivano, comandano. E noi faremmo la forza vendita per gli americani. Andremmo al call center anche noi”.

Venticinque anni dopo, il governo italiano va, per così dire, al call center autorizzando la vendita della rete di Tim al fondo americano Kkr, creatura finanziaria nata a fine anni 80 proprio per i leveraged buyout: esordì nel 1989 con uno dei più sanguinosi che si ricordi, quello che distrusse il colosso Nabisco. Ieri il gigante Usa ha inviato l’offerta “vincolante” al cda di Tim guidato da Pietro Labriola: 20 miliardi, metà in capitali freschi (cioè debito), a cui l’esecutivo Meloni si dovrebbe unire spendendo 2,5 miliardi per avere il 20% circa della Netco, la società della rete che verrà scorporata dalla Tim servizi.

I tecnicismi delle cronache finanziarie servono a nascondere una realtà inquietante: si sta avverando lo scenario che era già visibile un quarto di secolo fa, epilogo di un disastro epocale che ha scandito il declino industriale del Paese. Prima della privatizzazione, Tim era un gioiello, la più grande compagnia Tlc d’Europa. Le scalate a debito dei Colaninno e dei Tronchetti Provera, la girandola di azionisti avidi e senza capitali hanno dilapidato un patrimonio tecnologico e industriale. Nel ’99 fatturava 27 miliardi, oggi 15; aveva 8 miliardi di debiti netti, oggi 20; è passata da 120mila a 40mila dipendenti. Gli azionisti di controllo hanno scaricato sull’azienda (tra dividendi e costo del debito contratto per scalarla) oneri tra i 70 e gli 80 miliardi. Gli investimenti sono rimasti al palo, la rete internet è arretrata e Tim è passata di scalata in scalata (25 anni dopo ne stiamo raccontando un’altra).

D’Alema ha sempre detto di aver solo “rispettato il libero mercato”; anche Meloni parla di “difesa di un regime di libero mercato”, ma nessun Paese al mondo ha permesso una scalata ostile al suo primo operatore di tlc e custode dell’infrastruttura, e nessuno ha privato il suo ex monopolista della sua rete, tanto meno vendendola a un fondo speculativo. Il motivo è semplice: questi giganti, specie se aggressivi come Kkr, chiedono rendimenti a doppia cifra, e in tempi brevi, per i capitali investiti incompatibili con società infrastrutturali in sostanziale monopolio che peraltro necessitano di ingenti investimenti. Il caso Autostrade insegna. L’equazione può stare in piedi solo con aumenti tariffari, comprimendo gli investimenti e scaricando altro debito sulla società, che già dovrà farsi carico di una parte consistente di quello di Tim (e di personale), altrimenti la Tim servizi sarà morta prima ancora di nascere (il secondo azionista è Cdp).

Il governo si difende parlando di “controllo pubblico strategico”, ma saranno i contratti sottostanti con Kkr a definire chi davvero comanderà e anche i muri sanno come può finire. Nel 2021, l’allora Ad di Tim Luigi Gubitosi ha fatto entrare Kkr in Fibercop, la controllata che possiede la rete secondaria (l’ultimo miglio in rame e fibra che dagli armadi di strada arriva nelle case); il fondo Usa ha rilevato il 37,5% del capitale in cambio di un rendimento garantito intorno al 9%, come se avesse acquistato un’obbligazione blindata.

Oggi Kkr si propone di fare altrettanto con tutta la rete, proteggendo così anche il suo primo investimento. Il governo gli fa da palo perché sa che l’alternativa è un aumento di capitale in Tim per evitare l’implosione. La disperazione è tale che si è accarezzata perfino l’idea di non far passare la decisione dall’assemblea dei soci per evitare che il primo azionista, Vivendi, la blocchi. Altro che rispetto del libero mercato. Il governo dovrebbe fugare il sospetto che tutti gli addetti ai lavori hanno: il costo dell’affare Kkr lo pagheranno gli utenti o lo Stato, cioè tutti noi.

Ferrovie. Torna l’idea di privatizzarle per fare cassa ma dare l’infrastruttura ai privati è un grave errore

 PIETRO SPIRITO  16 OTTOBRE 2023

Venti miliardi di euro sono un punto di Pil: è questo l’obiettivo che il Governo Meloni intende raggiungere con un nuovo programma di privatizzazioni nel prossimo triennio. Il nodo di fondo sarà, ancora una volta, il controllo delle infrastrutture, terreno di errori marchiani nel passato che hanno danneggiato la competitività dell’economia italiana. Le infrastrutture costituiscono un asset strategico pubblico, mentre lo spazio per i privati sta nella gestione dei servizi che corrono sulle reti stesse.

Il boccone più prelibato del piano di privatizzazioni è il gruppo Ferrovie dello Stato. Non è la prima volta che accade. L’unico governo che arrivò a un passo dal mettere sul mercato le Fs fu quello Renzi nel 2015. L’operazione presenta notevoli complessità tecniche, ma riveste grande interesse. Con gli occhi dei politici l’azienda, tra le grandi società pubbliche è l’ultima di cui lo Stato possiede il 100%: collocare sul mercato quote di minoranza consente di fare cassa. Visto con gli occhi del mercato, il business ferroviario attira molti investitori. Otto anni fa il 40% di Ferrovie era stimato in 4 miliardi, più o meno il valore odierno dell’intera Italo. Per acquistare il 50% di Italo, Gianluigi Aponte ha appena sborsato al fondo americano Gip due miliardi. Il collocamento sul mercato del 40% delle Fs realizzerebbe un quarto della promessa di incasso da privatizzazioni.

Anche qui, come per Tim, la questione sta nel destino della rete ferroviaria, che è un monopolio naturale e non può passare dal pubblico al privato. Il caso di Railtrack in Gran Bretagna dimostra che è un errore capitale. Proprio su questo punto, otto anni fa, emersero due posizioni: quella dell’Allora Ad del gruppo, Michele Elia, che voleva collocare l’intero compendio aziendale sul mercato, contrapposta a quella del presidente Marcello Messori, che propendeva per un percorso basato sulla valorizzazione graduale dei rami d’azienda non infrastrutturali e che poteva generare anche una liberalizzazione delle attività ferroviarie. Per Messori, la rete doveva restare pubblica. La privatizzazione dei monopoli infrastrutturali è infatti un’operazione a elevatissimo rischio, come dimostra il disastro di Autostrade. Andrebbe prima scissa Rfi dal resto del gruppo, individuando pure gli altri asset strategici che non possono essere messi sul mercato, come sottostazioni elettriche e scali passeggeri e merci.

Questa fase serve a evitare gli errori commessi con la rete Tim, regalata e ora ostaggio del risanamento finanziario dei soci privati, con una soluzione che non può escludere un successivo subentro dello Stato nella titolarità dell’asset, se non dovesse assicurare a Kkr i rendimenti calcolati per assegnarne il valore di mercato. Garantire rendimenti con canoni appetibili è l’unico modo per attrarre questi investitori, ma così si distrugge la redditività dei servizi che corrono sulla rete. Occorre poi chiarire le regole del gioco per la parziale privatizzazione. Non voglio prendere in considerazione l’ipotesi che Aponte possa diventare anche azionista di riferimento delle Fs quotate. Dopo aver messo in concorrenza il monopolista pubblico con un operatore privato, tornare al monopolio, stavolta privato, sarebbe il solito pasticcio all’italiana.

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